L’accoltellamento a scuola a La Spezia ha riacceso i riflettori, come se fosse necessario un episodio tragico per ricordarci che la scuola è ormai il recipiente di aspettative impossibili, il luogo dove si riversano paure, ambizioni, speranze e rabbia, e dove tutti, per un attimo, si sentono autorizzati a dire cosa essa debba essere e come debba funzionare.
Sicurezza totale, tolleranza zero, sorveglianza costante: ecco cosa alcuni invocano. Educazione affettiva, empatia, intelligenza emotiva, resilienza: ecco cosa altri pretendono. La scuola deve fare tutto e subito, e meglio, come se tempo ed energie fossero risorse infinite, come se ogni docente fosse un miracolo ambulante capace di trasformare il contesto più fragile in un modello perfetto di crescita e armonia.
E gli insegnanti? Gli insegnanti si trovano sospesi tra responsabilità e impotenza, tra la voglia di incidere e la certezza di non avere strumenti adeguati, e giorno dopo giorno si chiedono quale sia il loro vero lavoro: educatori, formatori, psicologi, orientatori, motivatori, allenatori di intelligenze, custodi di emozioni, preparatori alla vita, all’università, al lavoro, alla sopravvivenza? Ogni ruolo sembra urgente, necessario, eppure impossibile da incarnare tutto insieme.
È qui che nasce l’anomia: il senso di vuoto normativo, di disorientamento, di perdita di punti di riferimento; l’insegnante non sa più cosa la società voglia davvero da lui, e, peggio, non sa più cosa voglia da sé stesso.
La scuola deve trasmettere sapere o certificare competenze? Deve essere fucina di cervelli o rifugio sicuro dove evitare traumi, ansie e pianti? Deve proteggere o sfidare, consolare o spingere, preparare alla realtà o preservare dall’ingiustizia del mondo? E chi, se non il singolo docente, può scegliere tra questi obblighi contrastanti, quando a ogni passo sente il giudizio di genitori assenti o, al contrario, iper-presenti, aggressivi, pronti a intervenire, criticare, reclamare diritti e colpe, eppure incapaci di collaborare?
Gli stipendi, certo, sono bassi, come quasi tutti in Italia, e non è nemmeno questo il punto decisivo. Il punto è il rapporto ormai distorto tra retribuzione, responsabilità e riconoscimento: perché a parità di salario modesto c’è chi apprende un mestiere sentendosi parte di un progetto, e chi, pur avendo raggiunto l’ultimo gradone stipendiale, vive ogni giorno un lavoro carico di attese sproporzionate, emotivamente logorante, socialmente svalutato. Così accade che l’ultimo apprendista alla Ferrari appaia più sereno di un insegnante a fine carriera, non per privilegio economico, ma per dignità percepita e orizzonte di senso.
Il paradosso vero non è la violenza isolata, che pure fa rumore e terrorizza, ma l’erosione silenziosa della scuola stessa: un luogo che, giorno dopo giorno, viene spremuto di senso, svuotato di riferimenti, trasformato in arena dove competenze, emozioni e sicurezza si intrecciano senza regole, come se il disorientamento fosse diventato norma e l’atto educativo un gesto compiuto nel vuoto dell’anomia.
Non è più possibile distinguere tra ciò che è necessario, ciò che è doveroso e ciò che è semplicemente richiesto. È questo il volto concreto dell’anomia: un mondo in cui le norme si contraddicono e il peso resta sempre sugli stessi.
Alessandro Porcelluzzi