DiverseMenti Sociali

 

N. 06 del 1 DIC – “Assegnatemi un segno zodiacale e mi avrete caratterizzato”

L’astrologia è una delle forme di superstizione più antiche e radicate in cui l’essere umano abbia mai creduto. 

Né la personalità di un individuo, né la giornata lavorativa e neppure l’andamento della vita amorosa hanno nulla a che vedere con l’allineamento dei pianeti e questo è stato già dimostrato da tanto tempo. Inoltre, quasi nessuno sa che la formulazione di qualsiasi oroscopo non tiene presente la concezione copernicana, bensì quella tolemaica, cioè l’antica credenza secondo cui la terra era posta al centro dell’universo, mentre il sole e gli altri pianeti le ruotavano intorno.

Tra i vari studi divulgati da diverse comunità scientifiche, volti a scalfire questa tanto assurda quanto diffusa leggenda dell’astrologia, a mio avviso ce n’è uno veramente meritevole e per questo voglio riproporlo, anche se si tratta di uno studio che risale a qualche decennio fa.

L’esperimento fu illustrato da Piero Angela durante una puntata della sua nota trasmissione Quark. Per l’occasione, quattro personaggi celebri, ma estremamente diversi tra loro, si offrirono volontari per sottoporsi ad un test.

I quattro si rivolsero a tre dei più famosi e “accreditati” astrologi italiani e chiesero ad ognuno di loro un oroscopo personalizzato. I lavori furono ritirati da un incaricato della comunità scientifica il quale, prima di consegnare il responso ai vip, cancellò i nomi e chiese loro di riconoscersi nelle personalità descritte. Il risultato fu che nessuno dei quattro personaggi famosi si identificò, neppure una volta su tre, nel proprio segno zodiacale. Studi simili a questo ne sono stati realizzati a centinaia, eppure le statistiche dicono che quasi una persona su due crede ancora alle previsioni fatte con gli astri e che la maggioranza degli italiani è persuasa del fatto che il proprio carattere sia in qualche modo condizionato dalla posizione dei pianeti. Bisogna riconoscere che questa convinzione ha una certa rilevanza psicologica.

Nonostante sia convinto che il profilo caratteriale pronosticato dagli astrologi rispetti appieno la legge della casualità, non posso esimermi dal constatare che alcune volte le peculiarità caratteriali possono essere rafforzate o addirittura interiorizzate dal bombardamento mediatico che si compie attorno al business degli oroscopi. 

La convinzione di essere fatti in un determinato modo potrebbe, dal punto di vista psicologico, condizionare realmente il carattere di un individuo. Questo spiegherebbe il motivo per cui alcune persone a volte rispecchiano il segno zodiacale di appartenenza in misura maggiore a quelle che sono le leggi della casualità. Chi, come me, è nato sotto il segno del Cancro, ad esempio, potrebbe convincersi di essere timido pur non essendolo costituzionalmente. Una donna nata sotto il segno dello Scorpione potrebbe condizionare positivamente la sua carica erotica solo perché convinta di averla ricevuta in dotazione degli astri, e così via.

In merito a quanto detto, ritengo che i pianeti possano realmente in qualche maniera condizionare il carattere degli individui, ma non con la loro posizione nel cielo, bensì attraverso l’autosuggestione che è tipica di ogni forma di superstizione, soprattutto se tale autosuggestione comincia (come del resto accade) durante la fase evolutiva di un soggetto. 

Soren Kierkegaard scriveva: «Datemi un’etichetta e mi avrete annullato». Se volessimo adattare questa massima al tema in questione, potremmo dire: “Assegnatemi un segno zodiacale e mi avrete caratterizzato”.

 

Antimo Pappadia

 

 

 

 

N. 05 del 15 NOV – La notizia ve la do io!

Un articolo di Repubblica del 22 ottobre scorso, nella sezione scienze, mette in evidenza lo studio di un’équipe di ricercatori del Dipartimento di psicologia della Norwegian University of Science and Technology, pubblicato sulla rivista “Personality and Individual Differences”.

Mons Bendixen, coordinatore dello studio in questione, afferma che i comportamenti di uomini e donne in genere sono simili, ma non per quanto riguarda la sfera riproduttiva. Secondo il “prestigioso” studio, la donna soffrirebbe maggiormente del tradimento emozionale, mentre l’uomo ne risentirebbe di più di quello sessuale.

