Tracce

 

N. 06 del 1 DIC – Tracce e memorie delle donne – Intervista a Giorgi Liliana

Per la rubrica Tracce, concludo la trascrizione integrale dell’intervista a Giorgi Liliana, con il racconto di quelle “giovinezze” caratterizzate dalla lotta per i diritti, il lavoro, il contrasto alla miseria, e le prime agitazioni sindacali. 

 Giorgi Liliana – Seconda parte – (Trascrizione integrale)

Finita la guerra, la miseria era ancora tanta. C’era la grande disoccupazione. Le famiglie bisticciavano fino a fare a botte anche solo per avere quindici giorni all’anno di lavoro. Si, si soffriva la fame … anche dopo la guerra. Qui in montagna non c’era lavoro, così, a tredici anni sono adata a Milano, a lavorare come donna di servizio. Ero una bambina. In quella casa di signori, non arrivavo nemmeno allo scolapiatti e la “padrona” mi aveva dato un banchettino per arrivarci. Era il ‘48. Ho compiuto i quattrodici anni a Milano.

Nel dopoguerra, la mia casa era composta da quattro stanze dove abitavamo in nove. Nella camera di mia madre c’era un letto matrimoniale dove dormivano mamma, papà e la più piccola di noi sorelle, poi un lettino dove dormivamo io e mia sorella, una di testa e una di piedi. Per lavarci c’era il fosso dietro casa. Il bagno? C’erano i campi. Nel fosso lavavi tutto, anche la roba.

In cucina, al centro, c’era la stufa a legna, di ghisa, molto bassa. Per coprire i due buchi della stufa erano state usate due eliche di bombe che mia madre aveva trovato nel fiume, dove sorvolava Pippo.

Avevamo le posate in ottone e qualche piatto in tutto.

Spesso si mangiava brodo con fagioli. Il brodo per primo … e i fagioli li mettevamo da parte come secondo.

Mia mamma riusciva a fare una sfoglia grandissima con un solo uovo. Aggiungendo solo l’acqua. Quando da Milano scrivevo a casa, a mia mamma, dicevo sempre di farmi trovare, al mio ritorno, la sua sfoglia come al tempo di guerra. Quel ragazzino che è poi diventato tuo padre …  aveva quattro anni più di me, lui ha sempre raccontato del suo ciuffo bianco. Diceva che era stata la paura. I tedeschi l’avevano preso e poi lasciato andare, ma tanto fu il terrore, che gli venne quel ciuffo bianco che portò per sempre.

Quando ci fu un miglioramento, di preciso, non lo ricordo. Da ragazze eravamo tutte a Milano. Il lavoro da noi non c’era, e le ragazze partivano tutte, chi per Milano chi a Genova. A Milano, come donna di servizio, davano solo tre ore di libertà alla domenica. Al mio primo lavoro ho preso 500 lire. Mandavo tutto a casa. Servivano per il mangiare di tutta la famiglia, li mantenevo io con quei soldi, e anche se soffrivo tanto la lontananza… Dio quanti pianti, ero contenta perchè con quei soldi potevano mangiare.

La prima volta sono stata via nove mesi. Sono partita ad agosto e tornata a Pasqua. Quando sono partita pesavo 36 kg e sono tornata che ne ero 60. Avevo mangiato abbastanza ed ero diventata una signorina. Mia mamma non mi ha riconosciuta. Sono scesa dalla corriera … le valige allora venivano caricate e legate sopra alla corriera … Si è fermata davanti a casa mia, sono scesa e preso la mia valigia di cartone. Mia mamma stava facedo il bucato con la cenere, lo facevano una volta o due al massimo all’anno. Mettevano le lenzuala e sopra la cenere e poi sopra l’acqua bollente, più volte per tutta la giornata. Con l’acqua che correva giù per la strada e poi andavano a risciacquare nel fiume.

Mi ricordo che a Milano, prendevo il piatto e andavo vicino al termosifone a mangiare perchè ero abituata a mangiare vicino alla stufa.

Alla stazione di Milano, in quei tempi, che arrivavano tutte queste donne dalla montagna e da altre regioni, avevano organizzato la Protezione della giovane. C’erano delle signore che ti accoglievano, ti chiedevano se avevi il posto di lavoro o se no, ti davano loro il posto da dormire e ti aiutavano anche a cercarti un lavoro come donna di servizio. Io il posto ce l’avevo. La prima volta ero andata con mia zia, poi, ho sempre avuto il posto prima di partire. Ma là comunque, c’erano le agenzie che mettevano a posto le donne di servizio, come oggi quelle delle badanti.

Io ne ho cambiate diverse di famiglie, il primo anno sono rimasta nove mesi sempre nella stessa. Lì non dormivo mai. Avevo il lettino in cucina, non avevo una stanza mia e di notte era un via vai continuo, di chi veniva a prendere qualcosa. Poi mi è venuta l’influenza, mancavano pochi giorni per venire a casa per Pasqua, ma avendo il letto in cucina non avevo il posto dove stare. La signora mi disse che essendo malata, dovevo tornare da mia zia. Mia zia mi accolse e mi disse: “Non ti preoccupare Liliana domani vado a prendere i soldi che ti vengono e tutta la tua roba e in  quella famiglia non torni più.”

Sono venuta a casa a Pasqua, era aprile e nel frattempo ho fatto la domada per la risaia che iniziava a maggio. A quattordici anni ho fatto 20 giorni di risaia e 20 di ospedale a Novara. Avevo preso la febbre del riso. Una febbra altissima. A letto con la febbre del riso eravamo in diverse, tutte in un camerone. Ci hanno fatto patire una fame tremenda e oltretutto da ammalate non prendevamo paga. Quando sono tornata a casa, con pochi soldi, mamma piangeva. “Mamma ho preso pochi soldi ma il padrone mi ha dato tanti chili di riso.

I primi soldi in mano, io e un’amica, pensa… li abbiamo investiti in un limone. Non avevamo mai visto un limone e neanche le arance. Siamo arrivate a casa dal mercato, ansiose di mangiare quel frutto così strano,  giallo e profumato. L’abbiamo pelato in fretta perchè non vedevamo l’ora di assaggiarlo. Deluse l’abbiamo buttato via … Un’altra volta al mercato a Cerredolo, avevo visto un camioncino con tanta gente intorno che mangiava grossi, strani pomodori rossi. Sono andata da mia mamma di corsa a dirglielo e lei mi diede i soldi per comprarne due. Erano cachi. I primi cachi che vedevamo e mangiavamo. Da noi c’erano solo le mele e l’uva; mia mamma l’attaccava in alto in casa, per l’inverno, e quando partivo per Milano mi preparava una scatola da scarpe con dentro i tortelli di castagne e due tre grappoli di uva. Mangiavo un chicco per volta per farmeli durare e gustarmi l’uva di casa mia.

Di politica femminile? So solo che ho sempre lavorato e lottato. Io sono entrata a far parte di una commissione in risaia e dopo, quando ero operaia, in ceramica, in commissione interna. In risaia c’eravamo in quattrocento mondine, ottanta di Toano. Io ho vissuto tutta l’epoca degli scioperi. In risaia c’e stato l’anno degli scioperi, giornate intere e il padrone non ci dava da mangiare. Ci diceva: “Se venite a lavorare vi do il latte o se no vi arrangiate.”

Ci arrangiavamo con quello che ognuna aveva portato da casa. E’ stata dura.

Io facevo parte della commissione. Per il lavoro disumano che noi mondine facevamo, ci pagavano poco e non avevamo diritti. Il padrone di queste risaie immense era un marchese di Torino. Aveva quattrocento mondine a Busanengo e altrettante in un’altra cascina a Vercelli. Noi facevamo sciopero le altre no. Un giorno, siamo partite verso l’altra cascina. C’era una strada stretta con due canali dalle parti, davanti al gruppo, noi della commissione, e gridavamo alle mondine che stavano chine nei campi: “Cosa fate, perché lavorate? Noi stiamo scioperando, dovete scioperare anche voi, se quest’anno prendiamo poco l’anno prossimo prenderemo di più!”. Ci guardavano sotto al cappello, però non alzavano la testa, avevano il capo dietro, ogni squadra aveva l’uomo col bastone.

A un certo punto è partito il fattore con un trattore e a tutto gas, ha iniziato ad inseguirci, costringendo molte mondine a buttarsi nei canali. Io, da quanto correvo, avevo perso gli zoccoli e sono rimasti schiacchiati dal trattore. Arrivate nel paese vicino, siano andate alla camera del lavoro e il giorno dopo uscì uno dei primi articoli sul giornale.

Da bambina avevo due vestiti, uno dalla festa e quello da tutti giorni. Quando si veniva a casa dalla messa alla domenica mia mamma ci diceva di tirare dritto per le scale a cambiarci.

Da ragazza mi facevo i reggiseno da sola, un giorno t’insegno … E le mutande, facevo da sola anche quelle. Mia mamma aveva una Singer vecchia e cuciva a macchina, poi ho imparato anch’io. Avevamo comunque la luce … negli anni della guerra si usava poco perchè c’era  Pippo che non voleva vedere luci accese. Non avevamo il bagno, avevamo il bucalin, (NdR: vaso a forma di ciotola, spesso con un manico, tenuto spesso in un comodino o sotto al letto, e utilizzato generalmente come water),per la notte, nel comodino, e di giorno i campi e il fosso. Poi mio padre aveva costruito un gabinetto con i gamboni del granoturco. Più avanti ancora … vedi il progresso… avevamo un gabinetto nell’orto. Veniva tutta la borgata a fare i bisogni lì. Anche quello era fatto solo con dei rami, senza fogne, c’era solo un grosso buco coperto con delle assi di legno.

Altri tempi? Avevamo una vita e un cuore anche noi. Noi donne di quel tempo abbiamo fatto una vita terribile, tra la guerra e la miseria. Siamo state dei facchini, dei muli! Quando ho cominciato a lavorare in ceramica a Roteglia, la prima ceramica, prendevo la corriera delle cinque. Abbiamo fatto sacrifici disumani noi, ma la forza, forse, c’era data dalla speranza, la speranza di arrivare a stare meglio, lavorare per far star meglio la propria famiglia, per aver una casa, per far vivere i nostri figli una vita migliore.

