La Rivoluzione della Specie

N. 06 del 1 DIC – San Petronio, pensaci tu!

La Basilica di San Petronio è la principale chiesa di Bologna. A livello planetario è conosciuta come la sesta chiesa più grande d’Europa e, se consideriamo San Pietro facente parte del territorio Nazionale e non solo dei confini del Vaticano, è per dimensioni la quarta in Italia.

Il motivo per cui ne parliamo oggi sulla nostra rubrica “La rivoluzione della specie” è però un altro.

Intorno al 1410, Giovanni Da Modena dipinse all’interno della Basilica vari affreschi, raffiguranti la vita di San Petronio, la vita dopo la morte e i Re Magi. Tra queste Opere c’è un affresco che ritrae Maometto all’Inferno. L’opera, che è presente in una delle ventidue navate, ha creato un certo disappunto nella cultura islamica. Per motivi di sicurezza è stata richiesta la presenza costante delle forze dell’ordine, le quali svolgono un controllo discreto, seppure rigido e minuzioso, per tutti i turisti che desiderano osservare le meraviglie custodite nell’imponente Basilica. Questo da quando nel 2002, grazie ad alcune intercettazioni, fu scoperto un piano terroristico che come obiettivo si proponeva proprio un attacco alla chiesa di San Petronio.

Noi condividiamo la linea del Monsignor Oreste Leonardi il quale, a tale proposito, asserisce in un articolo redatto nell’inserto “Bologna Sette” (allegato al Quotidiano l’Avvenire Bologna) che non ci sia niente di offensivo o irriverente nell’affresco, in quanto la rappresentazione di Maometto all’Inferno deve essere contestualizzata all’epoca nella quale è stato realizzato il dipinto: un’epoca dove l’islam era visto diversamente da oggi, quando l’estremismo non esisteva.

Questo dipinto non ha mai offeso nessuno per sei secoli: il fatto che ora sia divenuto un punto sensibile per gli attentati terroristici ci dovrebbe far riflettere e meditare in merito a quale direzione stia prendendo il processo di civilizzazione dell’umanità, e se tale cammino stia effettivamente compiendo ancora passi in avanti oppure abbia cominciato a farli a ritroso.

 

Antimo Pappadia

 

N. 05 del 15 NOV – La Rivoluzione Sessantottina

Pensandoci adesso, i fermenti che precedettero la rivoluzione sessantottina li sentivo tutti sotto la pelle. Erano nella voglia di libertà che reclamavo coi miei genitori, erano nelle battaglie che già da lungo tempo combattevo in casa per le pari opportunità col mondo maschile, furono nella mia decisione di rompere un fidanzamento con un bravo ragazzo che ragionava in maniera troppo maschilista … Non avevo voglia di chiudermi in una vita di coppia asfissiante, volevo fare altre esperienze, conoscere persone nuove, viaggiare per conoscere altre vite e altri mondi.

Volevo abbattere il mito della verginità come prova d’amore, e pensavo che le donne avessero gli stessi diritti degli uomini, anche nella busta paga.

Conobbi mio marito nell’ottobre del ’67. Aveva appena finito di fare il servizio militare ed era disoccupato. Mi presentò ad un gruppo di ragazzi e ragazze, lavoratori e studenti, che piangevano per la morte di Che Guevara, della cui vita e delle cui imprese, fino ad allora, avevo sentito parlare senza esserne toccata sensibilmente.  Era un eroe dell’America latina, amico di quel Fidel Castro che quei ragazzi volevano aiutare andando a Cuba a tagliare la canna da zucchero, sostenendolo nella lotta contro l’imperialismo americano.

Bisognava fare la rivoluzione anche da noi, dicevano. Si doveva abbattere il sistema capitalistico.

W la  dittatura del proletariato!

Quell’idea mi inquietava perché, pur essendo molto innamorata del mio ragazzo e sinceramente convinta che tante cose nel mondo andassero cambiate, non mi sentivo pronta ad abbandonare le mie modeste comodità per seguire un’avventura che mi suggeriva tragiche conseguenze.

Nella  primavera che seguì, mi ritrovai nei cortei a manifestare contro la guerra del Vietnam, e l’autunno del’68  mi sorprese fra gli studenti e gli operai che scioperavano per il salario, per fabbriche più a misura d’uomo, per orari migliori, per una scuola diversa, per l’abbattimento delle diversità sociali, per gli aumenti salariali uguali per tutti.

Il teatro, con Dario Fo, divenne un tutt’uno con la platea. Dopo ogni spettacolo si apriva il dibattito con gli spettatori. Ci veniva chiesto di discutere i testi, di suggerire idee, di combattere il sistema “borghese” che ci voleva solo spettatori passivi e culturalmente demotivati.

Gli studenti avevano occupato le scuole e partecipavano agli scioperi coi metalmeccanici.

Era una mescolanza straordinaria che indicava una nuova presa di coscienza ed una profonda voglia di cambiamento.