E’ vero! Peccato che non si tratti affatto di una novità. Questa ricerca non fa altro che avallare ulteriormente (qualora ce ne fosse stato ancora bisogno) una teoria evoluzionistica conosciuta da decenni.

La teoria si basa sul fatto che nella natura maschile prevale l’istinto della conservazione della specie (il motivo per cui gli uomini, istintivamente, inseminerebbero il maggior numero di donne disponibili e pertanto sono meno sofisticati nella scelta di un amore o di un partner occasionale), mentre nella natura femminile l’istinto prevalente è quello di proteggere la prole rendendola sana, forte e socialmente protetta (questo spiegherebbe la ragione per cui le donne sono quasi sempre più ponderate nella scelta di un amante e questo vale anche solo per un’avventura).

Tale differenza istintuale si manifesta in vari modi e uno di questi è palesato proprio attraverso la gelosia.

Una ricerca simile è stata condotta solo due anni fa, peccato che nessuno la ricordi. Lo studio è stato riportato da diversi giornali e perfino da alcune emittenti radiofoniche tra cui Radio 105. I ricercatori David Frederick (Chapman University) e Melissa Fales (UCLA) volevano confermare o smentire la teoria secondo la quale gli uomini provano una maggiore gelosia di tipo sessuale, le donne invece di natura emozionale. La rivelazione dello studio? Non poteva essere delle più scontate. La maggioranza del sesso femminile rivelò che il tradimento emotivo è peggiore di quello sessuale, mentre per gli uomini è l’inverso. Lo studio fu condotto su ben 64mila persone tra eterosessuali, omosessuali e bisessuali tra i 18 e i 65 anni. Ma non è tutto!

Un altro studio sociologico realizzato a cavallo dei due secoli (Buss, 1994), condotto su soggetti di entrambi i sessi e mirato alla valutazione delle loro reazioni di fronte a scene di adulterio sessuale e scene di infedeltà affettiva rivelava, guarda caso, il fatto che gli uomini reagivano di più alle manifestazioni di tradimento erotico, mentre le donne risultavano più sensibili al coinvolgimento affettivo. Per i sociologi non fu difficile trarre le scontate conclusioni: il gentil sesso risente maggiormente del tradimento emotivo, mentre gli uomini si sentono maggiormente feriti in quello sessuale. Io stesso affrontai la tematica nel 2004 nel saggio dal titolo: “Differenze e incomprensioni della coppia eterosessuale” edito da Firenze Atheneum, dedicando all’argomento ben due capitoli.

Visto che ci siamo, voglio far presente che alla fine del secolo scorso anche in TV, durante una puntata della nota trasmissione “Quark” allora condotta da Piero Angela, se ne parlò approfonditamente. In quell’occasione (lo ricordo per i nostalgici) fu invitato in studio anche il sociologo Francesco Alberoni, noto appunto per le sue pubblicazioni sull’amore.

Potrei andare avanti all’infinito, ma se volessi riportare alla luce tutti gli studi realizzati negli ultimi trent’anni in merito a questa tematica, potrei produrre una biblioteca e non un articolo per questo giornale.

Purtroppo però, non ci troviamo di fronte ad un caso isolato. Studi superflui su argomenti di cui si conoscono già bene le risposte ma fatti passare come innovativi, ce ne sono tantissimi (troppi direi) e pertanto non posso esimermi dal formulare due domande:

-per quale motivo non utilizziamo queste risorse per scoprire o conoscere nuovi elementi utili alla collettività?

-chi ci guadagna quando si indaga su fenomeni risaputi, scontati e catalogati da decenni?

 

 

Antimo Pappadia

 

N° 04 del 01 NOV – “Un giorno questa terra sarà bellissima”

 Per la rubrica DiverseMenti-Sociali, www.lintelligente.it  ha intervistato Donato Ungaro (ex vigile urbano e collega giornalista pubblicista), licenziato dal comune di Brescello dopo aver pubblicato articoli che denunciavano una possibile collisione di stampo mafioso tra ‘Ndrangheta e Istituzioni.