Facevo nove ore compreso tutto il sabato, e solo a forza di scioperi abbiamo ottenuto la metà giornata del sabato … ci sembrava di aver conquistato la luna. Poi lo sciopero delle quaranta ore. Poi per gli straordinari, poi per la maternità… a forza di scioperi noi, come muli, si, abbiamo sacrificato le nostre vite perchè fosse migliore per i nostri figli.

E voi siete tornati indietro di tutto.

Alla mattina, alle cinque, si partiva per Roteglia e non si tornava a casa fino a sera, mangiavo un pezzo di pane e rubavo un grappolo d‘uva nei campi vicini. Quello era il mio pasto. Tornavo a casa alla sera, quando altri andavano a letto.

Accendevo la stufa e intanto che si facevano le braci, preparavo il letto, e poi mettevo il prete, (NdR: Scaldaletto utilizzato chiamato anche  “Il prete e la monaca”, le assi di legno erano il prete e costituivano un telaio per alloggiare un piccolo braciere, la monaca,  con la brace accesa, tenendo lontane lenzuola e coperte.). D’inverno al mattino c’era il ghiaccio nei muri interni e lo tiravo via con la scopa … Tua sorella è nata in un inverno così e dormito in una cassetta da uva.

La mia cucina sembrava un mercato, per asciugare la roba, stendevo su fili che tiravo ovunque.

Non c’erano gli scoli e non c’era l’acqua, dovevo ricordarmi di vuotare sempre i secchi, e dovevo andare a prendere l’acqua al trogo. Era una fatica continua per tutto.

Quando dico che ho fatto una vita terribile … Sono vite da raccontare ai giovani di oggi.

Alla ceramica Santantonio andavo con un vecchio motorino rosso. Anche d’inverno. Sono caduta più volte sulla neve e il ghiaccio. Non ho preso la patente perchè ho preso un terzo figlio. Mi ero iscritta, ma poi mi sono accorta di essere incinta e non c’è più stato tempo nè soldi. Anche alla Santantonio abbiamo fatto tanti scioperi e picchettaggi. Pensa che i padroni facevano arrivare i capelletti, (NdR: tortellini emiliani in brodo), a quelli che erano dentro a lavorare.

Questa, figlia mia, è stata la mia giovinezza!

 

Marzia Schenetti

 

 

N. 05 del 15 NOV – Tracce e memorie delle donne – Intervista a Giorgi Liliana

Per la rubrica Tracce, proseguo i miei articoli e interviste sull’impegno sociale delle donne. In particolare con l’intervista a Liliana Giorgi si toccano i temi della guerra, della miseria, del lavoro e dall’agitazione sindacale, in prospettiva autobiografica. Per una più completa ricognizione di questi temi, si può leggere anche l’articolo precedente, intervista a Giacomina Castagnetti staffetta partigiana.

 

Giorgi Liliana – Prima parte – (Trascrizione integrale)

Andavamo a scuola quando si poteva. Durante la guerra era difficile, io ho fatto la quarta e quinta insieme, in classi miste. Avevo dieci anni.  Andando per i boschi per non incontrare i tedeschi. Un giorno la maestra ci ha detto: “Non potete andare a casa perché sparano da una montagna all’altra”. Noi dovevamo passarci sotto. Siamo partite, comunque, passando per il bosco e ci siamo fermate in una casa di contadini. Località chiamata Le Piantate. Avevano otto figli, siamo arrivate noi, in due o tre, affamate e impaurite, avevano ucciso il maiale e ci hanno dato una fettona di pane con dentro i ciccioli appena fatti. Mia mamma era in pensiero, sentiva gli spari da monte a monte e non sapeva dove eravamo, non c’era il telefono … o il cellulare. Abbiamo aspettato un po’ e poi preso un sentiero fino a casa.

Quando siamo arrivate mia madre, contenta di vederci, era però dispiaciuta perché non aveva niente da mangiare da darci e ci pensava affamate. Ma noi l’abbiamo subito tranquillizzata, con un sorriso, dicendole che avevamo  mangiato benissimo, pane e ciccioli. Quella sera ci ha fatto stare sdraiate sotto la finestra fino a quando non ripassarono i tedeschi e cessarono gli spari.

Di notte passava un aeroplano che si chiamava Pippo e solo che vedesse una lucina, lui, lanciava le bombe. Fortunatamente sbagliava spesso il posto e le bombe cadevano sempre nel fiume. Mia mamma chiudeva tutti i buchi delle finestre con degli stracci per non far passare la luce dalla paura che ci colpisse. Dei miei zii, con cui ho vissuto, uno era prigioniero in America, uno è stato ucciso dai tedeschi. Scappava da casa sua, poi  l’hanno fatto prigioniero insieme ad un altro mio zio. Li hanno legati, con le mani dietro. Scendendo dal bosco, mio zio si è girato indietro e ha visto la sua casa bruciare. I suoi figli, ne aveva quattro, lo chiamavano da casa. Lui, a un certo punto, ha detto all’altro: “Io scappo”. Non era partigiano, era l’altro mio zio che lo era: zio Giuseppe, che gli disse subito: “Dove vuoi andare? Li abbiamo dietro con i fucili puntati!” Ma lui è partito di corsa in questa discesa, tanto forte che sembrava una lepre. Gli hanno  sparato ma senza prenderlo. Però, più in basso, località Ponte Dolo, c’era una squadra di tedeschi che hanno sentito sparare e vedendo questa persona che scappava hanno iniziato a sparargli anche loro. Mio zio si è nascosto nel bosco, sotto le foglie, ma loro sono saliti per cercarlo e vedere se l’avevano colpito. L’hanno scoperto e l’hanno ucciso con quattordici … i tedeschi avevano le baionette sul fucile … ecco, con quattordici pugnalate di fucile. Mia nonna ha conservato per anni e anni la sua maglia con i quattordici buchi. L’altro mio zio, invece, che non era scappato, l’hanno portato prigioniero a Cerredolo, dove adesso c’è il consorzio, quella era la prigione. Era talmente agile, che da lì riuscì a scappare. Se fosse rimasto, comunque l’avrebbero ucciso perché era un partigiano. Scappò nel bosco. I tedeschi mandarono poi un ragazzo a cercarlo e gli diceva: “Giuseppe vieni fuori … hanno detto che uccidono mio padre e tuo padre, vieni giù …”. Mio zio si era tirato addoso tutte le foglie e sterpaglie e rimanendo nascosto gli rispose: “Vieni dentro cretino che se andiamo giù uccidono sia noi che loro!” E così rimasero lì nascosti aspettando il buio per poi muoversi e tornare con il gruppo partigiani. I loro padri, nel frattempo, furono presi e portati al muro al consorzio per essere fucilati. Mi ricordo il tedesco che è venuto a casa nostra e ci ha detto: “Cerchiamo Giorgi Battista se non torna uccidiamo i due padri dei partigiani.

Li hanno presi tutti e due e messi al muro insieme ad altri quattro ragazzi. I quattro sono stati uccisi subito perchè scappati dal fronte. Poi sono arrivati dei capi e hanno chiesto: “Cosa fate con questi due vecchi?” – “Li uccidiamo perché sono padri di due partigiani.” –  “Se sono scappati i figli non è colpa dei padri, ma vostra.” E così, fortunatamente, li lasciarono andare. Sono partiti di corsa verso casa, con il terrore di essere colpiti alla schiena.

Di mio zio partigiano … io ero una bambina e vedevo mia nonna che andava a prendere spesso della roba sotto la gabbia dei conigli. Mi è rimasto in mente che prendeva fuori questi stracci e li metteva dentro ad un bidone d’acqua. Erano i vestiti di mio zio e dei partigiani … ci faceva fuoco sotto, poi faceva bollire con una specie di sapone, non so, allora non c’era il detersivo …. ricordo che venivano a galla migliaia di pidocchi. Li sciacquava, asciugava, e ripiegati li rimetteva sotto la gabbia, puliti dentro ad un sacchetto. Lui veniva di notte, prendeva i puliti e lasciava gli spochi. E tornava nei boschi dalla sua brigata.

Quel giorno che hanno ucciso mio zio, mio padre che era il fratello, esausto dalla guerra, disse: “Io non scappo più. Sono stanco. Succeda quel che succeda sono notti che non dormo…” E’ andato a letto e una spia del paese aveva subito avvertito i tedeschi. Sono arrivati, diretti, non si sono neanche fermati in cucina, sono andati sicuri su per la scala a prenderlo. Ripassando dalla cucina, dove c’eravamo io, le mie sorelle, mia madre e i nonni, ci ha salutato. Mia mamma aveva una bella pagnottona, l’unica che avevamo, ce l’avevano appena regalata, gliela diede e ricordo che lui se la mise sotto la giacca. Ci ha baciati, tutti, ed è andato. C’erano centinaia di persone che passavano, tutte in fila, una colonna di uomini e anche donne partigiane, li portavano tutti a Fossoli. Li hanno tenuti fermi lì otto giorni, intanto che fossero pronte le tradotte, e mia mamma andò con altre donne a salutarli prima che venissero trasferiti nei campi di concentramento in Germania.

Ho tantissimi ricordi, quelli di una bambina di 10 anni che è passata attraverso la guerra, la paura e la fame.

I tedeschi sono venuti altre volte a casa a cercare i partigiani. Ricordo una volta sono arrivati dentro due tedeschi rompendo la porta con il calcio del fucile, in piena notte, è rimasta rotta per moltissimi anni… Qualcuno gli aveva detto che mio zio era un partigiano. Hanno trovato nella camera dei miei nonni una cravatta di un mio zio, che allora era prigioniero in America, una cravatta rossa, e per il fatto che era rossa hanno incominciato a insistere dove fosse il partigiano,… mia nonna cercava di fargli capire che era prigionero in America… ricordo il terrore di quella notte.

