Quando sono diventata uno di quei quattro amici che volevano cambiare il mondo?
Forse, quando ho creduto di subire una terribile ingiustizia…
I fatti andarono così:
Avevo due anni quando ammalata di scarlattina, fui isolata nel reparto infettivi dell’ospedale di Dregano a Milano. Era un corridoio su cui si affacciavano con pareti di vetro, tante minuscole stanze. Mi trovai all’improvviso separata da mia mamma che potevo vedere solo attraverso un vetro. Smerigliato per tre quarti, lasciava intravedere dei corpi informi sui quali invece si ergevano il viso di mia mamma e di mia nonna. Ricordo un vago senso di paura e di immensa solitudine. Unica compagnia da cui traevo forza e coraggio, era un orsetto giallo seduto sulla sedia della mia minuscola stanza. Sarà per questo che amo tanto il giallo? Ricordo anche il calore e la morbidezza dell’orsetto, in grande contrasto con il freddo della sedia di metallo. Non so perché, non mi permettessero di tenerlo sul letto. I miei occhi erano persi in quelli di mia mamma e non lasciavano il suo sguardo, come se fosse possibile tenerla ancorata a me e diventavano un filo invisibile ma concreto, che ci teneva unite. Il mio cuore batteva all’unisono con il suo e ricordo il mio pianto senza lacrime. Per molto tempo sono stata convinta poi, che mia mamma mi aveva rapito dall’ospedale per riportarmi a casa. Una convinzione che fu cancellata, dopo moltissimi anni, dal racconto della realtà. Ero semplicemente guarita e i medici mi avevano dimesso. Quanto grande doveva essere il bisogno di sentirmi libera, quanto grande l’amore per mia mamma, che mi sembrava impossibile che lei mi lasciasse prigioniera e sola!
Io sono stata portata via da mia mamma per un giusto motivo, allora la scarlattina non poteva essere curata in casa, eppure il trauma subito non mi ha mai lasciata e mi stringe ancora lo stomaco al ricordo.
Tutto questo perché anch’io, come tanti, forse, come troppi, sento la necessità di dire la mia sui fatti dei bambini portati via ai genitori. Non discuto le ragioni, non le conosco fino in fondo, ma sento in me una profonda ribellione del modo, in cui sono stati portati via. Senza amore, senza Pietas, senza pensare alle conseguenze che sicuramente rimarranno come profonde cicatrici nell’animo e nella mente di questi bambini.
Nadia Farina
(La foto è di un’opera di Nadia Farina, titolo: -Infanzia-)