Mi ritrovai a condividere la piazza con poliziotti in assetto di guerra che aspettavano di ricevere  l’ordine di buttare bombe lacrimogene dentro il teatro, se la compagnia di Dario Fo avesse osato rappresentare lo spettacolo. Evidentemente la classe dirigente aveva paura delle piazze e della voglia di cambiamento che noi giovani nutrivamo.  Eravamo  il popolo della sinistra.

Dall’odio verso la polizia passammo poi ad una nuova convinzione che ci voleva amici di quei ragazzi che venivano da realtà diverse a guadagnarsi lo stipendio, uguali, per classe, agli operai delle nostre fabbriche. Avevamo il dovere di “politicizzarli”,  renderli consapevoli della loro realtà, fare in modo che capissero che eravamo compagni, accomunati dalla stessa classe sociale. Sarebbe stato nostro dovere sensibilizzarli sulla lotta di classe, renderli consapevoli che erano servitori di un sistema che mirava a separarci in una lotta fratricida. Erano gli amici e i parenti degli stessi ragazzi che scendevano dai convogli con le valigie di cartone e che, gli imprenditori, occupavano nelle fabbriche al nostro posto quando si organizzava uno sciopero. Manovalanza a basso costo, si diceva, che dovevamo convertire alla nostra causa, ombre che alimentavano le nostre paure.

Un’altra scuola di pensiero cercava di organizzare la lotta armata: la violenza si combatte con la violenza.  Martin Luter King, eroe pacifico del  movimento dei neri d’America, sembrava non avesse insegnato nulla. Erano idee che non riuscivo a condividere e che mi fecero prendere le distanze da certi gruppi che ritenevo ammalati di fanatismo politico.

I nostri eroi americani erano Malcom X e Angela Davis.  Imparai, leggendo la biografia di quest’ultima, che “negro” è  dispregiativo, ed ho cancellato per sempre quella parola dal mio lessico. Lottavano per togliersi dalla schiavitù,  per non essere emarginati, per avere gli stessi diritti dei bianchi. In un’utopia di lotta estrema, per impossessarsi del “Potere”.

Noi donne, impegnate  a guadagnarci lo stipendio, manifestavamo per l’apertura di nuovi asili che non fossero solo un’area di parcheggio per i bambini. Si battagliava per far approvare la legge sul divorzio, ed anche per  un nuovo diritto di famiglia che assicurasse alle donne gli stessi diritti dei loro compagni.

Ed eravamo arrabbiati.Volevamo tutto e subito. Ci sentivamo impegnati a cambiare il mondo.

Gli uomini si fecero crescere i capelli e le donne si misero i pantaloni.

Si buttò alle ortiche l’idea della verginità come valore e si cominciò a parlare di libero amore e di coppia aperta. Furono idee, queste, che provocarono molti danni nei rapporti di coppia perché la nostra interiorità, la nostra morale,  rimaneva comunque legata ai vecchi valori e, specialmente per gli uomini, fu impegnativo e doloroso abbandonare i vecchi schemi che per millenni li avevano protetti, cullandoli in un’idea di superiorità che invece non esisteva.

E noi donne ne subivamo le conseguenze.

Insomma, la rivoluzione, anche se non è fatta con le armi, non è mai una cosa gentile.

Una cosa che ricordo con disagio, era il fatto di buttarci in faccia cose personali ripugnanti. Uno lo specchio dell’altro, si procedeva con discorsi al vetriolo. Io che non ho mai avuto un temperamento aggressivo, mi sentivo demolita. Nel nostro gruppo, uno degli insulti peggiori era sentirsi dire “Sei un/una  borghese”. Si era borghesi se si vestiva decentemente, se si comprava un salotto nuovo, se si possedeva un’auto che non fosse un’utilitaria scassata, se si andava a teatro con il vestitino nero e la borsetta a bustina, se i tuoi genitori possedevano una casa di loro proprietà e, naturalmente, se non eri di sinistra.

Seguirono poi i movimenti femministi. Dalla biancheria intima sparì il reggiseno e si gettarono le basi per l’approvazione della legge sull’aborto. Troppe donne morivano ancora per gli aborti clandestini, e chi non poteva pagarsi un viaggio in Inghilterra, dove era legale, rischiava di morire sotto i ferri inadeguati e poco sterilizzati delle “mammane”.

Le femministe avevano imparato, da compagne ostetriche e ginecologhe, la tecnica dell’aborto per aspirazione e, in caso di necessità, lo praticavano da sole con mezzi, credo, rudimentali.

Uno degli slogan di allora era: maternità libera e consapevole. La pillola cominciava appena ad affacciarsi sul mercato, con dosaggi ormonali talmente elevati che non poteva essere prescritta tranquillamente alla maggioranza delle donne.

In  quel periodo io ero già diventata madre e la piazza non mi vide protagonista in quelle battaglie: pur condividendo molte idee, non mi sembrava giusto separare così nettamente i problemi delle donne da quelli dei nostri compagni.

Ora, fortunatamente, i contraccettivi hanno relegato l’aborto ad una stretta minoranza.

Anche se abbiamo fatto molti errori, mi sento orgogliosa di aver partecipato attivamente a quel pezzo di storia. A volte le ideologie accecano e quando si debbono abbandonare ci si sente nudi e vulnerabili.

