Dom. Dic 5th, 2021

Siamo in guerra! Questa è una frase molto ricorrente che sentiamo dire, almeno da quando è stato scoperto il SARS-CoV2.

La definizione ha lasciato un po’ perplessi sia molti linguisti, sia diversi intellettuali  perché per il  termine guerra, fino al 2020, si intendeva una lotta armata fra stati (o coalizioni) per la risoluzione di una controversia che poteva essere nazionale (guerra civile), internazionale (tra Stati) o mondiale (quando coinvolgeva più continenti).

Pertanto la definizione in sé prevedrebbe una contrapposizione intrinseca (solitamente cruenta) tra esseri umani e non la quotidiana battaglia che ognuno di noi svolge per la propria sopravvivenza biologica.

Comunque non voglio sbilanciarmi sull’opportuno utilizzo di questa parola, lascio questa diatriba ai linguisti; tuttavia ho buone ragioni per ritenere che, in materia di Covid-19, esistano interessi e visioni molto contrapposte e, proprio come accade nelle guerre (in questo contesto la parola guerra è corretta in quanto lo scontro è tra persone che rappresentano interessi e ideali differenti), il campo di battaglia finisce per essere rappresentato dai numeri, cioè i dati.

Questi ultimi, quando sono scrupolosi, sono sempre oggettivi! Ma se i dati sono realmente obiettivi, come è possibile che gli stessi numeri scatenino furiose liti e si trasformino in vere e proprie lance da scagliare gli uni contro gli altri? La risposta sta nel fatto che il fine ultimo della tecnica dovrebbe essere (la mitologia greca narra che Prometeo rubò il fuoco agli dei per donarlo all’uomo) quella di migliorare la qualità della vita della collettività, non quella di imporre regole. La battaglia ideologica non dovrebbe vincerla chi ha un numero di dati maggiori, bensì chi meglio è in grado di interpretarli.

La tecnica deve restare al servizio dell’uomo, non l’inverso. Mettere l’uomo al servizio della tecnica non solo è controproducente, ma può diventare anche molto pericoloso.

Martin Heidegger diceva che la tecnica, in sé, non è né “bene” né “male”, ma ci avvertiva che il rischio risiede in ciò che l’uomo può fare con questo strumento. La tecnica  infatti, riesce a migliorare la qualità della vita degli esseri umani solo nel momento in cui si ha con essa un approccio ermeneutico. Un approccio interpretativo fondato sul buon senso e non sugli interessi personali ed economici, a mio avviso, non dovrebbe provocare dispute (al massimo potrebbe innescare differenti prospettive, non di certo furibondi litigi).

Gadamer sosteneva che l’ermeneutica è l’arte di saper ascoltare. Se ci sono in palio interessi economici però, il nostro cuore può diventare sordo. In genere, nei miei articoli, non mi astengo dal fare considerazioni personali conclusive, ma questa volta farò un’eccezione. Non esprimerò alcun parere, ma solo una preoccupazione. Se non impariamo ad interpretare in modo ermeneutico il mondo della tecnica, quest’ultimo prima o poi prenderà il sopravvento. Sarà la tecnica a servirsi di noi e non più noi di essa. Se ciò avverrà, in un primo momento rischieremo la sopraffazione di chi dispone di più mezzi tecnici rispetto a chi ne ha meno, e in un secondo tempo ci potremmo esporre ad un vero e proprio processo di disumanizzazione.

Un futuro in cui la tecnica si serve dell’uomo e non viceversa resta una preoccupazione concreta che oggi, almeno a mio avviso, non viene sufficientemente considerata.

Antimo Pappadia

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