“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.” Diceva Paolo Borsellino. Contrapporsi al puzzo del compromesso è molto difficile, mette a rischio noi, le sicurezze che ci siamo guadagnati, le nostre famiglie e la nostra incolumità. Uscire dall’indifferenza poi, può esporci al biasimo sociale e può spingere le Istituzioni corrotte a toglierci tutto, perfino la possibilità di lavorare. Ecco il motivo per cui la complicità mafiosa vissuta attraverso la passività, era un tema molto caro al “Maestro” di vita Paolo Borsellino.

Se “stare nel giusto” valesse davvero l’approvazione generale, allora sarebbe tutto più facile e la mafia verrebbe eradicata in pochissimo tempo. Su questa tematica www.lintelligente.it ha intervistato un ex vigile, oggi scrittore e giornalista, licenziato dal comune di Brescello solo perché aveva fatto il suo dovere sia come poliziotto locale, sia come giornalista pubblicista.

1)   Donato Ungaro sarebbe così gentile da spiegarci in breve la sua storia?

La mia è una “storia” semplice.

Nel 2001 chiedo al sindaco Ermes Coffrini l’autorizzazione a collaborare con la Gazzetta di Reggio; la ottengo “de facto” e tutto va bene, finché non tocco argomenti che non piacciono all’amministrazione brescellese. Inizia un procedimento disciplinare nei miei confronti, fino ad arrivare al licenziamento; mi si accusava di avere un “secondo lavoro” e di aver fatto venir meno il rapporto di fiducia con il mio datore di lavoro. Ma il Comune di Brescello non è riuscito a sostenere queste teorie davanti al Tribunale di Reggio Emilia, alla Corte d’Appello di Bologna e alla Corte di Cassazione a Roma. E il mio licenziamento è stato dichiarato illegittimo in tutti e tre i gradi di giudizio. Probabilmente, il vero motivo del mio licenziamento è che venivo ritenuto responsabile di aver fatto “saltare” la costruzione di una centrale elettrica a Brescello, di aver indagato sulle escavazioni abusive di sabbia, di aver scritto articoli su ritorsioni legate al traffico di stupefacenti, mettendo in cattiva luce la comunità di Brescello. Ma il paese di Peppone e don Camillo doveva rimanere un’isola felice e, proprio come in un set cinematografico, molte realtà dovevano restare sommerse. Dire che c’erano rapporti imbarazzanti tra la politica, il mondo imprenditoriale e realtà vicine all’ambiente criminale, era fuori coro, specialmente per un dipendente comunale. Pertanto nel novembre 2002 il sindaco Coffrini mi ha licenziato.

2)   Cosa ha provato, lei che è un cittadino integerrimo, quando è stato licenziato dal Comune di Brescello solo perché si era accorto di queste “pratiche anomale” da parte di Istituzioni?

I sentimenti sono stati tanti e di diversa natura: rabbia, incredulità, ma soprattutto sgomento per la solitudine in cui sono stato fatto sprofondare. La constatazione di non essere né creduto, né compreso, mi ha tormentato. Ma come è possibile che nonostante l’evidenza, nessuno voleva rendersi conto che il “malaffare” giorno dopo giorno stava prendendo piede e posizioni? Oggi qualcosa è cambiato, ma siamo ancora ben lontani dal risolvere il problema; manca una politica giusta, quella che deve fare prima di tutto i conti col proprio passato.

3)   Ha mai temuto di finire per strada senza lavoro e senza possibilità alcuna di trovare un’altra occupazione?

Se l’avessi temuto, mi sarei adeguato; lo ritenevo ingiusto e ingiustificabile. Per questo, quando sono stato minacciato di licenziamento, ho messo sulla bilancia del cuore l’amore per la Giustizia e i miei interessi privati, l’amore per la giustizia era più grande. Ho dovuto aspettare quindici anni; adesso tutti mi dicono che quella scelta è stata giusta. Ma io lo sapevo già, nel 2002.

4)  Come è stata condizionata la sua vita sociale e privata dopo che ha ricevuto questo abuso istituzionale?

La vita della gente di paese è condizionata dal modo di vivere dei singoli e io ero stato licenziato da una pubblica amministrazione. Mi sembra che nessuno, nel 2002, si sia stracciato le vesti per il mio licenziamento. Nessun giornale mi ha assunto; anzi, nel 2005 la Gazzetta di Reggio mi ha chiuso anche la collaborazione che rappresentava per me uno dei pochi mezzi di sostentamento. Oggi è diverso e i giornalisti minacciati di violenze vengono “presi in carico” dalle redazioni; ma subire un licenziamento ingiusto, non è una violenza? Oggi guido gli autobus a Bologna, ma mi chiamano istituzioni e forze di polizia per conoscere particolari della Brescello dei primi anni 2000; e allora, mi chiedo, non potevo scrivere quei particolari sui giornali, come giornalista assunto in una redazione? Chi ci ha perso: io o i giornali? O i cittadini? Sicuramente, dal mio silenzio qualcuno ci ha guadagnato.

