Mar. Gen 20th, 2026

C’è un tipo umano che attraversa le epoche come un inquilino che cambia casa senza mai disfare davvero i bagagli. Trasloca, aggiorna l’arredamento morale, impara in fretta le nuove parole d’ordine, ma continua ad abitare la stessa stanza mentale. Cambiano le pareti, non l’atteggiamento. 
È sempre dalla parte giusta, sempre contro un male netto, compatto, riconoscibile. Il bene non ha bisogno di essere capito: si sente. Il male nemmeno: si indica. Non ha una dottrina, ha una bussola morale che reagisce alle parole chiave del momento. Obbedienza ieri, liberazione oggi, redenzione domani. 
L’importante è che esista una comunità che assolve, un nemico che si condanna e una liturgia minima per separare i puri dagli impuri. Non un’etica della responsabilità, per dirla con Weber, ma una successione di etiche della convinzione, ciascuna vissuta come definitiva e ciascuna pronta a essere abbandonata senza rimpianti.
Il suo anti-intellettualismo non è rozzo, è risentito. Non disprezza, almeno: non completamente, le idee in sé: disprezza chi ha avuto il tempo, la costanza o l’occasione di farle proprie.
 La complessità gli appare come un trucco dell’oppressore, la sfumatura come una resa morale, la domanda come una forma di sabotaggio interno. Il mondo deve essere semplice non perché lo sia, ma perché non può permettersi che non lo sia. Gramsci parlava di un odio per l’intelligenza separata: qui l’odio è più domestico, nasce da una frattura personale mai davvero rimarginata.
Così passa da un altare all’altro senza cambiare gesto: inchinarsi davanti al Bene e indicare il Nemico. Ogni volta è convinto di aver finalmente capito. Ogni volta qualcuno gli ha promesso che questa è la verità ultima e che chi non la vede è cieco, complice o venduto. 
Lui ci crede, perché crederci è più accessibile che studiare, più rapido che comprendere, più consolante che ammettere una mancanza. Come notava Arendt, le ideologie hanno il pregio di spiegare tutto in anticipo, risparmiando la fatica di capire qualcosa.
Se usciamo dalle biografie e proviamo a farne un paradigma, la faccenda si fa meno personale e più politica. Questo non è un caso isolato, è un prodotto seriale. Nasce dove l’istruzione è percepita come privilegio anziché come disciplina, dove il pensiero è ridotto a identità, dove l’etica diventa una scorciatoia per non fare i conti con la propria incompletezza. 
È una rivincita simbolica: non ho strumenti, ma ho ragione; non so argomentare, ma so distinguere il bene dal male.
Il risultato è una militanza senza conoscenza, una fede laica che replica senza accorgersene le strutture del sacro. Cambiano i nomi di Dio, non la funzione. Sempre qualcuno da salvare, sempre qualcuno da odiare, sempre la certezza di occupare il lato giusto della Storia.
E forse il problema non è che queste persone cambino idea così spesso (il che in sé sarebbe indice di riflessione e ripensamento). Il problema è che non ne hanno mai avuta una davvero propria. Hanno solo abitato, di volta in volta, l’idea più rumorosa disponibile. E scambiato la sicurezza per profondità.

Alessandro Porcelluzzi

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