Guia Soncini e Jovanotti hanno fatto a Barletta un favore che noi, noi barlettani, non sembriamo avere molta voglia di farci: ci hanno costretto a guardarci allo specchio.
Non necessariamente uno specchio giusto, e nemmeno uno specchio benevolo. Ma uno specchio che, accanto al Castello, alla Cattedrale e a De Nittis, ci restituisce anche una città che facciamo molta fatica a riconoscere, almeno quando dobbiamo parlarne fuori dalla sue mura.
Il problema allora non è (sol)tanto che qualcuno parli male della nostra città. Il problema è che, ogni volta che accade, noi sembriamo molto più interessati a difenderci che a chiederci se, dietro una provocazione, una semplificazione o persino una battuta di cattivo gusto, ci sia qualcosa che vale la pena ascoltare.
Guia Soncini e Jovanotti sono protagonisti di due episodi che non sono naturalmente sovrapponibili, due linguaggi e due contesti differenti, due persone che probabilmente di Barletta conoscono poco o nulla, e che proprio per questo possono aver detto cose (anche) superficiali, ingenerose, persino irritanti.
Ma forse dovremmo provare, almeno una volta, a spostare lo sguardo dai toni alla sostanza e chiederci se, al netto delle semplificazioni, non abbiano finito per mettere il dito su qualcosa che preferiamo non vedere.
Perché ogni volta che qualcuno restituisce un’immagine sgradevole della nostra città scatta, puntuale, il riflesso identitario: Barletta ha il Castello, la Cattedrale, De Nittis, la Disfida, Eraclio, Mennea.
Tutto vero, naturalmente. Ma una città non coincide soltanto con ciò che ha ereditato.
E soprattutto dovremmo smetterla di considerarci, in qualche modo, depositari dei meriti della storia e del tutto estranei alle responsabilità del presente. Che merito abbiamo noi ( cittadini e amministrazioni che si sono succedute negli ultimi decenni) nell’avere avuto De Nittis? Nella costruzione del Castello? Nella bellezza della Cattedrale? Nel patrimonio che la storia ci ha consegnato? Nessuno.
Il nostro merito dovrebbe semmai consistere nel custodire tutto questo, nel valorizzarlo, nel renderlo parte viva di una città contemporanea. E soprattutto nel costruire, attorno a quell’eredità, un luogo che sia all’altezza di ciò che ha ricevuto.
Qui, a questa altezza, le domande diventano inevitabilmente più scomode.
Perché Barletta, al di là delle sue straordinarie risorse storiche e culturali, non sembra oggi una città realmente pensata a misura di chi la abita: non dei bambini, non degli anziani, non delle persone con disabilità.
Basta percorrerla senza l’automobile, con un passeggino, con una difficoltà motoria o semplicemente con gli anni sulle spalle, per rendersi conto di quanto spesso la quotidianità possa diventare più complicata di quanto dovrebbe essere.
C’è poi la questione del decoro, che non dovrebbe mai essere liquidata come un dettaglio estetico. La sporcizia, l’incuria, gli spazi comuni trascurati; e quel (poco( verde che abbiamo troppo spesso maltrattato invece che considerato una risorsa da proteggere e far crescere. Una città è anche il modo in cui tratta i suoi luoghi quotidiani, quelli che non finiscono nelle fotografie delle brochure e che pure determinano la qualità della vita di chi ci abita.
E poi c’è un’altra questione, forse ancora più evidente: la sensazione che l’inciviltà sia diventata, in molti casi, un comportamento privo di conseguenze. Spazi pubblici danneggiati, rifiuti abbandonati, comportamenti che offendono il vivere comune, senza che si percepisca una presenza sufficiente di controllo e di sorveglianza (qualcuno conosce o ricorda l’esperimento di Zimbardo e la teoria delle finestre rotte?). Non perché si debba immaginare una città militarizzata, naturalmente, ma perché anche il rispetto delle regole ha bisogno di essere difeso, soprattutto quando riguarda ciò che appartiene a tutti.
Dovremmo chiederci allora: perché queste descrizioni (Soncini e Cherubini), pur così esasperate, ci irritano fino a questo punto?
Forse perché è più facile difendere le nostre cartoline che interrogarci sulla città reale.
Il punto, dunque, non è dare ragione a Guia Soncini. E non è certamente applaudire Jovanotti. Il punto è capire se siamo ancora capaci di guardare Barletta senza limitarci a ciò che di bello possiamo mostrare a chi viene da fuori, provando invece a osservare anche ciò che ogni giorno vedono, e vivono, coloro che qui abitano.
Una città matura non respinge ogni critica come un’offesa, ma riesce, persino nelle critiche più ingenerose, a trovare un’occasione per interrogarsi.
Barletta dovrebbe cominciare da qui.
Perché amare una città non significa convincersi che sia già abbastanza bella. Significa piuttosto avere l’ambizione, o almeno l’insofferenza necessaria, per pretendere che possa diventare migliore.