Durante la Resistenza, ricordo più di una notte passata in una stalla, c’era quasi metà Cerredolo, anche quelli benestanti non solo i poveri, tutti in questa stalla, a dormire sopra alla paglia, in località Sotto le vigne, un posto fuori mano, e a quell’epoca non c’erano strade ma solo sentieri. Poi nei periodi più caldi dormivamo spesso nei boschi verso La piana del lago. Al mattino arrivava un contadino che aveva le mucche … le lasciava libere e le andava a mungere, e poi ci portava un secchione di latte, un bicchiere per uno a noi bambini. Quello si è un bel ricordo … eravamo tutti intorno al secchio.

Nel periodo che ci siamo rifugiati da mio zio, ricordo che avevano un letamaio e sotto avevano scavato un grosso buco, proprio una stanza che veniva illuminata con una lampada ad olio. La stanza poi era coperta con tavole di legno e sopra, questo mucchione enorme di letame. Lì, c’e stato nascosco anche mio padre e i miei zii, uno dei quali è stato poi ucciso per colpa di una spia.

Tra il 18 e 19 marzo, di notte era venuta la neve. Mia madre ricordo che allarmata disse: “Sento dei rumori strani” e allora abbiamo socchiuso la finestra appena, appena, per vedere … Passavano sulla strada, davanti a casa,  colonne di tedeschi tutti vestiti di bianco, mi è rimasta in mente tanta, tantissima neve e i tedeschi, tutti bianchi anche loro. Erano in tantissimi a piedi e marciavano nella notte strappando la neve. Noi ci chiedevamo: “Madonna mia dove andranno…

Alla mattina, appena giunto giorno, si sentiva sparare dall’altra parte del monte, a Monchio e si vedeva il fumo salire dal paese. Hanno ucciso l’intero paese, li hanno portati davanti alla chiesa e uccisi tutti, donne e bambini … Anche lì perché le spie avevano detto che era un paese di partigiani.

Mio papà era già prigioniero in Germania, mia madre era rimasta con noi tre bambine. Dovevamo scappare perché i tedeschi stavano rastrellando e bruciando ovunque. Così scappiamo dai miei zii a Corneto. Loro avevano sette figli e tre noi, dieci bambini. Mia zia ricordo che ci diceva: “Andate nella stalla che c’è caldino”. La casa dei miei zii era un posto molto isolato. I tedeschi passavano ben poco. Mio nonno aveva le mucche e altri animali. Eravamo in tutto ventidue persone e ricordo delle frittatone. Lì riuscivamo a mangiare. Ricordo che in casa avevano nascosto un partigiano. Era ferito e l’avevano messo nell’ultima camera in alto e a noi bambini, lo volevano tenere nascosto … ma i bambini sono furbi, eravamo andati a spiare dalla porta e avevamo visto questa persona tutta fasciata. Mio nonno quando se ne accorse, prese i più grandi, anche me, e ci disse: “Guardate che se vi scappa detto qualcosa, i tedeschi ci ammazzano tutti.

Di notte, mia madre, ci metteva del cotone nelle orecchie perchè c’erano tante bestie nel letto: cimici, pulci, pidocchi, e al mattino lei ci passava il petrolio in testa.

Prima della guerra, a mio padre gli hanno fatto bere l’olio, quando è iniziato il fascismo. Volevano che prendesse la tessera fascista e lui non la voleva. Gli ha detto questa frase, che ha ripetuto tutta la vita: “Ci siete in tre e forse l’olio potete riuscire a darmelo però, quando vi trovo uno per uno, vi sistemo.”

Passavano a prendere il rame e l’oro, anche mia mamma gli ha dato la vera. Il duce li voleva per fare la guerra, non si poteva scegliere. Mia mamma dopo la guerra se l’è ricomperata. Anche mia nonna. A lei, il  duce, aveva dato il diploma per i figli maschi, certo, che poi, sono andati tutti in guerra.

Quel giorno che bruciava Monchio e siamo scappati, nel passare dal paese di Cerredolo, c’era un grande telone, con sotto un mucchio di roba. Mia mamma ci disse: “State indietro che guardo io.” Erano tutti morti. Un mucchio di morti. E mia madre ci tirava via, indietro, ci diceva che no, non c’era niente, ma io avevo visto quei rigagnoli di sangue che correvano fuori dal telo. Mia sorella Pia ha smesso di parlare. Era rimasta muta. Io le dicevo: “Stanno arrivando gli americani … Pia guarda … che buttano giù le caramelle.” Ma lei non parlava più. Gli americani facevano i lanci buttando giù viveri e armi e noi bambini guardavamo i paracaduti con attaccato tutti questi pacchi. Con i paracaduti mia mamma  faceva lenzuala e vestiti.

Mi ricordo il ritorno di mio padre dalla Germania, a guerra finita. I suoi racconti … di quello che ha sofferto e le botte che ha preso. È arrivato a casa gonfio e irriconoscibile. Ha fatto tre mesi d’ospedale perché mangiando solo bucce di patate e ortiche gli era venuta le nefrite. Quando è arrivato, è sceso da un tre ruote, aveva fatto a piedi fino a Innsbruck, erano in tre e sono arrivati fino a casa con passaggi di fortuna. Appena arrivato mi ha detto: “Avrei una sete di acqua buona e fresca …” Sono partita di corsa a piedi nudi per prendergli l’acqua fresca … c’era una fontanella giù, dietro al fiume. Dal tanto che correvo non vedevo nemmeno la strada.

Della mia infanzia ecco ricordo la guerra, il freddo e la fame.

D’inverno mi mettevo tanti maglioni, non avevo un cappotto. A scuola c’era una stufa alta di terra cotta rossa. Proprio quando frequentavo la quarta e quinta, c’era la guerra. Si andava poco a scuola. C’era la paura. Mi hanno promosso lo stesso anche se avevo tante insufficienze, A sei anni invece, avevo una camicetta bianca fatta da mia mamma e la gonnellina blu per il sabato fascista. Era prima della guerra. Allora non c’erano le scarpe, non per noi. Usavamo gli zoccoli. Mi faceva gli zoccoli un vecchietto della Guarana. Con delle scarpe vecchie, ci metteva sotto il legno e faceva gli zoccoli. I miei sogni di bambina? Che tornasse a casa mio padre… Dicevano che quando arrivavano gli americani avremmo trovato le cioccolate per strada, ma io non le ho mai trovate. Magari dalle camionette qualcosa allungavano. Per mangiare spesso andavo a rubare le castagne, altro che cioccolate.

La guerra da noi è durata di più perchè ci sono state tutte le rappresaglie.

Tanta miseria ho visto… ricordo che Don Giulio una volta passò da casa e mi disse: “Vieni su con un sacchettino.” Mio padre era in Germania, e ci capitava spesso di non avere niente da mangiare … mi diede un sacchettino di farina bianca. Mia mamma aveva così voglia di polenta che la fece con la farina bianca. La fame ti fa sembrare buona ogni cosa.

 

Marzia Schenetti

 

N° 04 del 01 NOV – “Intervista a Giacomina Castagnetti, staffetta partigiana”

Per la rubrica tracce di questo quarto numero, sono andata alla ricerca di quelle “parole chiave”, che tanto mi rimasero impresse intervistando Giacomina Castagnetti, staffetta partigiana. L’intervista faceva parte di una raccolta di memorie e testimonianze, nella progettazione dello spettacolo di teatro civile “Women in Resistance. Dalla Resistenza al resistere. Donne di ieri e di oggi”. Il lungo racconto di Giacomina è stato chiaro e illuminante in quanto retto su parole fondamentali che per l’appunto segnano, sì, il suo racconto, ma anche la storia, e la storia di sempre … parole alle quali sarebbe opportuno dare la massima attenzione e valore.

(Trascrizione integrale dell’intervista a Giacomina Castagnetti, Staffetta Partigiana – Febbraio 2016)

DISAGIO E MISERIA

La prima guerra mondiale è stata una guerra distruttiva e massacrante, però si svolgeva al fronte; un esercito da una parte e uno dall’altra. Le famiglie hanno subito subito dopo la guerra ogni conseguenza, la crisi del ‘29: bambini ammalati, giovani denutriti, bambini che nascevano malformati per gli stenti degli adulti.

Io sono nata proprio in quel periodo. Quella situazione di estremo disagio e miseria è stata il momento favorevole per la nascita del fascismo.

Ho cominciato subito, fin dalla scuola, a sentire parlare di queste cose. A casa sentivo parlare di bambini malati o di cui nessuno se ne curava … se andava a scuola o nei campi … esempio io, ho fatto solo la terza elementare perché in campagna c’erano solo quelle tre classi. Le aule si riempivano in inverno e d’estate restavano deserte. Non rimaneva nessuno perché i bambini dovevano andare a lavorare nei campi.

Erano le famiglie che decidevano, se mandarti a scuola o a zappare la terra. E decidevano anche in relazione se eri una donna o un uomo.

Mia mamma era vedova con otto figli e non era aiutata da nessuno.

Le famiglie spesso decidevano di far studiare i maschi perché così il sapere rimaneva in famiglia. Andavo dalle suore ad imparare a cucire, ma alle bambine come me, veniva insegnato non a ricamare, attività per le famiglie ricche, a me insegnavano a rammendare … quello che una semplice donna di famiglia doveva saper fare.

INGIUSTIZIA

Ho cominciato subito da bambina a percepire le ingiustizie. L’ingiustizia mi dava veramente fastidio, la percepivo come un qualcosa che non vorresti vivere.

Il duce voleva tutti i bambini dritti a far ginnastica, con la schiena dritta, però i bambini avevano la scogliosi e non mangiavano abbastanza per stare dritti. Al sabato fascista, ricordo, c’erano i “figli della lupa” che avevano tre anni, con la loro divisa: braghe grigio-verde, la camicia nera e un moschetto di legno. Credere, Obbedire, Combattere! … questo dovevano urlare, e dentro a quella frase c’era tutta la mentalità di come doveva essere la società italiana.