Sono rimasta tuttavia dalla parte dei perdenti, in una sorta di candore che gli anni non sono riusciti a scalfire. Ritengo che la terra abbia sufficiente ricchezza per tutti, non credo nelle guerre giuste e penso che se la politica fosse una cosa seria, in armonia con la parte più elevata dell’uomo, consapevole dei suoi mezzi e dei suoi limiti, potremmo davvero vivere in un mondo migliore.

Cerco di trasmettere questi valori ai miei nipoti, che sono svegli e addestrati al dialogo, che frequentano le elementari assieme a compagni che provengono da altri paesi ed hanno la fortuna di  avere delle insegnanti preparate che condividono con gli allievi  le cose in cui credo.

Altro non so dire, se non che non ho paura di schierarmi e di girare per le vie cittadine con  cartelli e bandiere quando ritengo che serva. Almeno a far riflettere.

Il mio ’68 continua!

 

Franca Giaroni

 

N° 04 del 01 NOV – “Identità e pluralità: La psicologia ai tempi della globalizzazione”

L’inarrestabile crescita e la rapida diffusione delle tecnologie nel mondo delle comunicazioni, in grado di operare una notevole riduzione di tempi, costi ed ostacoli relativi alla distanza, possono essere considerate tra le cause della globalizzazione.

Il termine globalizzazione definisce un insieme di fenomeni di natura economica, sociale, culturale e ideologica, che ha portato al superamento di tutti i tipi di barriere, materiali e non, per la circolazione di persone, cose, informazioni, conoscenze e idee, producendo un progressivo allargamento della sfera relazionale sociale che, comprimendo lo spazio-tempo e sopprimendo le rigidità tra le culture, favorisce l’integrazione delle diversità.

 

Oggi tutti parliamo di globalizzazione, ma non sempre siamo in grado di cogliere appieno il significato di questo termine e di valutarne i molteplici aspetti. Questi non riguardano solo la crescita e l’accelerazione degli scambi oltre ogni confine, o l’internazionalizzazione dei beni e dei servizi, ma anche tutte le conseguenze che derivano dall’interdipendenza tra le trasformazioni economiche, politiche e sociali.

Un processo di portata tale da rimettere completamente in discussione l’organizzazione e l’ordine sociale: non vi sono classi, status, né parametri universali di riconoscimento, individuali o collettivi, non ci sono regole che valgano per tutti e che tutti conoscano. Viene a mancare il senso di appartenenza collettiva e diviene problematica una riorganizzazione in senso solidaristico della struttura sociale.

I risvolti di un processo di globalizzazione trovano difatti nella “questione migratoria” uno dei più problematici effetti collaterali responsabili dell’indebolimento della solidarietà collettiva. Mentre l’agire solidaristico e cooperativo si riferisce ad una visione del mondo che ha radici nei principi di solidarietà, la globalizzazione economica, ed in particolare la sua versione ideologica attuale, si basa sulla competizione come strategia di sopravvivenza e predominio. Competitività che arriva a trascendere la sfera economica, per tradursi in un modello di comportamento sociale.

Se da un lato il concetto di globalizzazione allude a processi di integrazione tra diverse società e culture orientate a divenire un’unica entità, dall’altro alimenta la percezione di un’umanità rappresentata da un insieme di gruppi, caratterizzati da diverse radici etniche, culturali e religiose, in quanto tali estranei.

L’insorgere di atteggiamenti di tipo rivendicativo, spesso violenti, da parte di alcuni gruppi sociali orientati all’affermazione della propria diversità culturale e alla difesa intransigente del proprio sistema di valori, rappresenta esattamente il sintomo della percezione cosciente di un’omologazione che genera precarietà e debolezza, di una pluralizzazione che si rivela un processo ambivalente. Se da una parte legittima la coesione di culture spesso opposte, dall’altra favorisce la crescita del relativismo culturale, facendo sì che i sistemi di preferenze e le identità si indeboliscano e diventino solo combinazioni di tratti culturali privi di radici.

Attraverso la globalizzazione sempre più culture, usanze, tradizioni, vengono messe in contatto e confronto tra loro, proponendo diversi modi di concepire relazioni, sentimenti, valori e visioni del mondo, che tra loro si ibridano e si modificano. Pensare l’alterità nel mondo attuale, significa inserirla in un contesto dinamico che cambia velocemente in quella società multiculturale che è qualcosa di più rispetto al mosaico delle culture che la compongono.

La psicologia, in questo contesto, deve fondarsi su una teoria e una modalità di intervento che, anziché annullare le differenze in un progetto di omogeneizzazione, al contrario valorizzi la diversità, sollecitando un confronto con forme impreviste di alterità, con modi diversi di concepire la salute, la malattia, il rapporto con il corpo e con la psiche.

Deve favorire l’integrazione sviluppando e potenziando le capacità di conservare la propria individualità, nonostante le modificazioni del contesto esistenziale, e promuovere risorse che consentano di tollerare il cambiamento, la perdita, la solitudine, l’attesa, tutte esperienze insite nei fenomeni di globalizzazione.