5) Qual è stato il destino della giunta che ti ha licenziato?

La giunta di Ermes Coffrini ha portato a termine il suo mandato e subito dopo un assessore di Coffrini, Giuseppe Vezzani, è diventato sindaco, arrivando a nominare il figlio dell’ex sindaco Marcello Coffrini alla carica di assessore. Al termine dei due mandati di legge, Vezzani si è ritirato, lasciando la fascia tricolore a Marcello Coffrini; ma il figlio di Ermes l’ha indossata per poco tempo. Dopo le sue parole benevole verso Francesco Grande Aracri, con cui la famiglia Coffrini aveva rapporti professionali, si è insediata a Brescello una Commissione d’accesso, per verificare se i Grande Aracri – riconosciuti in diversi processi come una famiglia di ‘ndrangheta – avessero condizionato la vita amministrativa del Comune di Brescello. Nell’aprile del 2016, il Presidente della Repubblica ha “sciolto” il consiglio comunale di Brescello per «…forme di ingerenza della criminalità organizzata che hanno esposto l’amministrazione a pressanti condizionamenti, compromettendo il buon andamento e l’imparzialità dell’attività comunale…».

6) Il Tribunale di Reggio Emilia ha condannato la controparte (comune di Brescello) a un risarcimento riguardevole, non le dispiace che quella somma di denaro che le sarà erogata proviene dai tributi della comunità, cioè dalle tasche degli onesti cittadini, invece che essere prelevate degli incauti amministratori comunali che l’hanno licenziato?

Devo essere sincero: un po’ mi dispiace, ma qualcuno mi ha fatto notare che quegli amministratori sono stati eletti dai cittadini. Vedremo cosa succederà nella prossima primavera, quando i brescellesi saranno chiamati a eleggere i nuovi amministratori, dopo due anni di Commissariamento. Se vorranno, i nuovi amministratori potranno chieder conto a coloro che hanno determinato il danno economico al paese. Se invece gli elettori chiameranno a rappresentarli persone che non hanno intenzione di rivolgersi alla Giustizia per recuperare quei quattrini, non potranno certo lamentarsi di quanto è successo. “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.

7) Qual è la cosa che l’ha fatta soffrire di più di questa drammatica e al tempo stesso inquietante storia?

La cosa che mi va meno giù è che il 28 maggio 2013 la giunta Vezzani ha deliberato il mio reintegro, fissando la data di ripresa del servizio da parte mia per il 10 giugno successivo. L’articolo 18 prevede che il lavoratore abbia trenta giorni di tempo per riprendere servizio; e ditemi voi se dal 28 maggio al 10 giugno ci sono i trenta giorni previsti dalla legge. Ho fatto presente la grave anomalia ai Commissari che attualmente governano Brescello, ma questi si rifiutano di dichiarare illegittima quella delibera. È come se fossi stato licenziato per una seconda volta.

-Lavorare per le Istituzioni dovrebbe essere prima di tutto un patto di coscienza che ogni dipendente dovrebbe fare con sé stesso e non un’opportunità per ottenere dei vantaggi, delinquere o arricchirsi.-  Detto questo non mi resta che concludere invitando tutti gli incaricati delle varie Istituzioni a fare una riflessione, la stessa che Paolo Borsellino faceva sistematicamente:

A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l’esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato.”

 

Antimo Pappadia

 

 

N° 03 del 15 OTT – “L’Italia: un Paese dalle strane tasse”

Dal 1° gennaio 2018 in Italia avremo una nuova imposta! Già, perché trattasi proprio di una imposta e non di una tassa.

Non tutti sanno che dal punto di vista giuridico queste ultime sono volontarie, mentre le imposte sono obbligatorie. Proviamo però a spiegare meglio il concetto. Per quanto riguarda le tasse, un soggetto è tenuto a pagare in relazione ad un’utilità che trae dallo svolgimento di un’attività statale e/o dalla prestazione di un servizio pubblico (attività giurisdizionale o amministrativa), ma lo fa dietro sua richiesta, come ad esempio accade per le tasse universitarie.