Mia madre mi diceva che non c’era la possibilità di avere la divisa e non mi sono mai preoccupata di sapere perché; mi sono preoccupata invece, quando in classe, un giorno, distribuirono l’uovo di Pasqua ai bambini. Era il primo uovo che vedevo. Mi sono passati davanti senza darmelo, perché non avevo la divisa. Quell’ingiustizia mi ha pesato tantissimo, e questo ha contribuito al bisogno di andare alla ricerca di altre cose, e quelle cose le ho trovate subito in mio fratello. Lui era un antifascista e l’ho saputo dopo . Mio fratello mi diceva “ Non preoccuparti … ci sono cose più importanti dell’uovo di Pasqua”.

FAMIGLIA

Quando poi ho iniziato a capire che avevo un tutore mi sono chiesta perché. Perché la mia mamma, solo perché donna, non poteva avere la patria potestà sui figli? Il paradosso più grande è che era stata pure premiata da Mussolini per i suoi sei figli maschi. Non gli otto figli, ma sei figli maschi, che rientravano nelle tre parole: credere, obbedire, combattere. Figli destinati alla guerra che lui stava già preparando.

Raccoglievano l’ “oro alla patria”. Andai con lei quel giorno. Aveva un anellino, una fede a lei molto cara. Non aveva più suo marito e quella, era il simbolo che dimostrava la creazione di una famiglia. Per l’Italia che era sempre stata un paese cristiano, cattolico, quell’anello doveva essere la cosa più sacra invece, la preparazione della guerra non ha rispettato neanche questo grande valore.

Ricordo il viso e la tristezza di mia madre quando ha fatto cadere l’anellino in un catino che ha fatto tic, poi le hanno dato in cambio un anello di ferro. E pensare che usavano la Regina come simbolo della giustezza dell’ “oro alla patria”. I pochi giornali mettevano la Regina come icona di prima donna a donare quell’anello, ma la Regina, secondo me, non aveva solo quello. Adesso che ci ragiono con una mentalità diversa, con più profondità, mi diventano ancor più brutti e più pesanti questi ricordi. Approfittare dell’ingenuità, direi anche di un grado molto basso di scolarità … In quegli anni il 40% dei ragazzi era analfabeta.

PAURA – DISOBBEDIENZA

Chiedere un atto estremo alla gente come atto di devozione totale?

Io penso che per l’ “oro alla patria”, ci sia stata proprio paura. Mia madre, che aveva sei figli maschi e tutti quanti in grado di essere chiamati alla guerra, aveva paura. Allora, se disobbedivi, uso questa parola, venivi segnato. Una madre con dei figli, da sola, non poteva permettersi di essere segnalata. Tanta gente è stata rovinata, è dovuta scappare in esilio, in molti sono stati condannati dal tribunale speciale.

Se disobbedivi diventavi una persona che non aveva più diritto al lavoro, e a niente. Cercavano di annientare la vita sociale. L’ “oro alla patria”, secondo me, è stato il massimo che il fascismo ha preteso dalle famiglie italiane.

Sono stata contenta di essere parte della mia famiglia, perché adesso, sempre di più, capisco quale cultura mi sono fatta in un momento che cultura non c’era … perché la personalità della gente veniva annientata, non c’era possibilità di pensiero.

Mi ricordo una volta, che arrivando da scuola, nella stalla c’erano gli amici di mio fratello. Le stalle per noi erano il luogo più accogliente. Lì si faceva vita politica, compagnia, aggregazione. Nella stalla passava tanta gente allora. Era il punto anche d’informazione.

INFORMAZIONE – RACCONTO

In campagna i giornali non c’erano e comunque allora c’era solo il giornale Il solco fascista e poco più. Nelle stalle passavano chi aggiustava ombrelli, chi faceva le sedie, gli ambulanti e il racconto di questa gente diventava il giornale e la radio, diventava l’informazione. Poi, se la persona aveva la capacità del racconto, io dico, che la capacità di raccontare, è arte.

Le notizie venivano discusse, confrontate, dilatate, passavano da vari cervelli, come una prova del racconto, perché venivano arricchiti dal pensiero di molte persone. Per raccontare in modo naturale, si deve pensare, se invece leggi scorri le parole; per raccontare bisogna che tu ripensi e diventa un’arte, tra il pensiero e il cuore.

Quel giorno sentii mio fratello che disse: … per la povra genta la guera en porta mai nient d’ boun … Questa espressione così lapidaria, mi faceva crollare tutto il castello che l’insegnante mi aveva messo nella testa … che la guerra era la salvezza dell’Italia.

Subito non avevo la capacità di capire tutto, ma il viso di mia madre spesso mi parlava.

Una notte vennero i carabinieri a prendere mio fratello, l’hanno portato nella prigione di Castelfranco Emilia perché era un antifascista, avevano preso altri trenta giovani insieme a lui, tutti antifascisti.

Mussolini, che stava preparando la seconda guerra mondiale, non voleva disturbi.

Adesso si, vedo le cose. Mussolini è riuscito ad avere così tante adesioni nonostante le ingiustizie e convincere un popolo e ora mi chiedo come sia stato possibile. E’ stata fatta proprio una preparazione psicologica di massa alla guerra.

Arrestarono mio fratello, che io stimavo così tanto perché mi ha dato tanto aiuto in momenti terribilmente difficili della mia infanzia. Non riuscivo a convincermi che lui fosse uno da mettere in prigione.

Non lo mandavo giù, e da quel momento ho iniziato ad odiare il fascismo, proprio per queste cose brutte che provocava nella mia famiglia. Ma non era un odio violento, l’odiavo perché rovinava il mio modo di pensare, i miei sentimenti, avevo solo tredici anni però qualcosa la capivo …

Allora odiavo il fascismo, adesso mi mette rabbia e questo mi dà la volontà, nonostante gli anni, di raccontarlo ancora.

Sono sempre più convinta che il racconto è sempre vero, perché se la cosa l’hai vissuta fai fatica a barare, ti esce spontanea, non c’è bisogno di andare a cercare le parole, non hai bisogno di un copione da leggere. Quando mio fratello è venuto a casa e ha raccontato (solo alcune cose, perché non voleva farmi stare male), mi disse che era stato torturato. E’ tornato a casa ammalato, l’avevano rovinato, e ha subito finché è campato.

E’ morto da pochi anni, quasi a novant’anni. Quando volevo chiarire delle cose, andavo a trovarlo e l’ho sempre ritrovato in grado di darmi le risposte.

Ho ancora da chiarire. Non ha niente da chiarire chi non si preoccupa.

SLOGAN -GUERRA

E così siamo arrivati a quello che si prevedeva. Arriva il periodo delle parate. La gente in piazza ad urlare gli slogan che il fascismo voleva.

Il 10 giugno del ‘41 Mussolini fece quel discorso a Roma e chiedeva al popolo: Volete la guerra?!?.

Era un urlo che si alzava con un: Sì, vogliamo la guerra!!! Ecco, questa è una delle cose che non ho ancora chiarito nonostante i miei novanta anni.

La guerra è la cosa più brutta, specialmente la seconda guerra mondiale, la prima in cui hanno subito i bambini e le famiglie a casa, con i bombardamenti, i rastrellamenti. La guerra non era solo dei soldati al fronte. Si era talmente sviluppata la tecnica che non era più l’uomo che si batteva con l’uomo, ma c’erano le macchine e le bombe che indistintamente arrivavano ovunque.

Bambini e famiglie impotenti sotto alle bombe. Questa cosa mi aveva molto intimorito.

A casa nostra, di una famiglia di tredici componenti, erano rimaste solo donne e bambini, la mia mamma era già morta.

Ricordo che dovevo fare tutto quello che potevo per sopperire a quello che facevano prima gli uomini di casa. Il regime ti obbligava. Dovevi lavorare per consegnare il raccolto.

GIUSTEZZA

Ho cominciato nel soccorso rosso e non ci pensavo che fosse pericoloso … ero talmente convinta della giustezza di quello che facevo. Era arrivato il momento per cui io non potevo solo ascoltare, ma dovevo anche agire. Questa é stata una cosa che mi ha maturato molto. Penso tante volte di non essere mai stata piccola, ma di essere cresciuta nel mio modo di pensare, che andava aldilà del modo semplice dei bambini.

Nel ‘42 arriva il telegramma che ci comunica la morte di mio fratello Mario in Grecia. Erano solo sei mesi che era partito.

L’Italia andò a invadere la Grecia mal preparata e infatti, i primi mesi fu un massacro per i giovani, giovani che erano semplici soldati di leva totalmente impreparati.

Mi ricordo come fosse adesso che vennero due fascisti, ricordo i loro stivaloni lucidi. Ci spiegarono che il duce voleva che queste notizie venissero date di persona e non con un telegramma.

Quando mi hanno vista piangere, mi hanno sgridata e mi hanno detto che non dovevo piangere perché mio fratello era morto per la patria.

Poi, nel ‘43, non abbiamo più avuto notizie di un altro mio fratello che era in Russia sul Don, e ancora adesso dopo settanta anni non sappiamo che fine abbia fatto … un altro, sul fronte francese, e un altro ad Ancona che è stato poi liberato per primo .

E arriviamo verso il ‘43, quando c’è stato lo sbarco in Sicilia, e loro sono venuti a casa, dopo l’8 settembre.

Dino, il più vecchio, appena tornato dal fronte è stato arrestato come ostaggio, perché mio fratello più giovane, di 17 anni, era stato richiamato e non voleva presentarsi. L’hanno portato in prigione a Reggio Emilia ed è stato liberato solo con il bombardamento.

Dell’8 settembre ricordo una grande confusione.

Si diceva che era stato firmato l’armistizio, e invece Badoglio diceva che la guerra continuava. E’ stata la cosa più vigliacca che potevano fare.

In quelle giornate non si sapeva con chi si doveva fare la guerra. Da una parte è stata data la possibilità ai tedeschi in 24 ore di passare da amici a nemici, e padroni di tutto il nord Italia, dall’altra la possibilità a Vittorio Emanuele III, che era il capo delle forze armate italiane, di scappare e rifugiarsi in meridione.

Questa confusione per l’esercito italiano è stato il massacro.

I ragazzi scappavano dal fronte e non sapevano cosa fare… ragazzi in divisa senza possibilità di difesa.

Quando sono andata ad accompagnare una signora alla stazione di Rubiera, che andava a cercare suo marito, il giorno dopo dell’8 settembre, vedevo i giovani che si buttavano dai finestrini del treno, e si davano alla fuga nelle campagne.