Si tratta di sviluppare una psicologia transculturale in grado di attraversare le culture senza perdere il proprio bagaglio. Fornire un dispositivo terapeutico che, a partire dalla considerazione della presenza dei migranti come risorsa, proponga una psicoterapia rispettosa dei principi minimi della democrazia, dove ciò che conta non è “distinguere il vero dal falso di un pensiero, ma capire che cosa esso mobilita”. Lo psicoterapeuta deve ripensare i propri strumenti concettuali e operativi per fondare una psicologia consapevole delle differenze, dei pregiudizi e della spinta omologante ed egemonica contenuta nella pratica quotidiana.

La sfida è quella di orientarsi nella complessa realtà odierna, che origina sempre nuove collettività, individualità e un dinamico susseguirsi di modelli di sviluppo e di emancipazione.

Nunzia Manzo

 

 

N° 03 del 15 OTT – “Azione e senso: la psicologia al tempo della tecnica”

Siamo nella sancita “era della tecnica”. Definita così non soltanto per l’enorme quantità e varietà di strumenti tecnologici che il progresso mette a nostra disposizione, ma anche per quella spiccata tendenza alla razionalità, che caratterizza il modo di utilizzarla e di rapportarsi ad essa.

Risulta innegabile che la disponibilità di tanti e tali mezzi, accrescendo i campi di esperienza e ampliando gli spazi di libertà, rappresenti una immane risorsa per l’umanità. Tuttavia l’assuefazione ad essa e la propensione ad usare smodatamente strumenti che sostituiscono alla realtà vera una realtà mediata (in cui tempi e spazi si riducono, gioie e dolori si attutiscono, norme e regole si relativizzano) finiscono con il determinare una drastica perdita di senso che investe individuo e società.

Il problema è che nella nostra era la tecnica non rappresenta più un mezzo per raggiungere scopi, ma diventa l’ambiente in cui siamo immersi: noi non siamo più i soggetti che la scelgono, bensì gli oggetti attraverso i quali essa opera. E’ la condizione che decide le modalità di esperienza, poiché tutto oramai (sogni, desideri, passioni, azioni) è regolamentato dalla tecnica e si esprime attraverso di essa.

Così l’uomo, in quanto strumento della tecnica, si trova in una posizione di dipendenza rispetto ad essa, dipendenza della quale non ha consapevolezza, essendo completamente identificato con la sua funzione.

Essere funzionario della tecnica significa essere altrove, lontano da sé.

In realtà quello in cui l’uomo vive è uno stato di alienazione inconsapevole che conduce ad una perdita di senso. E’ la tecnica stessa a non avere in sé un senso. Perseguendo come unico scopo il raggiungimento del risultato, essa si cura soltanto di efficacia e funzionalità: nessun obiettivo, solo azione funzionale.

La tecnica privilegia l’azione condizionando l’etica, improntata anch’essa all’agire. Così l’identità si risolve in funzionalità, il fine si traduce in effetto. Quelle azioni che dovrebbero essere manifestazioni dell’anima e rappresentare l’identità di un uomo, altro non sono che possibilità calcolate, previste, prescritte dalla tecnica, che non rivelano quindi l’identità dell’uomo bensì quella dell’impianto.

L’avvento di una tecnica di tale portata sembra decretare la fine dell’individuo come soggetto autonomo, indipendente e consapevole della propria individualità. Nella disarticolazione tra pubblico e privato, tra sociale e individuale, vengono soppresse le differenze tra interiorità ed esterno, tra profondità e superficie, tra attività e passività.

Processi di de-individuazione e de-privatizzazione producono società omologate e conformiste. Si assiste ad una massificazione con l’illusione della privatezza, realizzata foggiando individualità su prodotti di massa, consumi di massa, informazioni di massa. La vita psichica di ciascuno finisce col corrispondere alla rappresentazione comune del mondo. Il potenziamento delle facoltà intellettive rispetto alle emotive, aggiunge al nichilismo (attivo) dell’operare senza senso quello (passivo) dell’analfabetismo emotivo.

E dove il senso non si trova bisogna inventarlo. E’ questo il maggior compito al quale è chiamata la psicologia nella nostra era.

La psicologia non può prescindere dalla realtà nella quale è immersa e non può assumere posizioni irrazionali di esaltazione o di critica rispetto ad essa. Se si vuole che funzioni, che possa ancora rappresentare uno strumento in grado di promuovere consapevolezza e cambiamento, è necessario che sia ancorata ai tempi, senza cadere nella sterile nostalgia del passato, che promuoverebbe solo disadattamento.

La storia non torna indietro e l’unica via per rimanere protagonisti del suo evolvere è rappresentata dalla capacità di analisi che ciascun individuo è in grado di sviluppare.

La psicologia deve operare su due piani.

Da un lato occuparsi della ricostruzione dell’identità individuale, soccorrendo l’individuo nel reperimento di valori che gli consentano di tornare ad essere soggetto delle sue azioni e di rigenerare la propria energia emozionale.

