Autobiografia del disagio

 

N. 06 del 1 DIC – Lettera dal carcere – S.B.

Per la rubrica “Autobiografia del Disagio”, vi ripropongo una lettera di S.B., detenuta in carcere per una pena di 21 anni.

(Novembre 2015)

 

S.B.

Con gli ultimi avvenimenti accaduti in Francia, da parte di quest’Isis, sarebbe quasi banale parlare di violenza sulle Donne, oppure della mia vicenda giudiziaria. Mah!
Proprio ora, in questi momenti di strage, vorrei collegare e collocare dei punti fondamentali di una ventiseienne iraniana, impiccata in Iran, per aver ucciso un uomo che accusava di tentato stupro. E lei, era innocente.

E’ il testamento di Reyhaneh.”

Cara mamma dal cuore d’oro, nell’altro mondo gli accusatori siamo io e te, e loro, sono gli imputati. Vediamo quel che vuole Dio.”

Quando l’incidente è avvenuto, le cose che avevo imparato non mi sono servite.

Quando sono apparsa in Corte, agli occhi della gente, sembravo un’assassina a sangue freddo e una “criminale” senza scrupoli.

Non ho cercato di piangere fino a perdere la testa. Perché confidavo nella Legge.

Ma sono stata incriminata per indifferenza di fronte ad un crimine, non ho ucciso nemmeno le zanzare. Ora sono colpevole di omicidio.

Quanto ero ottimista ad aspettarmi giustizia dai giudici!!

Il giudice non ha mai nemmeno menzionato che le mie mani non sono dure come quelle di un pugile o di un atleta.

 

Ma chi è S.B.?

Per lo Stato italiano, è colpevole di aver commissionato la morte di suo marito e per questo, condannata a 21 anni di carcere.

Ma la sua storia dovrebbe coinvolgere tutte e quantomeno accendere confronti e riflessioni. Eppure pare che “i riflettori” abbiano spesso un rifiuto per questo genere di storie, forse troppo conflittuali, per poterne parlarne districandone i fili e preferendo, decisamente, dimenticarsene.

Questo paese che tu mi hai insegnato ad amare, non mi ha Mai Voluta, e nessuno mi ha appoggiata, anche sotto ai colpi dell’uomo che mi interrogava e piangevo, e sentivo le parole più volgari.

Il mondo non ci ama.

Perché il Tribunale di Dio incriminerà gli ispettori, giudici della Corte suprema;

mi hanno colpita quando ero sveglia e Non Hanno Smesso di Abusare di ME.

Accuserò tutti coloro chi per ignoranza o menzogna mi hanno tradita e hanno calpestato i miei Diritti.”

Iran, omicidio, pena di morte, stupro.

Ancora oggi in Iran è così, in Italia fortunatamente, la pena di morte non c’è, ma esistono ingiuste sentenze con relative indagini sbagliate, dove giudici e magistrati fanno fede a tali indagini.

In Italia non c’è la pena di morte, c’è l’interpretazione della Legge, del Diritto Giuridico del nostro ordinamento.

L’interpretazione ti consuma e ti condanna per ingiusta interpretazione. Peggio della pena di morte.

Ho preso 21 anni, per niente, solo per aver detto “sono innocente”.

Con S.B. ho parlato della parola “innocenza”, e della parola “colpevolezza”.

Ho letto lunghe sue pagine piene di drammi, di dolori, di violenze, pagine che riducevano anni, una vita, la sua.

Ma lei, che è quella donna, forte ed esile, dietro alle sbarre, con 21 anni da scontare, è una donna che ha chiesto aiuto, una donna che si è rivolta a forze dell’ordine, al pronto soccorso, a persone che non hanno saputo o voluto cambiare il corso della sua storia.

Ecco, forse,  di chi è la colpa.

Ci sono frasi nei suoi racconti che tracciano inequivocabilmente il corso…

Quando le chiedo come ricordava suo marito quando l’ha conosciuto, mi dice:

Era il mio principe, gli mancava il cavallo, il mantello ed il castello, ma era ugualmente il mio principe.”