Le imposte invece, vengono detratte direttamente dal fisco e, indipendentemente dal fatto che il soggetto utilizzi o meno beni o servizi messi a sua disposizione dallo Stato, sono obbligatorie, come ad esempio l’IRPEF. Il canone della TV in teoria sarebbe una tassa, anche se poi la modalità di pagamento la trasforma di fatto in una imposta. Pertanto un cittadino dovrebbe pagare il canone solo nel caso decidesse di usufruire del servizio erogato dalla Rai: in caso contrario, da un punto di vista giuridico, non sarebbe tenuto a versare nessuna corresponsione. Ma cosa c’entra il canone TV con la nuova tassa a cui facevo inizialmente riferimento? C’entra, e vi spiego perché.

Dal 1° gennaio 2018 sarà introdotta una “tassa” sul sacchettino di plastica che utilizzeremo per comprare frutta, verdura e altri alimenti.

Le buste, che saranno molto più piccole delle classiche sporte che acquistiamo oggi alla cassa di qualsiasi supermercato, dovranno possedere diversi requisiti e in particolare avranno uno spessore inferiore ai 15 milionesimi di metro (micrometri), dovranno essere biodegradabili e compostabili.

Il costo, anche se non è ancora stato definito, dovrebbe essere tra i 2 e i 4 centesimi di euro. Secondo un calcolo approssimativo ed estremamente prudente, ogni famiglia spenderà almeno 10/15 centesimi in più al giorno, che nel corso dell’anno diventeranno minimo 40 euro per ogni singolo nucleo. Moltiplicando questa cifra per le famiglie residenti in Italia, si raggiungerà un ammontare che di certo non sarà inferiore a 600.000.000 di euro.

Sì, secondo il più prudente dei calcoli, la nuova bustina parzialmente biodegradabile (perché lo sarà solo in parte e cioè del 40%, per poi raggiungere il 60% entro il 2021), costerà agli italiani, complessivamente, almeno seicento milioni di euro l’anno. Ma dove andrà a finire questa cascata di denaro a otto zeri? Se la legge verrà applicata senza modifiche, una parte entrerà nelle casse dello Stato e un’altra andrà ai supermercati. Già, proprio così, ai supermercati! In effetti ci troviamo di fronte ad una anomala forma di erario. Trattasi di una nuova generazione di tributi che nasce come tassa ma poi, così come accade col canone TV, si trasforma in imposta. Per poter rendere operativo il meccanismo, è ovviamente indispensabile l’accondiscendenza di aziende che operano su tutto il territorio nazionale.

Tutto legale per carità! Ma intanto il caso vuole che, nonostante la crisi economica, un altissimo numero di supermercati in questi ultimi mesi abbia deciso di fare lavori di ristrutturazione straordinaria.

Lo stesso Adriano Turrini (figura dirigenziale nota al mondo cooperativo e non solo) ha dichiarato in un’intervista riportata dal quotidiano “La Gazzetta di Reggio” del 23 giugno 2017 che, nei prossimi tre anni, Coop Alleanza 3.0 (attualmente la prima Coop italiana per numero di punti vendita) investirà 875 milioni (ottocento settantacinque milioni di euro) per ristrutturare un terzo dei suoi negozi, ad esempio. Stiamo parlando di un terzo di 348 punti vendita, di cui 56 sono ipermercati (questi ultimi sono negozi che devono avere un’estensione superiore a 2500 metri quadrati l’uno), e non della salumeria sotto casa.

A proposito di coincidenze, Agatha Christie diceva: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

 

Antimo Pappadia

 

 

N° 02 del 01 OTT – “Come cambia la buona scuola”

L’anno scolastico è cominciato! Questo periodo è vocato alle annuali celebrazioni dedicate alle attività e al Collegio dei Docenti. Ciascun istituto vara le attività programmate annualmente compresa l’attività di orientamento scolastico in entrata e in uscita. Alcune scuole decidono per la Funzione Obiettivo, altre per un organigramma, ovvero per una Commissione con il compito di affrontare open day, fiere, campus, allestimento laboratori, ecc. Insomma, è il momento in cui si “lucida l’argenteria”, cioè si organizzano volantini pubblicitari, brochure, si ingaggiano studenti e insegnanti (poveri cirenei) che trascorrono ore e ore nelle attività di pubblicità, si ricercano esperti nell’ambito dei vari indirizzi presenti nell’Istituto. Da quando le nuove deformanti riforme scolastiche sono entrate a regime, le attività di orientamento – specialmente quelle in entrata – sono diventate una sorta di gara a catturare “clienti”, come se la scuola fosse divenuta una sorta di azienda.