Dall’altro favorire l’associazionismo fondato sulla costruzione di legami, mirato al perseguimento di fini condivisi che siano in grado di restituire senso all’agire, anche a quello tecnologico. Questo significa promuovere l’agire in vista di scopi e non di mera efficacia. Concepire la condivisione in termini di valore e non di funzionalità.

Lo psicologo oggi deve abbracciare la pratica dell’educazione, piuttosto che quella della terapia. Generare modelli educativi che non siano obsoleti ma che si rivelino capaci di modificare il presente a partire da esso.

Essere in grado di trasformare problemi in progetti mediante strategie contestualizzate alla nostra era, proponendo nuove forme di assimilazione e accomodamento, poiché non può esservi salute mentale che prescinda dalla realizzazione di forme di adattamento.

 

Nunzia Manzo

 

 

N° 02 del 01 OTT – “L’importante è apparire”

Nell’articolo precedente, abbiamo seguito le vicissitudini della “chiacchiera a vuoto”, ipotizzandone una qualche utilità nell’ambito dell’ “evoluzione della specie”.

E ne abbiamo inseguito le forme, partendo dai confronti perpetuamente irrisolventi sul “bello”, e quindi anche sull’ “arte”, evidenziati da Kant (irrisolventi perché, secondo il filosofo, del “bello” si può “contendere”, ovvero dire la propria, ma non “disputare”, ovvero avere la meglio in base ad un’argomentazione logica), per arrivare ai confronti parimenti irrisolventi dei giorni nostri, riguardanti però principalmente politica e cronaca.

Che sul bello ognuno la pensi come vuole, resta comunque pacifico …

… l’interesse dell’argomentazione kantiana risiede in ciò che ne consegue, ovvero nell’interpretazione delle contese irrisolventi non come passatempo e pura chiacchiera, ma come tentativo di integrazione della conoscenza scientifica, mediante l’esperienza quotidiana: svolgerebbero quindi un’importante funzione sociale.

Meno pacifica potrebbe essere invece la constatazione secondo cui l’espressione di un’opinione politica equivalga spessissimo ad una “chiacchiera a vuoto”.

Si potrebbe, argomentare, al contrario, che la “buona politica” è fondamentale per risolvere problemi e prendere decisioni, e che comunque l’espressione della propria opinione, pur essendo ognuno di noi solamente una voce fra tante, contribuisce a far evolvere l’opinione pubblica, spostando il consenso da un partito all’altro, da un’idea all’altra, da un genere di soluzioni all’altro.

Tuttavia, guardando al comportamento degli opinionisti (dal semplice scrittore di post, al blogger e al giornalista) ci si accorge che questo spostamento di consensi avviente in realtà in quantità addirittura irrilevante … e che, anzi, nel corso del tempo, sta prendendo corpo sempre di più un collettivo “negare l’evidenza”: quando i fatti stessi sembrano suggerire di cambiare l’opinione di partenza, o quantomeno verificarla e aggiornarla, essa viene comunque conservata.

Oppure si ricorre all’argomentazione che per definizione tronca la discussione … quella usata da Craxi negli interrogatori sull’inchiesta Mani Pulite: “Noi rubavamo, ma anche gli altri”. E quindi, ai giorni nostri: “Per quanto i fatti sembrino darci torto, danno ancora più torto ai nostri avversari” … “che sanno solamente strumentalizzare fatti e problemi” (massì, aggiungiamoci anche questa argomentazione, oramai diffusissima). Insomma: “Io ho sempre ragione”, e “Noi abbiamo sempre ragione”.

(Il problema è che anche gli avversari ritengono d’averla! .)

A questo punto è ovvio a cosa NON serva un Post … a far cambiare opinione a chi legge.

Ognuno si tiene comunque la sua; e, aggiungerei, lo fa in modo tutt’altro che “filosofico” e pacifico (come avveniva invece nelle contese sul bello artistico) … talvolta in modo rabbioso e ed evidentemente frustrato, in sintonia, del resto, col tono “gridato” di molti Post.

Ed è anche chiaro, viceversa, a cosa serva: a chiamare a raccolta i PROPRI (che non a caso si chiamano anche “followers”, e se non sono “amici”, possono comunque “seguirti”).

Se il Post è ben scritto, ed in teoria “potrebbe suonarle agli avversari” (cosa che peraltro, come dicevo, non avviene, giacché anche gli avversari sanno difendersi benissimo dalle opinioni altrui), si riscuote il “Mi piace”. Il “Mi piace” dei PROPRI, beninteso, ottenuto in tempi brevissimi con l’apposito tasto. Del resto, il tasto: “Grazie di questa documentata opinione”, o, esagerando, il tasto: “Grazie per avermi aperto gli occhi, la tua opinione è servita a farmi cambiare idea sui fatti”, non esistono, e, secondo me, non esisteranno mai!

Esistono ottime argomentazioni sul perché il nostro interesse per l’arte sia diventato assai minore rispetto al Settecento e all’Ottocento (le possiamo rintracciare, per esempio, nella ben nota, ma spesso fraintesa, teoria hegeliana della “morte dell’arte”).