Ho cercato di lavorare e guadagnare facendo turni massacranti, notti, giorni, pomeriggi, senza mai fermarmi. Cercavo di guadagnare per aiutarlo, aveva sempre dei problemi.”

“Una sera volevo fargli una sorpresa, la sua officina era all’interno di un palazzo. Entrai nel giardino , scesi dall’auto con la pizza in mano, entrai in officina. Mio marito stava seduto su una poltrona con una giovane prostituta seminuda. Mi aggredì verbalmente e io girai le spalle e me ne andai. Quella sera, iniziò ad aggredirmi, a casa. Cercai di non rispondere, ma il giorno dopo continuò, ancora e iniziammo a discutere animatamente. Lui stava tagliano il prosciutto, si avvicinò e mi sferrò un colpo sull’avambraccio.”

Ci sono state, dunque, violenze all’interno della vostra relazione?

La nostra relazione inizia nel 1984 sino al 2011.

Il rapporto è andato via via a frantumarsi, già dal 1996.

Non riesco a quantificare gli episodi. Oggi mi vedo, io cercavo sempre spiegazioni, cercavo per lui giustificazioni, doveva apparirmi ciò che in realtà non era.

Hai fatto denunce a suo carico?

Si , l’ho denunciato e ci sono anche certificati medici, proprio quando credevo di morire.

Ti sei mai rivolta a qualche associazione o centro antiviolenza?

Si! Parlando con una dottoressa dove lavoravo, mi convinse a chiamare la Casa delle Donne, era il 2011… (perché andavo sempre livida al lavoro).

Un giorno mi decisi, e chiamai. Mi dissero che dovevo prendere un appuntamento, una settimana dopo. Non andai. Il momento era andato.

Avevo sfiorato mille volte la morte ma la responsabilità verso mia madre prevaleva su qualsiasi mia scelta.

Puoi descrivermi la tua cella?

La mia cella? E’ bellissima. Pochi metri calpestabili. A me va bene. Ha due letti, due specie di armadietti, un bagno con doccia, una finestra. E’ molto piccola ma a me sembra una reggia. E’ sempre pulita ed in ordine, mai nulla fuori posto. Dalla mia parte c’è una lampadina con tutti i miei cari. Le sbarre? Ohhh! Non mi fanno né caldo né freddo, a casa mia erano così! Mi sento protetta, controllata al punto giusto, e gli altri chiudono la porta al mio posto. Il fatidico Blindo.

Purtroppo non abbiamo la cucina, ci portano il vitto che passano dal blindo. E’ meraviglioso!! Ti senti sicura anche quando mangi, (se mangi). Non ti dico i piatti! Certo, non sono di porcellana, ma sono ciotole in acciaio così non si rompono e si puliscono meglio. Sono proprio in un Grande Hotel, basta solo sognare.

La Giustizia … gli chiedi aiuto e non c’è. E quelli che uccidono le donne?

Sono fuori.

S.B.

 

Marzia Schenetti

 

 

N. 05 del 15 NOV – Il 25 Novembre per me …

Per la rubrica “Autobiografia del disagio”, in occasione della vicina Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza, abbiamo deciso di dedicare questo numero a questa tematica. Nella volontà di non cadere nella retorica e soprattutto, in coerenza con la nostra linea giornalistica di dare ed essere spazio libero e democratico, abbiamo posto una domanda aperta, alla quale diverse donne, hanno liberamente espresso la loro opinione/riflessione, in base alla propria esperienza di vita professionale e/o esperienziale.
Le donne che hanno partecipato e che ringraziamo, sono: Claudia Forini Counsellor della Coop. Centro Donne Mantova, Giovanna Ferrari, Roberta Baraldi, Silvia Padulazzi Ass. Anima Rei, Grazia Negrini Femminista storica, Donatella Rampazzo, Franca Giaroni, Silvia Alure, Grazia Biondi Presidente Manden.

IL 25 NOVEMBRE è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Cosa rappresenta per te questo giorno? Negli anni e in base alla tua esperienza, si è trasformata la tua opinione e se si, in che cosa e perché?