Per anni, io stesso, prima che entrasse in vigore questa nuova logica aziendalista, ho partecipato alle attività di orientamento in entrata, ma poi quando le cose sono cambiate – direi in senso negativo – ho lasciato perdere, preferendo di dedicare il mio tempo a cose che considero più utili e più importanti per tutta la società. Inoltre, un particolare non trascurabile e che molti non sanno, è che un insegnante di fatto, lavora con una retribuzione media di poco più di dieci euro l’ora.

L’attività di orientamento è diventata una sorta di mercato a libera concorrenza in cui le scuole, animate da un principio di vera e propria logica “capitalista” si fanno una spietata concorrenza tra di loro, cercando di elaborare i manifesti più belli i volantini maggiormente accattivanti e le brochure più patinate. Si richiede ai docenti di essere sempre carismatici, di enfatizzare l’immagine della qualità della scuola e presentare la didattica così come si farebbe con un prodotto commerciale. Purtroppo però, ciò che è offerto dall’immagine e la realtà scolastica concreta, non sono sempre collimanti.

E, in tutto questo, che ruolo hanno famiglie e studenti? Il nuovo orientamento somiglia più ad una logica governata dalla domanda e dall’offerta, piuttosto che legata al mondo dell’istruzione.

Pertanto mi sorge spontanea una domanda: a chi giova tutto questo?

Sicuramente qualcuno ne trae vantaggi. Di certo ne eneficiano quegli Istituti che, avendo un considerevole numero totale di studenti, possono attivare percorsi sperimentali e attività, il che garantisce stanziamenti di denaro a vantaggio dell’istituto stesso. Insomma una sorta di sarabanda che sembra più una giostrina e un teatrino di marionette che non un vero e proprio sviluppo di qualità e competenze.

Il colpo finale è stato dato dalla “buona scuola” e dalle 400 ore da spendere durante il triennio come alternanza scuola/lavoro, la cui gestione è diventata un altro effimero fiore all’occhiello da sbandierare nelle attività di orientamento.

 

Carmine Valendino

 

 

N° 01 del 15 SET – “Abusi, maltrattamenti e violenze: un Welfare che non funziona più.”

E’ sufficiente digitare la parola “abusi” su qualunque motore di ricerca per rendersi conto che la violenza sulle categorie fragili è una drammatica realtà quotidiana. Non passa giorno in cui disabili, anziani e bambini non vengano maltrattati proprio da quelle persone con le quali dovrebbero essere più al sicuro.

Mai, in passato, si è avuta l’impressione che le categorie vulnerabili potessero subire un numero così elevato di abusi e violenze! Questa percezione è giusta, oppure sono solo aumentate le denunce, mentre i numeri reali dei maltrattamenti sono rimasti costanti nel tempo? E se ci fosse realmente una escalation di abusi, quali potrebbero essere i motivi che inducono operatori, badanti e familiari, a commettere tali angherie? E ancora, noi  possiamo fare qualcosa per arginare questo dramma?

E’ impossibile stabilire se il numero di soprusi sia aumentato in modo proporzionale alle denunce effettuate di recente,  certo è che questo dramma impone un intervento immediato da parte delle Istituzioni e di tutte quelle figure professionali coinvolte nel mondo del Welfare. Bisogna tenere presente che la violenza sulle categorie vulnerabili è un  tema che nasconde molte insidie ed è più complesso e controverso di quanto si immagini. Per tale motivo, onde evitare di cadere nella retorica, in questo articolo proveremo a fare un po’ di luce su alcuni aspetti del dramma, mentre in una delle prossime edizioni affronteremo la parte più bruciante e delicata, cioè quella legata alle responsabilità Istituzionali. Innanzitutto bisogna ricordare che sia dal punto di vista etico (si fa per dire, in quanto in Italia non è ancora stato redatto un codice etico ufficiale a cui le varie figure professionali attive nel sociale debbano ispirarsi), sia da quello giuridico, gli abusi e le violenze sono due concetti differenti.