In altri scritti (successivi, novecentesci), ci si riferisce a ciò che ne deriva: la fusione dell’arte, o di ciò che ne resta, con le tecnologia, l’informazione, la cronaca, la politica, lo spettacolo (il capostipite di tale filone di studi è “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, di Walter Benjamin, che essendo tuttavia anteriore, 1936, all’era televisiva, parla essenzialmente di cinema e discografia).

Infine, i sociologi si sono variamente impegnati a spiegare la “fissità” delle nostre opinioni, specialmente politiche, ed hanno scoperto ciò che per altri versi è sotto gli occhi di tutti: si tratta di un tributo alla nostra giovinezza. Ciò vuol dire che chi è stato comunista, fascista, conservatore, liberal in gioventù, continuerà ad esserlo a dispetto dei fatti, spacciando magari “disinformazione” per “coerenza personale”.

Ma per descrivere tutta questa voglia di “piacere” e di “apparire”, anche mediante opinioni irrisolventi e inservibili, ci aiuta poco anche il classico dilemma: “Avere o Essere?”, reso popolare dal celebre libro omonimo di Erich Fromm (1976), giacché, in quel contesto l’ “apparire”, pur svolgendo un ruolo socialmente importante, esplica i suoi effetti in connubio col possesso consumistico e materialistico.

L’ “apparire” di Fromm viaggia, insomma, insieme all’ “Avere”, ed è peranto PRIVO DI AUTONOMIA: ci racconta il nostro circondarci di oggetti costosi e appariscenti per essere ammirati, secondo un filone di pensiero che origina addirittura dalla “Teoria della classe agiata”, di Veblen (1899!).

Oggi, tuttavia, esiste una grande novità: come abbiamo visto, si può “piacere”, e quindi “apparire”, anche senza “possesso” (materiale): può bastare il possedimento “immateriale” di un Post, magari altrui (“condiviso”). E il nostro Fromm, che è uomo tipicamente novecentesco, sia per riferimenti culturali (soprattutto Marx e Freud), sia per anagrafe (1900-1980), questo non poteva prevederlo. Pur scrivendo 8 anni prima di Fromm (1968 versus 1976) l’aveva previsto invece, in qualche modo, Andy Warhol, col suo geniale paradosso: “In the future everyone will be world-famous for 15 minutes”.

Il paradosso è effettivamente geniale perché fotografa cambiamenti successivi, anche di alcuni decenni, alla sua creazione ed espressione; ed è geniale nella forma, perché una fama di 15 minuti è chiaramente una fama-non-fama, un successo-non-successo, una glora-non-gloria …

… forse assomiglia a quella “gloria da stronzo” di cui canta Guccini ne “L’avvelenata”.

Essere famosi per 15 minuti non è fama, bensì “notorietà”.

Il paradosso di Warhol va però oltre la provocazione, ed introduce un concetto vertiginoso, perché evidenzia come l’apprezzamento si sposti dall’oggetto (arte, politica o cronaca che sia) al soggetto: è il soggetto che “piace”, e che (feisbucchianamente) “ci piace”.

Quello che però neanche Warhol poteva immaginare è che sarebbero bastati 15 secondi!, ovvero il tempo medio di attenzione ad un Post, calcolato anche generosamente.

E siccome chiamarsi fuori dalle grandi questioni della propria epoca è quasi impossibile, e se fosse possibile sarebbe insopportabilmente spocchioso, tocca confessare che aspiro anch’io ai miei 15 muniti.

Se siete arrivati fino a qui, ne saranno trascorsi 5 …

… ma in questo numero de “lintelligente” ci sono altri due intelligentissimi miei articoli, in altre rubriche.

 

Gianfranco Domizi

 

 

N° 01 del 15 SET – “Perché “chiacchieriamo a vuoto” su tutto? Ce lo spiega Kant!

 

Per quale motivo siamo soliti esprimere in vari contesti reali e virtuali (per esempio nei post di facebook) opinioni politiche rabbiose, spesso disinformate, comunque rese ancor più rozze dalla brevità dell’espressione, e per di più indirizzate a destinatari che non sembrano affatto propensi a cambiare opinione, neanche di fronte ad un’eventuale “evidenza dei fatti”?

Ce lo chiedevamo nel numero 0, ipotizzando tuttavia che questa “chiacchiera a vuoto”, foriera apparentemente di una ridicola “guerra di tutti contro tutti”, possa avere invece una qualche utilità nell’ “evoluzione della specie”, e, magari in futuro, nella “rivoluzione della specie”.

La “chiacchiera a vuoto” vanta nobili ascendenze, al punto che la rivalutazione più apparentemente incongrua compare nientemeno che nella “Critica del Giudizio” di Kant … incongrua perché, in quella sede, la “chiacchiera a vuoto” viene accostata a qualcosa che abitualmente percepiamo come “alto”: il giudizio sul bello e sull’arte.