Agli sportelli di uscita c’erano i presidi tedeschi che prendevano i giovani e li ricaricavano sul treno e li portavano in Germania.

Questo avvenimento mi è stato sufficiente per arrivare a casa e iniziare a passare parola … perché questi ragazzi in fuga arrivavano alle case in campagna dove erano meno visti.

LE DONNE

Le donne per me sono state le prime partigiane in Italia.

Perché le donne non erano politicizzate, erano delle mamme, delle spose, delle fidanzate che avevano i loro uomini al fronte. E ad aiutare questi sbandati, perché non sapevano dove andare, gli sembrava di aiutare i loro. Questo sentimento d’amore che le donne hanno, non hanno bisogno che glielo insegni nessuno. Queste donne sono state le prime a capire da che parte stare.

Io dico, e lo confermo, che le donne sono state le prime partigiane e quest’atto d’amore ha creato un’intesa tra le donne.

I giovani sempre di più avevano bisogno del nostro aiuto. Gli uomini scappavano in montagna, ma lassù avevano bisogno di mangiare, di vestire, di dormire. Se non ci fossero state le famiglie ad ospitare e sostenere questi giovani, la lotta partigiana non ci sarebbe stata …

… un movimento spontaneo, un movimento di massa e sostegno … e così la lotta partigiana è continuata, contando sulla forza delle famiglie e in particolar modo delle donne.

Quello che hanno fatto le staffette lo sappiamo: portare gli ordini ai gruppi in montagna, tenere vive le comunicazioni tra i gruppi. Se non ci fossero state loro che tenevano questo collegamento tra le azioni di un gruppo con l’altro, naturalmente con la ferocia dei tedeschi, non sarebbe stato possibile resistere.

DIRITTI – DEMOCRAZIA -PARTECIPAZIONE

La nostra zona è stata piena di massacri. La vicinanza alla linea gotica ha portato a questi massacri. perché i tedeschi volevano intimorire la gente, era diventato un supplizio.

Hitler aveva dato ordine che i tedeschi non dovevano indietreggiare dalla linea gotica, e quindi avevano creato un linea di testa di ponte nella pianura padana e noi eravamo come al fronte. Le nostre campagne e i nostri monti hanno subito i bombardamenti, e tutto quello che subivano le grandi città.

Le nostre azioni venivano accompagnate anche da un discorso politico. Noi pensavamo già cosa avremmo voluto dopo alla guerra. Eravamo giovani e pensavamo veramente di poter avere la situazione in mano, se ci preparavamo al dopo guerra.

La prima riunione a cui ho partecipato con un commissario politico, la ricordo: lungo la strada che va da Masone a Gavassa; l’abbiamo fatta sotto a una pianta per non mettere a rischio nessuna famiglia.

Lì, per la prima volta ho sentito parlare di diritti, d’emancipazione, di diritto al voto e di democrazia. Queste parole le ricordo ancora come se le sentissi ora.

Abbiamo organizzato vere raccolte di cibo, ricordo per il Natale del ‘44 facemmo il passa parola perché tutte le famiglie, le donne , preparassero qualcosa da mangiare per i partigiani. La casa di riferimento per la raccolta era la mia, una casa definita d’accoglienza. Queste iniziative hanno incontrato tanta voglia di partecipazione.

Poi, siamo uscite dalla clandestinità.

Ci avevano detto che ci sarebbero stati i partigiani sul ponte del Crostolo a difenderci, ma io non l’ho mai saputo se c’erano o meno. Noi siamo partite, e si doveva arrivare nel cortile della provincia di Reggio Emilia, dove stava il podestà, una per una, obbligatoriamente, perché due persone erano considerate gruppo.

Duemila donne. Io mi ricordo che eravamo in tante in quel cortile, poi un gruppo di delegazione è andato dal podestà a reclamare il mangiare per i bambini e le famiglie. Nello stesso momento, questo succedeva, in provincia, in diversi altri comuni: Fabbrico, Novellara …

NECESSITA’

E’ stata necessità. Noi, volendo o non volendo, subiamo tutto quello che succede nella nostra storia, nel nostro vivere giorno per giorno. Non è che uno possa estraniarsi e dire, io me ne sto da una parte, non voglio interessarmi di niente. Sono gli altri che vengono a cercarti, sono gli altri che t’impongono.

Marzia Schenetti

 

 

N° 03 del 15 OTT – “Sulle tracce di Dante Corneli”

Nell’anno 2000 Cafagna, Foa, Galli, Macaluso, Mafai, Maitan, Mieli, Occhetto e Ripa di Meana scrivevano al Sindaco di Tivoli per intitolare una strada a Dante Corneli, nel decennale della morte.

Per chi non fosse addentro le vicende della Sinistra italiana, si tratta di intellettuali ad essa appartenenti, seppure con diverse posizioni, o comunque appartenenti all’area del riformismo progressista, che scrivevano ad un altro membro della Sinistra (peraltro esponente non di primo piano, e ignoto ai più): il Sindaco DS di Tivoli, per l’appunto.

(DS = Democratici di Sinistra è la sigla entro cui era confluita la maggior parte del Partito Comunista Italiano, e rimane a sua volta il maggior affluente dell’attuale PD = Partito Democratico.)

Inutilmente. La strada non fu intitolata.

Ed io, quindici anni dopo (2015), mi incaponivo invece affinché questo potesse ancora avvenire. Ma dove non erano riusciti loro, poteva riuscire un cittadino italiano come tanti?

Tuttavia ci provo ancora, scrivendo per esempio alle Autorità della città laziale in cui vivo (Nettuno), anche perché l’esempio di Corneli dovrebbe essere conosciuto ben oltre lacittà di Tivoli … ED OGGI CHIEDO ALL’IGNOTO LETTORE DE “LINTELLIGENTE”, SPACIALMENTE A CHI ABBIA QUALCHE RUOLO NELLA POLITICA ATTIVA, di prendere anche lui il testimone di quell’iniziativa, e correre questa staffetta con me, e con noi.

Ma chi è stato Dante Corneli, e per quale motivo il gesto simbolico di intitolare una strada, peraltro abbastanza di routine (si intitolano strade pressoché a chiunque), può essere oggi importante, e, soprattutto, può essere finalmente “la cosa giusta”?

Dante Corneli (Tivoli 1900 – Tivoli 1990) è stato un comunista italiano, vittima di incredibili ed inestenuate ritorsioni da parte di Stalin, del suo entourage e, “per inerzia”, anche fa parte del suo successore, l’ “antistalinista” Chruscev: cosiddetta “autocritica”, prigione, deportazione (oltre il circolo polare artico – ! -), confino, lavori forzati.

Come si era cacciato in questo guaio? Antifascista, nel 1922 è costretto a fuggire da Tivoli per aver ucciso il segretario del fascio, e dopo aver peregrinato per tre anni in Europa, approda finalmente in quello che, da comunista, considera il “mondo nuovo”: la Russia post-rivoluzionaria (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, o più brevemente Unione Sovietica).

E’ il 1925, e Corneli pensa evidentemente di potersi ricostruire una vita normale: si sposa e fa politica attiva in Unione Sovietica … del resto, come diceva un vecchio slogan, “Il proletariato non ha nazione”, ed il nostro proletario lo era veramente: aveva cominciato a lavorare a 10 anni, perdendo due dita di una mano. Ma nel fare politica attiva, commette l’ “errore fatale” di parteggiare per Trockij, invece che per Stalin, che sarà invece l’unico vincitore delle lotte intestine al Partito Comunista dell’URSS, e diventerà quindi, a tutti gli effetti, il dittatore che abbiamo imparato a conoscere. La vicenda di Dante Corneli è paradigmatica per due ulteriori motivi:

1) pare che Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano, non abbia fatto mai nulla per mediare in favore di Corneli, ed altri comunisti italiani nelle sue stesse condizioni: la teoria in auge per decenni era che intervenire in tal senso poteva generare ulteriori ritorsioni;

2) ma Corneli, che era un vero “resistente” (ed anche, come si dice oggi, un “resiliente”: lo vedremo nel finale dell’articolo), riesce a tornare in Italia mediante due permessi (1965 e 1967), ottenuti attraverso la mediazione di Umberto Terracini, e si darà la missione di sollevare il velo sui crimini sovietici, anche in memoria dei compagni morti nelle carceri.

(Terracini è stato un importante politico del PCI, soprattutto nel dopoguerra; negli Anni Sessanta è oramai ai margini delle decisioni che contano, ma il suo fattivo per Corneli evidenzia la diversità di vedute, anche dentro il PCI, sulla vicenda delle persecuzioni staliniane.)

Dante Corneli ritorna a Tivoli definitivamente nel 1970, e negli ultimi 20 anni della sua vita (1970-1990) pretende “addirittura” di essere ascoltato, per narrare di ciò che aveva conosciuto e dovuto passare personalmente.

Da wikipedia:

Scrive le sue memorie di denuncia dello stalinismo ma non trova un editore disposto a pubblicarle: si rivolge inutilmente nel 1970 a Rizzoli e Mondadori, nel 1973 a Rusconi. È quindi costretto a pubblicare in proprio i suoi opuscoli di ricordi, finché, tramite l’aiuto di Terracini, nel febbraio 1977 può far uscire il libro Il redivivo tiburtino presso la casa editrice La Pietra (…). Rivolge pesanti accuse al gruppo dirigente del Pci (in particolare a Palmiro Togliatti, Paolo Robotti, Antonio Roasio e Vittorio Vidali) per la sua complicità con Stalin. (…). Il libro viene recensito su L’Espresso da Leo Valiani, e nel gennaio 1983 Enzo Biagi invita Corneli in televisione per un confronto con Antonio Roasio.