La violenza  è un’azione compiuta da un soggetto nei confronti di un altro contro la sua volontà.

L’abuso è una condotta impropria che risulta essere in contrapposizione con il suo scopo originario. Spesso è meno evidente della violenza e può essere commessa anche rispettando  un protocollo professionale.

Un atto di violenza comporta quasi sempre una certa consapevolezza da parte di chi lo compie: un infermiere, un medico o un OSS che danno uno schiaffo a un paziente o ne abusano sessualmente, sono quasi sempre consci di aver commesso un’azione illegale; negli abusi può accadere che un operatore  commetta un atto improprio inconsapevolmente pur attenendosi alle mansioni professionali, come ad esempio nel movimentare con eccessiva vigoria un paziente, oppure somministrandogli un pasto in maniera frettolosa, costringendolo a vivere un’esperienza molto spiacevole.

Bisogna però ricordare che la letteratura insegna che, una ripetizione sistematica di atti di abuso, prima o poi, sfocia in veri e propri episodi  di violenza.

Tra le persone fragili, nessuna categoria è esente dal correre rischi di maltrattamento e tutte hanno un comune denominatore: i maltrattamenti ricevuti vengono consumati prevalentemente all’interno del contesto familiare.

Per dare un’idea della vastità del fenomeno, riporto alcuni dati relativi alle varie categorie a rischio.

La violenza sui minori nel 70% dei casi viene commessa tra le mura domestiche, come ci dice un articolo de “La Stampa” di un anno fa, riportando diversi studi; secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), l’Italia ha un indice di prevalenza di abusi e maltrattamenti del 9,5 per mille, pari a 70/80mila casi all’anno.

L’abuso nei confronti delle persone anziane è assai diffuso e  meno denunciato rispetto agli abusi su minori. È difficile ottenere informazioni accurate sulle reali dimensioni del fenomeno, ma i dati provenienti dal National Elder Abuse Incidence Study (NEAIS) denunciano che i maltrattamenti e le violenze nei confronti degli anziani sono in crescente aumento. Anche per questa categoria fragile le statistiche asseriscono che i maltrattamenti subiti avvengono prevalentemente in famiglia. Negli ultimi anni il numero di grandi anziani maltrattati nelle strutture pubbliche è notevolmente aumentato, al punto che la WHO (World Health Organization), ha asserito che l’abuso Istituzionale (cioè quando il maltrattamento degli anziani avviene in case di riposo o durante le assistenze domiciliari), è divenuto uno dei principali rischi di abusi e violenze.

Anche la disabilità non è esente dal pericolo maltrattamenti. In merito a questa tipologia di persone vulnerabili i dati non solo sono scarni, ma risultano essere ancora più discordanti rispetto alle altre categorie a rischio citate. Fatto sta che il fenomeno degli abusi nei confronti dei portatori di handicap (come denuncia la rivista interdisciplinare “Maltrattamento e abuso all’infanzia” edita da FrancoAngeli) è molto più diffuso di quanto si immagini, ed è addirittura in aumento.

Per dare un’idea, riporto una ricerca condotta negli Stati Uniti su disabili con insufficienza mentale di età inferiore ai diciotto anni. Lo studio ci dimostra che l’incidenza del maltrattamento è 11,5% contro 1,5% del gruppo di controllo costituito da bambini senza handicap. Alla luce di quanto redatto, credo che ad ogni cittadino sorgano spontanee alcune domande: cosa possono fare gli addetti ai lavori per contrastare questa piaga sociale? Quali sono le responsabilità Istituzionali che vanno assolutamente denunciate?

In uno dei prossimi numeri, sempre nella sezione “Diversamente-sociali”, proveremo a rispondere a queste ed altre spinose e scomode domande.

 

Antimo Pappadia

 

Numero Zero del 01 SET – “Sesso, disabilità e ipocrisia”

Questa rubrica, oltre a rappresentare la sezione divulgativa dell’omonima associazione, rappresenterà un vero e proprio strumento di denuncia dell’ambiguità, della malafede e dell’ipocrisia di cui il Welfare si nutre e ne è al tempo stesso responsabile. Il primo articolo parleremo della sessualità nella disabilità.