 

Claudia Forini                                                                                                                                                                                             

Da molti anni lavoro con donne vittime di violenza e il 25 novembre è stata per me nel passato, una data molto importante, che in realtà interessava a poche/i, quindi mi sono impegnata, per realizzare nella mia città, Mantova, e nella provincia, iniziative che facessero conoscere questa giornata, originariamente nata per ricordare l’uccisione delle sorelle Mirabal. Anni fa mi sembrava un’opportunità in cui si potevano accendere i riflettori sulla violenza maschile contro le donne. Anche se la violenza contro le donne va contrastata 365 giorni l’anno e non certo un giorno solo. Il mio intento e il mio impegno erano infatti tesi ad accendere un riflettore sulla giornata, per sensibilizzare la popolazione e le istituzioni poiché la violenza maschile sulle donne non è un fatto privato, ma riguarda l’intera società e ognuno/a è chiamato a farsene carico. In parte credo anche di aver raggiunto il mio obiettivo e dico in parte, perché il 25 novembre ad un certo punto è diventato una specie di circo Barnum, dove tutti fanno di tutto, in cui la cosa più importante è dimostrare quanto sta a cuore il contrasto alla violenza, salvo poi dimenticarsene due giorni dopo. Spesso vengono realizzate iniziative prive di spessore e di contenuti, e a zero costi, (potrei fare un lungo elenco), tanto per avere un trafiletto sui quotidiani e far vedere che in quel giorno è stato fatto il proprio dovere, senza impegnarsi realmente. La trasformazione e direi strumentalizzazione, che ho visto nei miei anni di lavoro e attivismo, di questa importante giornata, è qualcosa che mi procura un certo dispiacere, perché non la ritengo certo una trasformazione positiva. Infatti la sovraesposizione mediatica da parte delle Istituzioni, non ha dato riscontri e risultati positivi nel contrasto alla violenza. Purtroppo la politica sino ad ora non è stata in grado di comprendere in che modo affrontare questo fenomeno, e lo ha affrontato solo in temini emergenziali e securitari, anzichè affrontarlo come un problema culturale. Contrastare la violenza maschile sulle donne significa mettere in discussione la cultura patriarcale e i rapporti sociali che la sostengono. Se il governo continua ad affrontare il problema come ha fatto sino ad ora i risultati non potranno che continuare ad essere negativi. Il 25 novembre deve essere un giorno di ricordo delle vittime della violenza maschile e di lotta finché non saremo libere dalla violenza!

 