Tre sono i pilastri dell’argomentazione kantiana:

1) Il BELLO esige una condivisione del giudizio, contrariamente al PIACEVOLE. Chiunque trovi un vino “piacevole”, sarà disposto ad accettare il parere contrario di chi preferisce un altro genere di vino, o di bevanda. Col “bello”, no! Una spia linguistica l’abbiamo quando consigliamo un film agli amici: presumibilmente non diremo “io l’ho trovato molto interessante, ma capisco che è un parere puramente soggettivo”, ma diremo invece “é un gran film, vallo a vedere!”. Il problema è che nonostante l’imperatività del consiglio, lo stesso può rivelarsi assai fallibile, ed il nostro amico potrà riferirci in seguito di essersi addormentato in poltrona, durante il primo tempo.

2) Il fatto è che per quanto riguarda il “gusto” (e quindi il bello, e quindi l’arte) “si può contendere (ma non disputare)”: così dice letteralmente Kant nella Critica del Giudizio. Ciò significa che ognuno potrà portare le proprie argomentazioni (“contendere”), ma nessuno disporrà di un’argomentazione “definitiva”, che, in base al suo rigore logico, alla sua sapienza, alla sua pertinenza, possa porre termine alla “disputa”, con una vittoria. Tuttavia, lo ribadisco, in questa apparente disfida, comunque “eterna”, e comunque eternamente irrisolvente, continuerà ad esistere un intento “imperativo”, una voglia, cioè, di convincere l’altro, o almeno consigliarlo, in qualche modo sorprendente, se consideriamo, d’altra parte, l’irriducibile libertà ed il conseguente disaccordo dei giudizi estetici individuali. Questa irriducibile pluralità, con annessa possibilità di disaccordo, si verifica, beninteso, anche nei giudizi sul “piacevole”, ma non alimenta tuttavia discussioni altrettanto accese, giacché un serrato confronto non viene reputato necessario, e manca quindi la materia prima del contendere, ovvero l’intenzione di contendere!

3) Ma perché vogliamo convincere persone tendenzialmente non convincibili? Perché è come se nel bello (arte, ma anche automobili, cravatte, persone -!-) esistesse una regola che non si può esprimere con un teorema o con una dimostrazione: la regola, secondo Kant, della giusta proporzione fra immaginazione ed intelletto (oggi, rivedendo i termini, parleremmo magari di un uso efficace degli emisferi destro e sinistro del cervello) … “Hai presente quel film? Ha stimolato in maniera efficacissima il mio cervello, mettendo in modo gli emisferi destro e sinistro nella giusta proporzione. E questo è vantaggioso per le mie funzioni conoscitive, ma una cosa del genere sarebbe vantaggiosa per le funzioni conoscitive di tutti, e quindi per l’intera società”.

(E’ chiaro che se qualcuno si esprimesse in questo modo, verrebbe portato immediatamente in ospedale; dirà semplicemente che quel film “è bello”, supporto il suo giudizio con argomentazioni, che, come abbiamo detto, non saranno mai “definitive”.)

Tuttavia, l’incongrua ed enfatica reiterazione di consigli espressi in modo imperativo (“Vallo a vedere!”) ci segnala l’importanza della posta, che, secondo Kant, è la conoscenza, ed una società ben fondata sulla conoscenza.

Tutto questo avviene ovviamente a livello inconsapevole, ed è, secondo Kant, connaturato ad ogni uomo.  Ma è anche vero che Kant, da buon Illuminista, sopravvaluta probabilmente la conoscenza come elemento fondante della Società, ed attribuisce a tutti gli uomini “pensieri latenti e nascosti” (riformulazione mia) tipici invece dell’ “uomo colto”.

Per l’ “uomo delle classi popolari” o per l’ “uomo primitivo” l’arte svolge principalmente una funzione intrattenitiva, consolatoria, religiosa o “guerresca”: una funzione, pertanto, “sociale” (riposarsi dal lavoro, ballare, propiziarsi gli dei), mentre “per noi”, la “funzione sociale” è svolta non dall’arte, o almeno non principalmente, ma dalla “chiacchiera irrisolvente” su di essa!

Questo già in Kant. Arrivando al Terzo Millennio, a facebook, ai “post”, possiamo accorgerci di come la “chiacchiera a vuoto” sul bello e sull’arte si estenda alla cronaca, alla politica, alle questioni sociali.

Il mio “sospetto” è pertanto che il bello (e quindi la stimolazione del cervello, con conseguente discussione sociale attorno all’oggetto “stimolante”) non avvenga più principalmente quando ci si trova al cospetto dell’arte e del bello, ma quando ci si trova al cospetto di pressoché qualsiasi cosa (giacché parlare di “cronaca, politica, questioni sociali” vuol dire in definitiva parlare del “mondo”).

Insomma, noi consideriamo oramai il “mondo” non più come qualcosa “da agire” (con la caccia, i raccolti, la guerra o ingraziandosi gli dei), ma come qualcosa “da commentare”.

Ciò avveniva in passato in un territorio “speciale”, quello dell’arte, mentre oggi tracima in ogni dove. Migranti? Commento! Sicurezza? Commento! Evoluzione della Sinistra? Commento! Affari? Commento! Sport? Commento! Belle donne mediatiche? Commento!

Non è che ciò non fosse mai successo precedentemente (anzi: tipicissime, le “chiacchiere da bar”), ma solamente oggi finiamo per riporre grandi ed incongrue speranze nella validità e negli effetti della nostra opinione, ovvero nella capacità di convincere gli altri delle nostre opinioni, magari fondate su un pedestre bricolage di informazione mediatica (le ben note “bufole”, altrimenti dette anche “bufale”).