In passato, sia dal punto di vista professionale, sia come giornalista, mi sono occupato spesso di sessualità. Ho scritto molti articoli in merito a questo tema, in quanto ho sempre ritenuto che l’affettività e l’erotismo siano elementi troppo spesso sottovalutati nel mondo della disabilità. Tra le diverse tematiche affrontate di certo, non ho trascurato il tema concernente i tecnici sessuali specializzati in questa peculiare forma di cura alla persona. L’assistente sessuale, infatti, non è un mercenario del sesso, ma un professionista che, in alcuni paesi, come Olanda, Danimarca, e Austria,  già esiste da tempo. L’assistente sessuale, per chi non lo sapesse, è un operatore del sesso che si occupa della sfera erotica dei disabili. Trattasi di uno specialista dei servizi alla persona, riconosciuto giuridicamente e socialmente, regolarmente iscritto ad un Albo e obbligato a rispettare tutte quelle regole previste sia in campo legale, sia in quello etico . Questi tecnici sociali del sesso, sono ben formati e hanno un’infarinatura didattica in  diverse discipline (dalla psicologia all’anatomia, dalla sociologia alla medicina). L’assistente sessuale, nella parte dell’Europa più civile, è a tutti gli effetti un professionista proprio come un avvocato, un medico o un logopedista.

Tuttavia nonostante abbia più volte affrontato questa spinosa tematica, non mi sono mai sbilanciato in merito ai benefici psicofisici che un’attività sessuale possa arrecare ad un disabile e neppure ho mai osato dare suggerimenti e consigli giuridici, ma ho sempre palesato, con determinazione, il fitto velo di ipocrisia che ricopre questo delicato argomento. Non a caso ho evidenziato il fatto che alcuni leader politici, utilizzano la fragilità della categoria sociale in assoluto più vulnerabile, come opportunità per aumentare il consenso pubblico.  Basti pensare al fatto che nei periodi preelettorali, molti leader politici si mostrano interessati al tema della sessualità nella disabilità, ma appena concluse le votazioni, tutti se ne dimenticano per poi ricordarsene nelle successive elezioni.  A questo punto, un attento lettore potrebbe domandarmi: qual è la novità? Novità, in effetti,  non ce ne sono;  però, tre cose che dimostrano l’ipocrisia di alcuni leader politici, quando dicono che stanno preparando un disegno di legge  per istituzionalizzare la figura dell’assistente sessuale, ho il dovere di ribadirle. In primis nessuno ha il coraggio di riconoscere un dato oggettivo, e cioè che in Italia l’assistenza sessuale esiste già!  Il fatto che non venga riconosciuta dal punto di vista giuridico, permette solo agli improvvisatori del sesso di aprire un mercato nero e molto redditizio, dando in cambio prestazioni poco protette e senza alcuna garanzia.

In secondo luogo, si sa benissimo che una legge di questo impatto sociale deve essere indissolubilmente accompagnata da una formazione culturale collettiva, perché in caso contrario, creerebbe una confusione tale da divenire inapplicabile.

Infine (e questa la definirei un’ipocrisia nell’ipocrisia), personalmente, ho sempre ascoltato i leader parlare dei bisogni sessuali dei maschi e le mie orecchie non hanno mai sentito nessun politico esprimersi pubblicamente in merito al bisogno sessuale delle donne e delle persone diversamente abili con orientamento omosessuale; quasi come se il tema dell’affettività nella disabilità fosse qualcosa legato al sesso maschile e non alla natura umana. Pertanto, il fatto che  restare ideologicamente nei gangli del tradizionalismo sia più politicamente vantaggioso, naturalmente, non è altro che una pura coincidenza.

Alla luce di quanto asserito, in qualità di giornalista e di tecnico dei servizi sociali, non mi resta altro che chiedere ad una parte  politica di smettere di fare promesse al solo scopo di ottenere dei voti. Visto che non si ha la giusta determinazione per fare alcun disegno di legge in merito all’assistenza sessuale almeno, si abbia la volontà  di rispettare  la dignità delle persone svantaggiate, senza illuderle con aspettative che poi saranno sistematicamente disilluse. Tra le tante strategie subdole per “fabbricare voti”  approfittare della fragilità della fascia sociale più debole, è indubbiamente quella più meschina.

Antimo Pappadia