Mar. Feb 17th, 2026

L’esortazione che Alfredo, ormai completamente cieco, rivolge al giovane Salvatore, in procinto di lasciare la Sicilia, è una delle scene più strazianti  del film-capolavoro “Nuovo cinema paradiso”: “𝑁𝑜𝑛 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑎𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑢̀, 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑖 𝑎 𝑛𝑜𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑖 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒, 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒. 𝑁𝑜𝑛 𝑡𝑖 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑓𝑜𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑎𝑙𝑔𝑖𝑎, 𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎𝑐𝑖 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖. 𝑆𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑖 𝑒 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑒𝑡𝑟𝑜, 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑒𝑛𝑖𝑟𝑚𝑖 𝑎 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑟𝑒, 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑖 𝑓𝑎𝑐𝑐𝑖𝑜 𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑐𝑎𝑠𝑎 𝑚𝑖𝑎. 𝑂’ 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑠𝑡𝑖? 𝑄𝑢𝑎𝑙𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑎𝑖, 𝑎𝑚𝑎𝑙𝑎, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑎𝑚𝑎𝑣𝑖 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑏𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑟𝑎𝑑𝑖𝑠𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑒𝑟𝑖 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑖𝑟𝑖𝑑𝑑𝑢.”
Il tono della voce di Alfredo  è fermo, perentorio, drammatico;  l’azione scenica è  carica di  angoscia, passione, amore e odio. L’impressione che tutto è compiuto è netta: la Vita è altrove, vattene. Terribile la damnatio memoria!  
In realtà,  l’apparente ostracismo del  giovane Salvatore   è un  atto di amore gratuito che unisce profondamente l’anima dei due protagonisti:  se abbiamo accanto una persona che ci  ama  più di sé stessa , si compie quel miracolo di cui soltanto Eros è capace.
Una destinazione, un viaggio di andata  è sempre insieme anche nóstos, “ritorno”, da cui deriva “nostalgia”:  “nostos” e “algos”,  “dolore del ritorno” o “dolore per il ritorno”. Prova nostalgia chi è lontano dalla propria casa e dagli affetti più cari. 
Sorprende, perciò, constatare che esiste una forma di nostalgia inversa di chi non ha mai lasciato la propria terra natale: “Torna al tuo  paesello che tanto bello”, recita un cartello che Mastro Ciccio ha affisso all’ingresso del suo laboratorio. 
Mastro Ciccio è un personaggio sui generis,  custode della memoria popolare, noto in paese sia per ragioni professionali -gestiva un piccolo ferramenta- sia per la sua ostentata ammirazione per il Ventennio. 
All’ingresso del suo negozietto campeggiava una riproduzione de “La pietà” di Michelangelo, rivisitata: la Madonna non reggeva in braccio il corpo esanime di Cristo morto bensì il cadavere dell’ Italia, devastata da ruberie, malaffare e corruzione. Invece, quando c’era Lui…legge  e ordine  regnavano incontraste. 
Dall’ordine al disordine, anzi al dileggio: inaccettabile per un uomo probo e rispettoso.   Provate a immaginare  la scena: il sempliciotto del paese, inviato da buontemponi e perditempo,  varca la soglia della bottega e, con aria serissima, chiede di comprare mezzo metro di corrente da versare in un cavetto di rame che lui stesso regge, come fosse una bottiglia vuota,  raccomandando  all’incredulo esercente di tappare bene le due estremità del cavo, “altrimenti la corrente scappa e va a perdersi nel vuoto cosmico”.
Già provato dalla follia dilagante nel paesello,  Mastro Ciccio strabuzzava gli occhi e  si lasciava andare a un fiume di improperi che avrebbero fatto impallidire perfino il Duce in carne e ossa.
Aspetti folkloristici a parte, cosa accomuna  Alfredo, Salvatore e Mastro Ciccio, se non ancora Eros?  Eros unisce (reductio ad unum nel caso dell’anima di Alfredo e Salvatore),  ma anche divide, quando si rovescia nel suo opposto; Fedra amava follemente il figliastro Ippolito, ma quando ne fu respinta questa passione si mutò in odio, in desiderio di vendetta e autoannientamento.
Nel caso di Mastro Ciccio,  Eros è desiderio e tensione,  nostalgia dell’età dell’oro che è stata ma che tornerà.  Eros ha il compito di ricomporre una comunità scissa nel segno della ritrovata  bellezza. C’è un tempo per la rottura, e uno per la continuità. C’è un tempo per la differenza, e uno per la somiglianza, sembra volerci suggerire Mastro Ciccio. 
Tuttavia, per ricomporre, dobbiamo invocare  Mnemosine, oggi in agonia. La storia si riscrive senza sosta,  la Nottola di Minerva non è mai ferma; ogni evento nasce nel tempo, ma il suo racconto muta, plasmato dagli occhi di chi lo guarda e dalle urgenze del presente. Così il passato  si ricrea, ancora e ancora.
Non per abbandonarsi a un caos di interpretazioni anarchiche, ma per cercare, come insegnava Benedetto Croce, connessioni profonde e antiche, conferme, domande che ancora ci inquietano.
E allora, ancora una volta, dobbiamo riscrivere la storia della Calabria. Per ricucire, per dare forma a ciò che è disperso. Ne hanno  bisogno  sia le località balneari della Calabria, devastate dal  turismo estivo  (Hannibal ante portas!), sia –  soprattutto- i paesi  dell’entroterra, cupe isole nell’ombra a rischio desertificazione. 
In definitiva, l’esortazione di Mastro Ciccio, seppur  sgrammaticata, ha un significato che va oltre il segno poiché prevale  il disegno fin troppo chiaro: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti» ( Cesare Pavese, La luna e i falò). 
PS La scena finale del film-capolavoro di Giuseppe Tornatore è altrettanto intensa. Salvatore, ormai canuto uomo di successo, torna alle origini, le sequenze del film sono lente, restituiscono allo spettatore l’idea che il tempo sia quasi immobile – in un contesto socio-economico in cui la rendita non si è mai trasformata in capitale produttivo è naturale-. 
Il vecchio Alfredo è ormai passato a miglior vita, tuttavia ha lasciato in eredità a Salvatore una pellicola da visionare: sullo schermo è un susseguirsi di baci cinematografici censurasti nella versione originale dei film. 
Salvatore si commuove, non trattiene le lacrime. Noi con lui: tutto ciò che davvero amiamo, con la stessa intensità con cui  Salvatore amava  𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑏𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑙 P𝑎𝑟𝑎𝑑𝑖𝑠𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑒𝑟a 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑖𝑟𝑖𝑑𝑑𝑢, resta.                                                                                                                                                                

Michele Lagano

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