Nell’Ottobre del 2015, come Prefazione a tre mie poesie sulla vicenda di Dante Corneli, scrivevo su “Tutùm Versi”:

Vorrei qui promuovere una breve riflessione sull’ultimo periodo (1970 – 1990), ed in particolare sul fatto che pur essendo state le sue posizioni anti-stalinistiche obiettivamente propedeutiche al progressivo cambio di rotta del PCI sull’esperienza sovietica, Corneli non sia mai stato considerato, se non da pochi, un gloriosissimo precursore (nonché un grande perseguitato, verso cui dovrebbe essere comunque “obbligatoria” la solidarietà). Insomma, i vertici del Partito hanno fatto di tutto per “silenziare” la sua preziosa testimonianza.

Ebbene, che la storia del Comunismo italiano e internazionale sia piena di equivoci, fraintendimenti, tradimenti, eventi criminali è cosa ben nota, e sarei un ingenuo a non saperlo, e a non averlo saputo fin da giovane. Ma sebbene in posizione personalmente defilata, ho comunque attraversato il Movimento Studentesco, gli studi marxistici all’Università di Roma, la sezione Mazzini del PCI (quella, per intenderci, vicina al Liceo Mamiani e alla RAI, conseguentemente molto “curata” dai dirigenti del PCI).

Come può essere successo che non fossi mai venuto a sapere della vicenda di Dante Corneli per 40 anni? E’ presto detto. Proprio per quel “silenziamento”. (…) Ma se il silenzio che circonda la vicenda di Dante Corneli poteva apparire vagamente comprensibile in un lontano passato di vendette e ritorsioni (…), diventa assordante e veramente inspiegabile alla luce di quei processi di liberazione (Sessantotto, Primavera di Praga), che ben avrebbero potuto consigliare di riannodare irreversibilmente il filo fra Sinistra, Rivoluzione e verità storica. Una questione tutt’altro che “vecchia”, quindi, ed anzi di stringente attualità. (Ed) ho capito irrevocabilmente (proprio grazie a questa vicenda) una cosa: che dove si tenta di “silenziare” le persone, non può esserci Sinistra.

Oggi sono qui per continuare a pagare il mio debito (che sento “mio” in quanto ex-appartenente alla Sinistra italiana, mentre i corresponsabili del “silenziamento” di 30-50 anni fa, alcuni dei quali ancora vivi, non lo sentono evidentemente “loro”, a causa di quella “tirchieria emotiva”, che, evidentemente più del senso di giustizia, appartiene loro).

E desidero onorarlo fino in fondo, con un’ulteriore citazione, dal bellissimo articolo di Federico Bernardini, che purtroppo è venuto recentemente a mancare, in cui si spiega benissimo ciò che ho brevemente anticipato sopra: la “resilienza” di Dante Corneli, che fa di lui una figura non solo coraggiosa e civicamente esemplare, ma anche modernissima.

Fra i tanti aneddoti che potei ascoltare (dalla viva voce di Dante Corneli: NdR) mi piace ricordarne uno, particolarmente significativo e commovente. Durante i lunghi anni di detenzione ebbe, tra i suoi compagni di sventura, un excolonnello dell’Armata Rossa, come lui appassionato di scacchi. La vita a Vorkuta era durissima: freddo, fame, maltrattamenti e lavoro sfibrante nelle miniere a 40 gradi sotto zero … e gli aguzzini non mettevano certo a disposizione dei deportati quanto poteva loro servire per distrarsi durante le brevi ore di riposo.

Occorreva ingegnarsi e Corneli, che aveva ingegno da vendere … e due mani d’oro, benché avesse perso due dita, convinse il colonnello a rinunciare per giorni alla scarsa razione di pane, in modo da poter modellare i pezzi degli scacchi con la mollica. Nel raccontarlo, a distanza di quarant’anni, gli brillavano gli occhi.

Una lezione di dignità e di voglia di vivere, benché nella più spaventosa delle condizioni, che non scorderò mai e paragono a quella delle donne deportate nei lager nazisti che rinunciavano alla razione di burro per usarlo a scopo cosmetico: non lasciandosi andare e conservando la loro femminilità in condizioni estreme, quelle donne avevano più probabilità delle altre di conservare anche la vita.

https://lurlodimunch.wordpress.com/2012/07/10/il-redivivo-tiburtino-dante-corneli-un-italiano-nellarcipelago-gulag/

(Grazie, Federico … .)

 

Gianfranco Domizi

 

 

N° 02 del 01 OTT – “Intervista a Max Pietricola”

Abbiamo dedicato il numero scorso della Rubrica “Tracce” ad Enzo G. Castellari, cineasta romano vivente … tuttora operoso, ma particolarmente attivo negli anni ’70, nel “poliziottesco” (poliziesco all’italiana) ed altri film “di genere”. Alcuni film di Castellari hanno incassato molto, sia in Italia che negli Stati Uniti, e rappresentano comunque dei “cult”: il celebre “Bastardi senza gloria”, di Quentin Tarantino, per esempio, è un fantasioso remake di “Quel maledetto treno blindato”, di Enzo. Continuiamo il tema con Max Pietricola, giovane regista laziale (Latina, 1986), che conosce bene Castellari, sia personalmente che artisticamente.

 

1) Max, ci parli del tuo personale percorso artistico (Pietricola è musicista, oltre che cineasta: NdR), e di come si sia incrociato con quello di Enzo G. Castellari? In particolare, come è stato l’incontro. e come è tuttora il confronto, con un regista più vecchio di quasi 50 anni? Cosa ti ha insegnato Enzo?

L’incontro è stato in parte casuale e in parte “cercato”. Avevo scritto un film, nel 2008, che era un omaggio ai classici “polizieschi all’italiana” (“poliziottesco” è un termine improprio che io non amo), quello che poi sarebbe stato il mio primo lungometraggio da regista col titolo “Blue Lavender”. Enzo era da sempre per me (e non solo) il maestro assoluto di quel genere, ed avevo scritto un ruolo nel mio piccolo film che avrei voluto proporgli di interpretare. Sarebbe stata una bella quadratura del cerchio, insomma. E il caso volle che un mio amico, l’attore Teo Simone, venuto a sapere di questo mio progetto mi disse di conoscere il Maestro. Così lo incontrammo, parlai con lui e la prima cosa che mi colpì fu la straordinaria disponibilità che Enzo manifestava – e manifesta ancora oggi – nei confronti dei ragazzi … soprattutto quelli impacciati e desiderosi di imparare il suo mestiere, come ero io. Una qualità molto rara che nel corso degli anni ho ritrovato solo nei “grandi” del Cinema d’oltreoceano. Poi girai il mio film, con Enzo tra i protagonisti.

E da lì è iniziata un’amicizia che adesso dura da quasi dieci anni. E in questi dieci anni Enzo davvero è stato un maestro, per me. Mi ha fatto conoscere la dimensione più ampia del Cinema. Perché lui, da grande professionista, lavora a qualunque progetto come se fosse uno dei suoi gloriosi set degli anni 70.

E grazie a lui ho imparato di tutto, da come si compila un piano di lavorazione a come si gestiscono i reparti … tutte cose che prima, con i miei compagni di avventure giovanili, ignoravamo tranquillamente o improvvisavamo giorno per giorno in pieno stile “indie”. E poi ancora siamo stati insieme su set straordinari, Enzo mi ha portato come assistente sul set di “Bastardi Senza Gloria” di Quentin Tarantino in quelle settimane in cui lui lavorava al suo cammeo nel film … so che ne hai parlato nel tuo precedente articolo. Eravamo lì, c’era anche suo figlio Andrea (che è un altro grande professionista del settore), ed è stato uno dei momenti più belli della mia vita professionale.

2) Parlare di Enzo e di Max significa anche parlare di due epoche reciprocamente lontane. Negli anni ’70 ovviamente tu non c’eri, ma ti sarai fatto sicuramente un’idea della differenza con oggi. Mi piacerebbe che tu sviluppassi questo tema con almeno tre brevi pensieri (l’argomento sarebbe lungo, lo sappiamo entrambi), su almeno tre argomenti: a) produrre un film ieri, e produrlo oggi; b) le nuove tecnologie; c) la distinzione fra “film d’autore” e tutti gli altri: “commerciali”, “di genere”, “b-movie”, eccetera.

 Per rispondere a queste domande non basterebbero interi manuali di teoria. Ad ogni modo, volendo tentare di essere sintetici, possiamo dire che la grande differenza tra il Cinema del passato e il Cinema di oggi sta proprio nel concetto di “produzione”. Una volta era semplice: il “produttore” era la persona che fattivamente investiva risorse, con cognizione di causa, nella realizzazione di film. E questo non per pura filantropia, ma perché il Cinema era un business redditizio, a diversi livelli. Oggi la figura del grande “produttore”, l’investitore unico alla Ponti o alla Dino DeLaurentiis in grado di muovere capitali e accompagnare un progetto cinematografico dall’inizio alla fine, è sostanzialmente in via d’estinzione (particolarmente in Italia).

E questo per tanti motivi: perché il Cinema è in un periodo di stagnante decadenza, perché la pirateria lo sta dilaniando e perché l’interesse del pubblico si sta spostando su altri settori di intrattenimento. A riempire il vuoto lasciato da queste figure granitiche adesso ci siamo noi, produttori indipendenti (che a volte siamo anche registi e/o sceneggiatori). E siamo gli ultimi rimasti – o quasi – a tentare di portare avanti la bandiera, sul piano prettamente artistico. Dall’altro lato come principali interlocutori abbiamo i grandi gruppi di investimento o gli enti che gestiscono gli investimenti pubblici, che costituiscono le principali fonti di credito. Per cui tutto si riduce al teatrino, spesso anche abbastanza surreale, di lunghi pellegrinaggi in giro per il mondo in cui tu – produttore indipendente – cerchi di convincere investitori e partner da tutto il globo che il tuo progetto sia migliore di altri duecentomila progetti di altrettanti produttori che bussano alla loro porta. E il problema è che se anche il tuo progetto lo è, migliore degli altri duecentomila, spesso e volentieri capita che le persone con cui ti trovi ad interloquire non sono in grado di comprenderlo, perché magari sono anche politici (o facenti funzione) illuminati o investitori alla Gordon Gekko… ma di Arte non ne capiscono granché. E quindi sì, un’altra grande differenza con gli anni 60/70 credo sia questa: se adesso scegli di fare il mestiere del Cinema è perché davvero lo senti che ti pulsa nelle vene … ma sono talmente tanti i grattacapi che se non hai una passione forte a sorreggerti, allora il gioco non vale la candela. Per intenderci: noi, la Dolce Vita, non l’abbiamo mai neanche vista passare.