Vita virtuale”, “chiacchiera” e “bufola” vanno quindi a braccetto, nel Terzo Millennio … del resto, con la terziarizzazione dell’economia (e con la trasformazione della “fatica” agricola ed industriale in “stress”), di tempo da spendere ne abbiamo. E di buone (ma frustranti) motivazioni e intenzioni … pure!

 

Gianfranco Domizi

 

 

NUMERO ZERO2

Numero Zero del 01 SET – “Dalla chiacchiera al post”

Con il Numero Zero de “Lintelligente”, inizia la rubrica “La rivoluzione della specie”, specificamente dedicata al cambiamento dei comportamenti sociali.

 Il riferimento a Charles Darwin (“L’origine della specie”, 1859) è evidentemente scherzoso, ed anche la scelta di alcuni comportamenti sociali da analizzare, ma la domanda di fondo rimane: cosa di ciò che stiamo sperimentando nel Terzo Millennio potrà risultare vantaggioso nel tempo, e addirittura “rivoluzionario”?

 Tenteremo, nei vari numeri, di articolare esempi e risposte per questa domanda.

 La funzione “critica” è parte integrante della società, al punto che siamo soliti definire “critici” i giornalisti e gli scrittori di brevi saggi sull’arte, sulla musica e sulla letteratura, anche quando “critici” non sono affatto, ed anzi formulano, rispetto all’opera o all’autore, recensioni variamente argomentate, o del tutto positive.

Diverso è il caso della critica politica, sociale e culturale, che spazia dalle rubriche giornalistiche, come “L’Amaca” di Michele Serra, a libri effettivamente impegnativi, come quelli di Theodor W. Adorno), ed in cui il tono è quasi sempre “negativo”: si condanna insomma qualche aspetto dei comportamenti umani e della società contemporanea.

Epigoni di questi ultimi vorrebbero essere gli estensori di post su facebook (o di brevi opinioni su altri social), che formulano giudizi “critici”, “negativi”, “ironici”, “sarcastici”, su temi vari.

Gettonatissimi: politica & governo, problemi dell’immigrazione, questioni di genere (per meglio dire … osservazioni rozze e qualunquistiche delle donne sugli uomini, e viceversa, giacché le vere questioni di genere si situano ovviamente ad un livello più alto di competenza e complessità), fatti di cronaca (ed in particolare di cronaca nera, con tutto il corredo di innocentisti e colpevolisti “a prescindere”), musica e concerti, divi e dive, calcio e altri sport, sesso …

La differenza però è nota: mentre L’Amaca di Serra e similari possono provocare, al massimo, la piccata risposta di personaggi chiaramente evocati o comunque riconoscibili (i lettori abituali viaggiano su una lunghezza d’onda politica e culturale similare all’estensone, e ben difficilmente avranno voglia di polemizzare con lui), i post di facebook, specialmente quelli “ben riusciti”, pur nella loro rozzezza, provocano la guerra di “tutti contro tutti” nei commenti sottostanti.

Il fatto è che la proliferazione degli “amici” virtuali ha per conseguenza la varietà degli stessi … ed è facile, per esempio, avere “credenti” e “militanti” di sponde opposte.

L’utilità conoscitiva del post è spesso molto limitata, quella delle risposte anche peggio, anche a causa di un chiarissimo fenomeno: l’incapacità di cambiare idea, anche a fronte dell’evidenza.

Ognuno difende il proprio partito strenuamente E, quand’è chiaramente indifendibile, “compensa” la defaillance con defaillance similari nel campo avverso. Il che rappresenta la riedizione popolare, populista e “social” della ben nota difesa di Craxi, rispetto all’indagine degli anni ’80 nota come “Mani Pulite”: rubavamo, ma rubavano anche gli altri.

Tuttavia, considerando i temi dell’evoluzione, dell’involuzione e della possibile rivoluzione della specie, la domanda che ci poniamo è la seguente: assodata la tendenziale inutilità conoscitiva della critica sociale mediante i post, esisterà, considerandone diffusione e virulenza, una qualche utilità “sottostante”, che attualmente ci sfugge? Insomma: la “chiacchiera a vuoto” svolge una qualche forma di collante sociale? … libera e contiene pulsioni rabbiose, che altrimenti inquinerebbero ancor di più le società in cui viviamo? … prepara nuovi equilibri socio-culturali, di cui la polemica mediante i post è solamente un’avvisaglia? …

Vedremo, nel prossimo articolo, come la “chiacchiera a vuoto” che si esprime attraverso i post è un fenomeno “nuovo”, tipico del Terzo Millennio (le cui potenzialità evolutive o involutive, come dicevo, ancora ci sfuggono), ma, per altri versi, la “chiacchiera a vuoto” è stata comunque fondativa delle società, e, in quanto tale, non è affatto sfuggita all’indagine dei filosofi, degli psicologi e dei sociologi degli ultimi tre secoli.

 

Gianfranco Domizi