Mar. Gen 20th, 2026

Quest’anno la grande innovazione: il semestre selettivo. Sei mesi per capire se sei adatto, dicevano. In realtà è lo stesso vecchio meccanismo di esclusione, solo con una coreografia più lunga. Un test di ingresso trasformato in una miniserie: più puntate, stessa trita trama. Nel frattempo succede, non da oggi, uno scivolamento che nessuno denuncia ad alta voce: medicina non è più una vocazione. Non è la chiamata romantica, sì anche un filo romantica, al camice bianco, al reparto notturno, ai turni infiniti, al paziente che ti stringe la mano. È diventata la chimera dell’unico percorso che promette un reddito sicuro, alto e relativamente immediato, in un Paese dove interi settori ti offrono tirocini non retribuiti, ringraziamenti per la preziosa collaborazione, una selva di colloqui e selezioni cervellotiche e paghe miserrime. Il sogno  quindi non è più salvare vite: è salvarsi economicamente.E così ti ritrovi nel semestre selettivo migliaia di studenti che non stanno cercando se stessi, ma una stabilità. E chi li può biasimare? È la logica conseguenza di un mercato del lavoro che ti premia solo se entri nel fortino giusto. Medicina è il fortino. Il problema è che un sistema basato su una vocazione che non esiste più continua però a selezionare come se quella vocazione fosse reale. Pretende dedizione, sacrificio, resilienza emotiva, ma non ammette che, per molti, è solo l’ultima oasi nel deserto delle opportunità. Un mismatch sistemico: chiedi sacerdoti, ma attiri impiegati disperati. Il semestre selettivo finisce per essere il set di un casting infinito: non si cercano futuri medici, si cercano persone disposte a sopravvivere all’ambiente. Una selezione di resistenza più che di talento. O di talent (show) più che di talento. E poi ci si stupisce se molti crollano, se gli esiti sono scarsi, se il filtro produce più esclusi che selezionati. Intanto l’Italia continua a lamentare la mancanza di medici, però rende sempre più complicato entrarci. Vuole più camici, ma costruisce percorsi pensati per farne passare pochi. È un paradosso ciclico, ormai divenuto routine buona per riempire le pagine di cronaca. Alla fine resta l’impressione che in questa grande riforma non stiamo scegliendo chi sarà un buon medico: stiamo scegliendo come sempre, in questo Paese mai uscito dal feudalesimo, chi ha abbastanza risorse — economiche, psicologiche, familiari — da giocare in una partita truccata. E finché la medicina sarà l’unico porto sicuro, continueremo a usarla come un filtro sociale. Non come un percorso formativo.

Alessandro Porcelluzzi

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