Per quanto riguarda le tecnologie invece: certo, l’avvento del Cinema Digitale ha segnato uno spartiacque senza pari. Adesso si possono produrre buoni film con una qualità fantastica a costi decisamente inferiori rispetto al passato. E questo teoricamente sarebbe un bene. Ma devi anche valutare il rovescio della medaglia: proprio perché adesso chiunque può comprare una videocamera di altissima qualità e pubblicare online (e quindi diffondere su scala mondiale) il proprio film, chiunque si è sentito in diritto di iniziare a farlo. E chiunque si sente in diritto di farsi chiamare filmmaker. Di conseguenza: le file dei duecentomila alle porte di cui sopra. È un cane che si morde la coda, insomma. I miei maestri però, Enzo in primis, mi hanno sempre insegnato che l’Arte non è mai un processo democratico, ma sempre e solo meritocratico. E mi pare di capire che il tempo gli stia dando ragione, perché di Arte ultimamente se ne vede davvero poca.

Per chiudere … l’ultima domanda che mi ponevi sulla differenza “cinema d’autore vs cinema di genere” (e so che tu me lo chiedi in modo provocatorio) è un leitmotiv che circola da decenni, ma per me è sostanzialmente mal posta. Perché la definizione vigente di “cinema d’autore” è frutto di un cortocircuito comunicativo e io la rigetto per un motivo molto semplice: premesso che dovremmo prima accordarci sulla definizione di “autore”… ma, in ogni caso, un film è “d’autore” se a realizzarlo è quello che possiamo definire – appunto – un autore. Stop. I film di Hitchcock sennò come vogliamo inquardarli?! E quelli di Kubrick? Quelli di Sergio Leone, poi? Non può esistere una categoria specifica, perché se un film di un qualunque genere è fatto da un grande autore … è anche un film d’autore.

Se vogliamo tornare coi piedi per terra, dovremmo dire che quello che genericamente viene definito come “film d’autore” dovrebbe in realtà chiamarsi “film d’Arte” (Art Movies, li chiamano in America). In pratica quei piccoli film che è spesso difficile inquadrare in un genere ben definito e che, come diceva Gaber: “se annoiano son di Sinistra”. Ma – battute a parte – anche in quei casi, è una distinzione pro forma, spesso volta a tutelare alcuni autori “veri” che tentano vie alternative, magari anche sperimentali o semplicemente più intime. Quello che facevano Antonioni, Fellini, Godard o Truffaut una cinquantina di anni fa, per intenderci. E dopo di loro Spielberg, Lucas, Coppola e Scorsese con i loro film più “indipendenti”.

Ora, se vogliamo contrapporre i “film d’Arte” ai “film di genere” (o a qualunque altra categoria fittizia) possiamo anche farlo, per un puro gioco intellettuale … ma resta comunque una distinzione sterile. Anche perché, come dicevo prima, se stiamo parlando di Cinema fatto bene allora i piani si sovrappongono totalmente. Per dire: Enzo è considerato da molti come uno dei più grandi maestri italiani di “cinema di genere” … o di “b-movies”, come dice affettuosamente Tarantino. Io stesso all’inizio di questa intervista ti ho detto che è stato uno dei maestri “di genere” a cui mi sono ispirato.

Questo perché ha realizzato dei grandi polizieschi, dei grandi western, dei film di guerra … addirittura una intera trilogia di fantascienza post-atomica. Ma non va dimenticato che è anche un artista, e un vero autore.

E se vai a guardare i suoi film, soprattutto quelli del decennio ’73-’83, tra i vari divertissement (“Bastardi senza Gloria”, “Scaramouche”, etc.) trovi delle perle come “Il cittadino si ribella”, “Keoma”, “Tuareg”, film che sono di una profondità emotiva e di una tensione, anche civile, da far impallidire tanti suoi contemporanei “impegnati”. E questa tensione Enzo riusciva ad infonderla anche in film di successo al botteghino, che parlavano al grande pubblico.

Per cui, come fai ad inquadrare un film come “La Polizia incrimina, la Legge assolve” solo come film “di genere”?! Tra parentesi… Il fatto, poi, che Enzo sia stato uno dei primi autori italiani  a registrare un incasso di oltre cento milioni di lire con un film in patria, e l’unico italiano (credo) a raggiungere il 5° posto della classifica di Variety negli States qui da noi tendono a dimenticarselo. Chissà come mai.

 

3) Chi volesse conoscere la produzione di Max Pietricola, come può fare? Attraverso quali media e circuiti? E per finire la domanda classica: … “progetti futuri”?

Parli della mia produzione cinematografica da regista? Se sei un tipo avventuroso, le cose più recenti le trovi in giro nel circuito dei festival. Al momento sto appunto preparando un cortometraggio per il Festival de Cannes. Il mio lungometraggio “Blue Lavender”, invece, è stato acquisito da una società di distribuzione di Los Angeles e ci stiamo impegnando per portarlo anche in Italia prossimamente.

Per quanto riguarda la mia “altra vita” poi, da musicista, ho ripreso a lavorare come compositore dopo un periodo di pausa. Ho pubblicato alcuni singoli negli ultimi anni con una distribuzione americana, si trovano su tutti i maggiori store online (da iTunes a Spotify). E sto collaborando con vari artisti tra cui Lavinia Desideri, una cantante romana di grande talento, mentro ho in cantiere un nuovo album che dovrebbe vedere la luce entro fine anno. E nell’ultimo periodo ho lavorato molto come sceneggiatore e produttore. Come principale “progetto futuro” abbiamo in preparazione un’impresa molto ambiziosa: un film che ho scritto e che produrrò con la mia compagnia indipendente, la cui regia sarà proprio del maestro Enzo G. Castellari.

Ed abbiamo già un cast straordinario, con nomi importanti dall’Italia e dagli Stati Uniti, primo fra tutti il grande Franco Nero. Ma non posso dirti molto altro a riguardo, per il momento … salvo che dopo essere stato a Cannes e al Festival di Venezia, per incontrare alcuni dei nostri partner esteri, credo davvero che sarà un’avventura fantastica.

 

Grazie, Max, per aver dato in sole tre risposte una gran quantità di informazioni e opinioni, che, sono sicuro, desteranno interesse nei nostri lettori.

 

Gianfranco Domizi

 

 

N° 01 del 15 SET – Sulle tracce di “Gorlami”

Nella scena più importante di “Bastardi senza gloria”, di Quentin Tarantino, ambientato durante le vicende della seconda guerra mondiale, gli americani si infiltrano all’interno di una manifestazione nazista (la prima di un colossal cinematografico a scopo propagandistico), fingendosi italiani (e quindi alleati dei tedeschi), ma dopo un po’ cominciano a destare sospetti, anche a causa del fatto che gli americani parlano un italiano inevitabilmente approssimativo.

Ciò non sfugge ad un membro dell’esercito tedesco, che, per essere più sicuro rispetto a quanto intuito, si fa ripetere i cognomi dei sedicenti italiani: uno di questi, il più importante, il capo (Brad Pitt), risponde di chiamarsi “Gorlami”. E desta in questo modo ulteriori sospetti, veicolati dalla cattiva pronuncia, perché, in realtà, avrebbe dovuto rispondere “Girolami” (di cui “Gorlami” è, non casualmente, anagramma).

I cinefili sanno che l’uso del cognome “Girolami” (e, nella storpiatura, “Gorlami”) rappresenta un omaggio a Enzo G. Castellari (Roma, 29 Luglio, 1938 – vivente), regista di “Quel maledetto treno blindato” (1977), film del quale “Inglourious Basterds” (non è un errore: è la storpiatura ideata dallo stesso Tarantino, per il titolo originale) rappresenta un rifacimento. Ebbene, sì! … il premiatissimo film di Tarantino è un remake, per quanto liberissimo, di un film (italiano) di Enzo G. Castellari!

Di più: si sa che Tarantino consideri Castellari uno dei più grandi registi viventi! Ancora di più: per tale motivo, lo invita a comparire nella scena suddetta, col suo simpatico faccione e i capelli bianchi (è quello che viene definito “cameo” cinematografico) … lo si vede proprio fra Brad Pitt e l’ufficiale tedesco che lo interroga, sullo sfondo.

Castellari è stato ed è un validissimo regista, nonché un ottimo realizzatore di incassi, soprattutto negli anni ’70, ed è sicuramente “qualcuno” per Tarantino e per un manipolo di cinefili, ma è pressoché ignorato da molti anni in Italia …

… in un’Italia che è sempre stata quasi totalmente sedotta, a livello di critica cinematrografica, dal mito del cinema “impegnato”.

Chiunque abbia studiato un po’ di Storia del Cinema, sa infatti che cinque, per antonomasia, vengono considerati gli autori “impegnati” del periodo della ricostruzione (1945 – 1960): Visconti, Rossellini, De Sica, Antonioni, Fellini; e più o meno altrettanti se ne aggiungono successivamente (1960 – 1980, con un’ovvia sovrapposizione temporale ai precedenti): Risi, Monicelli, Pasolini, Comencini, Scola.

Il nostro “Gorlami” non rientra evidentemente in questa top ten. Per la maggior parte della critica cinematografica, insomma, non è “un artista”, non è “impegnato”, e a maggior ragione non è un “artista impegnato”.

Su quanto male abbia fatto al cinema italiano, ed anche alla nostra cultura, questa distinzione fra “cinema impegnato” e “cinema di genere” (“giallo”, “thriller”, “noir”, “poliziesco”, “fantascienza”, “western”, “comico”, “sexy”, e compagnia filmando!), lo considereremo nel prossimo articolo.

D’altra parte, sta di fatto che Enzo G. Castellari, presumibilmente, neanche vorrebbe essere considerato “un artista”. Penso invece che gli potrebbe andar bene di essere considerato un “maestro”, per l’appunto, del “cinema di genere” …

… un po’ sulle orme del padre, Marino Girolami, autentico vate del cinema popolare e “di cassetta”: un regista che, in oltre 30 anni di carriera, non si fece mancare veramente nulla, approdando verso fine carriera addirittura alla farsa scollacciata di Alvaro Vitali: ebbene, sì!, Marino Girolami è stato il regista di Pierino!

