Ogni volta che sento parlare di “educazione affettiva” progettata dallo Stato/dalla scuola, cioè di programmi che vogliono insegnare a tutti a gestire le emozioni, a essere empatici, a vivere in armonia, come se fosse possibile rendere l’animo umano liscio, fluido e privo di attriti, mi torna in mente la cura Ludovico di Arancia Meccanica.
Nel romanzo di Anthony Burgess e nel film di Stanley Kubrick, Alex viene sottoposto a un trattamento che lo rende incapace di compiere atti violenti, non perché abbia compreso il male che faceva, né perché la sua coscienza sia maturata, ma perché il suo corpo è stato costretto a reagire con nausea davanti alla violenza.
Il risultato appare impeccabile dall’esterno, ma la libertà, il conflitto, e dunque la moralità, vengono completamente annullati. La domanda è radicale: se un uomo è programmato a fare il bene, o reso incapace di fare il male, può ancora essere definito un uomo morale?
La virtù, nella tradizione filosofica occidentale (scrivo di ciò che conosco meglio), non nasce mai dall’assenza di conflitto né dall’assenza di rischio, ma proprio dal confronto con la possibilità di sbagliare, dal conflitto interiore e dalla responsabilità di scegliere. Senza libertà e senza conflitto, ciò che resta non è educazione, non è crescita, ma pura conformità, comportamento fluido e senza attriti, come se l’essere umano fosse un dispositivo da regolare.
Eppure la scuola che oggi ci viene proposta sembra incarnare proprio questa tentazione: una scuola dell’irenismo permanente, una scuola che fa continuamente terapia, che cerca di levigare ogni asperità emotiva e relazionale, che interpreta i conflitti come problemi da correggere, i desideri difficili come sintomi da gestire, le emozioni disturbanti come deviazioni da armonizzare.
Non più educazione, ma ingegneria sociale. Non più formazione, ma ortopedia morale. Non più carattere, ma regolazione emotiva.
Così i conflitti interiori vengono medicalizzati, le passioni psicologizzate, i comportamenti reinterpretati come difetti da correggere attraverso protocolli sempre più sistematici e pervasivi.
Ma la coscienza non è una macchina. L’anima non è un arto da raddrizzare con un tutore pedagogico. La libertà è disordinata, il conflitto è necessario, e l’errore fa parte della crescita.
Ed è proprio per questo che Arancia Meccanica resta così inquietante: perché ci mostra la tentazione del potere di rendere l’uomo innocuo, fluido, regolato, e di eliminare non solo la violenza, ma anche la libertà e il conflitto che rendono possibile la vera moralità.
Alessandro Porcelluzzi