Castellari ha sempre parlato benissimo dell’apprendistato cinematografico col padre, che ha comportato una conoscenza del film anche negli aspetti più minuziosamente tecnici. Tuttavia, proprio per questa grande contiguità, non ne ha preso il cognome (Girolami), che è invece quello della madre (Castellari, diventato pertanto “nome d’arte”): i due registi, padre e figlio, rischiavano infatti di essere seriamente confusi dal pubblico, e forse anche dagli addetti ai lavori.

Ma il cognome del padre, e quindi il cognome anagrafico, è sempre comparso e compare nell’enigmatica “G.”, frapposta fra nome e cognome.

In tempi recenti, Enzo G. Castellari ha avuto un colpo di coda di notorietà mediatica, per una teoria che egli propugna in realtà da sempre, ma che solo adesso, saldandosi con un simpatico “cazzeggio”, viene proposta al grande pubblico, e regolarmente rispolverata.

Secondo Castellari, il “cinema di genere” deve solleticare l’attenzione dello spettatore già dal titolo, che deve essere un titolo “forte”, come, ad esempio, quello del primo film da lui diretto: “Vado, l’ammazzo e torno” (1967).

Su questo canovaccio, Castellari ha sviluppato una distinzione “romanesca” fra titoli che emozionano ed impressionano, pertanto fanno immediatamente venir voglia di andare al cinema, e titoli che non emozionano, né impressionano: i primi sarebbero titoli del genere “Mecojoni!”, ed i secondi del genere “Sticazzi”.

https://www.youtube.com/watch?v=m7hDHQKlBzo

https://www.youtube.com/watch?v=VVBEt1w4zAk

Trattasi di una distinzione chiarissima a Roma, ma spesso meno chiara al Nord, quindi varrà la pena di esplicitarla:

“Mecojoni!” significa letteralmente “Mi stai prendendo in giro!”, e si riferisce a fatti così iperbolici da sembrare incredibili, come, per l’appunto, l’ideazione di un titolo azzeccatissimo ed immediatamente coinvolgente.

La derivazione linguistica remota dal nome gergale degli organi genitali maschili è probabile, ma a Roma “coglionare” significa più semplicemente “prendere in giro”.

Il romano ben addestrato, però ci aggiunge il punto esclamativo … come a dire: “Mi stai proprio prendendo in giro!”, non: “Mi stai per caso prendendo in giro?” (col punto interrogativo), ed accompagna generalmente l’espressione con il cadeau delle labbra disposte ad arco, come da foto che ritrae il Castellari stesso (FOTO).

“Sticazzi!” (qui l’etimologia non lascia scampo), equivarrebbe a dire: “Ma questi cazzi (queste cose) a chi possono interessare?!?”, e si accompagnerebbe invece con una bella alzatuccia di spalle, al limite del “chissenefrega”, ma, secondo me, più ironicamente.

Enzo G. Castellari è regista, fra gli altri titoli, di: “Vado, l’ammazzo e torno” (1967); “Ammazzali tutti e torna solo” (1968); “Gli occhi freddi della paura” (1971); “Ettore lo fusto” (1972); “Tedeum” (1972); “La polizia incrimina, la legge assolve” (1973); “Il cittadino si ribella” (1974); “Keoma” (1976); “Quel maledetto treno blindato” (1977); “Il cacciatore di squali” (1979); “L’ultimo squalo” (1981); “1990, I guerrieri del Bronx” (1982); “I nuovi barbari” (1983); “Fuga dal Bronx” (1983).

Ed è autore di una massiccia autobiografia: “Il bianco spara!” (2016), con la prefazione di Franco Nero, ineguagliabile interprete dei due “polizieschi all’italiana” (detti gergalmente “poliziotteschi”) del 1973 e del 1974 (vedi sopra):

http://www.bloodbuster.com/catalogo/libri/libricinema/dal-112016-bianco-spara-autobiografia/

Non sarà sfuggito all’intelligentissimo lettore de “lintelligente” che ho usato con molta cautela l’appellativo “maestro”, per riferirmi ad Enzo G. Castellari, virgolettando l’appellativo per due volte:

Signor Castellari, se oggi finalmente cominciassero a considerarla un “maestro” del cinema italiano, come lei effettivamente merita per la qualità dei film, la cura artigianale, i temi controcorrente, ed anche gli incassi al botteghino, sia italiano, sia americano, la notizia la considererebbe più “Sticazzi!”, o “Mecojoni!” … ??? …

 

Gianfranco Domizi

 

 

Numero Zero del 01 SET – “Sulle tracce di Pasolini”

L’avvento e la progressiva invadenza della Televisione e di Internet hanno reso oltremodo facile mettersi sulle tracce di persone scomparse (“Chi l’ha visto?”), di casi irrisolti (“Quarto Grado”), di personaggi più o meno assenti dal mondo dello spettacolo (“Matricole e Meteore”, “I Migliori Anni”).

Paradossalmente, nonostante Google e wikipedia, è proprio la notizia a non essere più adeguatamente rintracciabile: non che manchino le tracce (anzi: tutto si conserva), ma finiscono addirittura per essere troppe e confuse … una mandria di cavalli imbizzarriti al galoppo, che sovrastimola e confonde l’opinione pubblica: la notizia “muore” per avvento delle notizie successive, che appaiono slegate alle precedenti (quando spesso non è così). Meno male che c’è lintelligente!

 

Il 24 Agosto del 2017 (pochi giorni fa, quindi) verrà forse ricordato per il blitz “di Piazza Indipendenza”, a Roma. Trattasi in realtà di via Curtatone: veniva cioè sgomberata con la forza l’ex sede di Federconsorzi, occupata da mesi e mesi da un centinaio di persone, prevalentemente migranti da zone di guerra (etiopi ed eritrei).

Il posto (lo dico per i non-romani) è centralissimo, giacché si situa a metà fra la Stazione Termini (100 metri) e il Consiglio Superiore della Magistratura (50 metri), ovvero, paradossalmente, dall’emblema del diritto in Italia. Tuttavia, considerando che l’area di degrado si era estesa inevitabilmente ai giardinetti antistanti, la dizione “sgombero di Piazza Indipendenza” è comunque corretta.

I dati oggettivi sono quelli scritti dal vostro cronista, nonché “ricercatore di tracce”: i migranti come maggioranza degli occupanti, l’illegalità dell’occupazione (ovviamente)  ed il degrado (in termini di sicurezza ed igiene, forse anche di racket degli ingressi, tutto ben documentato dai media) … lo sgombero, come dice del resto il termine, è avvenuto mediante un’azione di forza, che ha determinato una risposta degli occupanti, parimenti basata sulla forza (ed anche questo è ovvio, o quasi).

Sui dati interpretabili, ed in particolare su come si dovesse risolvere il problema, su come risolvere problemi similari, e soprattutto su come prevenirli, l’opinione pubblica si è spaccata, anche perché ben fomentata dai soliti politici in cerca di consenso e visibilità.

Non è interesse del vostro cronista dire la sua, né sul tema, né sulle argomentazioni dei politici e dell’opinione pubblica, bensì rilevare che, come nel detto ben noto: “Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito”, la discussione è slittata velocemente dall’accoglienza, dall’asilo, dalla povertà, dalla legalità, dalla sicurezza, dal degrado e simili (argomenti importanti e meritevoli di approfondimento e dibattito), al comportamento violento della polizia e dei migranti stessi.

Ma è chiaro che screditare la polizia o i migranti serve per riproporre più sbrigativamente, mediante gli strumenti dell’indignazione, della retorica e dell’indignazione retorica, le “ragioni di partenza” (degli uni e degli altri).

Tutto estremamente prevedibile, quindi, ed anche noioso (per quanto riguarda le opinioni, perché di mezzo, non dimentichiamolo, c’è comunque il benessere delle persone), ad eccezione dell’esito mediatico, estremamente incisivo, quasi una sceneggiatura, e che sarà probabilmente quello che ci resterà: il simbolo del “poliziotto cattivo”, inchiodato alle proprie parole dalla cattura di un frammento audio-video (“Se tirano qualcosa rompetegli un braccio”), e quello del “poliziotto buono”, celebrato in una foto ormai “virale” (mentre tenta di consolare con una carezza una donna in lacrime).

I simboli arrivano con efficacia anche perché la considerazione della gente verso le Forze dell’Ordine è spesso controversa: si tratta di poveretti che rischiano la vita, o comunque la sprecano in un quotidiano faticoso e pericoloso, per difendere tutti noi, ed in cambio di quattro soldi? … maniaci e delinquenti che hanno avuto modo di sublimare i propri istinti aggressivi, in alternativa alla propria stessa delinquenza? … servi della borghesia e del capitale? … impiegati statali come tutti gli altri? (Ciò al netto di episodi effettivamente sospetti, o peggio, come i casi Uva e Cucchi, o i fatti della Caserma Diaz.)

La controversia è antica, ma non è stato difficile mettersi sulle tracce di Pasolini, che commentò i fatti di Valle Giulia (ovvero gli scontri fra studenti e polizia del 01 Marzo 1968, determinati dalla volontà dei primi di ri-occupare la facoltà di Architettura, sgombrata dai secondi), con un’indimenticata ed indimenticabile poesia, “Il PCI ai giovani” … di cui riproduciamo un frammento, invitando peraltro alla lettura integrale:

http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/?h=0

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.

Tema antico, dicevamo, scottante provocazione (ricordiamo “Il PCI ai giovani” come la più famosa fra le poesie di Pasolini), versi pervasi da spirito poetico quieto e vibrante.

Ed una profezia: l’urgenza del cambiamento sociale fatta propria, oramai (in modo più o meno credibile e sincero), dai figli della borghesia (e quindi dalla borghesia), più che dal proletariato, legittimo portatore da oltre un secolo. Ma questa è un’altra storia. (O no?)

Gianfranco Domizi