Grazia Biondi                                                                                                                                                                                                    

Il 25 novembre in molti parleranno di violenza, di donne, di minori e alzeranno bandiere di solidarietà e civiltà, spesso queste persone non le troviamo accanto alle vittime, ma su piedistalli da dove diranno al Paese chi sono e cosa fanno, un lodarsi che paradossalmente non dà voce a chi la violenza l’ha subita veramente, poichè quasi nessuno, concretamente, è disposto poi a sporcarsi le mani del nostro dolore. Da donna che ha conosciuto il terribile volto della violenza, con la grande consapevolezza di essere una sopravvissuta, questo giorno lo vivo come un giorno di protesta e di indignazione, perchè nel nostro Paese, molte donne non denunciano piu’ per tanti motivi, che vanno dalla mancata fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine, alla paura di perdere tutto cio’ che di più caro hanno, figli compresi; perché solo noi conosciamo il nostro nemico, ma non possiamo permettercene altri, quelli che vivono di indifferenza, di burocrazia e di maschilismo, quelli che gestiscono la nostra vita a colpi di verbali, denuncie e sentenze. Chi denuncia paga un prezzo altissimo in nome dell’amore e di un’insana in”giustizia”. Il mio pensiero è che si possono scrivere tutte le migliori leggi del mondo, ma finché non sono applicate a cosa servono? Fino a quando tutte le operatrici e gli operatori non si caleranno realmente nel problema e non tuteleranno concretamente le donne vittime di maltrattamenti e i loro diritti; fino a quando continueranno a pensare con il portafogli e con la “testa degli uomini”, noi continueremo a morire, mentre le nostre denunce continueranno ad essere inascoltate e si trasformeranno nella nostra condanna a morte. Ho scoperto in questo percorso, il dramma immeritato della “rivittimizzazione” ad opera di chi dovrebbe tutelare e accogliere noi donne violate nella nostra intimità, nella nostra identità e costrette a vivere situazioni di isolamento ed emergenza protratta. Le forze dell’ordine spesso hanno atteggiamenti dissuasivi e conciliativi, a tutela dell’interesse superiore della famiglia, ma dove c’è violenza e sopruso non ci sono diritti né famiglia! Per non parlare delle risposte che si ricevono nelle aule di Giustizia, quasi sempre caratterizzate da difficoltà burocratiche, superficialità investigativa, insensibilità e impreparazione specifica nella materia. Le cancellerie talvolta, distrattamente (?) perdono i fascicoli e documenti di valenza probatoria. I giudici non leggono le carte, non ascoltano le donne con l’attenzione necessaria, e soprattutto vi è una lentezza nel predisporre e attuare decisioni che ne tutelino l’incolumità. Ho potuto constatare che quando si denuncia, un avvocato di grido raramente lo scoverete accanto alle vittime, nei tribunali, in gratuito patrocinio. Invece i maltrattanti hanno a disposizione i migliori avvocati, principi del foro, incompatibilmente con lo stato di indigenza reddituale che spesso dichiarano, hanno anche dalla loro parte testimoni “compiacenti”, poichè quelli che conoscono la verità iniziano a dileguarsi e piu’ il tempo passa e più la loro memoria vacilla, come anche la loro coscienza. A questa analisi triste e lucida se ne aggiunge una fatta di speranza e calma determinazione perchè ritengo, nonostante tutto, che noi donne dobbiamo lottare per riprenderci le nostre vite, indipendentemente da attacchi, provocazioni, non dobbiamo permettere più a nessuno di usarci violenza, che siano avvocati, giudici, assistenti sociali pericolosi, carnefici, falsi testimoni e altro… per dire basta dobbiamo crederci sempre, anche se tutto sembra essere contro di noi. Quando varco la soglia dei tribunali, tra quelle scure toghe, a volte leggo sguardi di sconforto, amarezza e indignazione, altre volte insana freddezza mista a spocchia, sfacciata indifferenza e mancanza di solidarietà. Da donna che ancora sogna, crede e lotta per la giustizia, vorrei: toghe “trasparenti e magiche” dietro le quali noi potremmo individuare mediante un dispositivo rosso, se dietro batte un cuore, e con il dispositivo nero il colore dell’anima . Chiudo questo mio pensiero con un appello e un amara constatazione: quando comprenderete che non sono le manifestazioni a salvarci la vita, ma la voglia di venirci incontro, di accogliere le nostre denunce, di ascoltarci e di crederci, perché è così che si salvano le vite delle donne. Ci salveremo quando tutti indistintamente inizierete a crederci e ad accoglierci, quando ci sarà la solidarietà tra esseri umani. Siamo in un mondo fatto di violenza, in una società che non ci vuole più, a noi non servono scarpette rosse per ricordarci, ma serve che vi ricordiate di noi quando siamo in vita, cominciate da noi, da quelle donne che vi chiedono aiuto e non lo ricevono, entrate nelle aule dei tribunali e non nelle piazze, entrate nei nostri cuori e liberatevi di quei giudizi e pregiudizi che distruggono le donne. Alle Donne dico che: chi mi voleva distruggere mi ha fortificato, le distruzioni sono state il mio innalzamento, in questi percorsi dobbiamo salvare il meglio di “ noi”, anche se quel meglio ci ha fatto incontrare il peggio; il vero coraggio è nel ritornare alla vita riprendendoci la nostra libertà, con la consapevolezza di essere donne che hanno avuto il coraggio di dire BASTA, il coraggio della verità e dell’amore, perchè essere migliori è un dono non una punizione !!   Io, per il 25 novembre che verrà, non alzerò bandiere, ma pregherò nella speranza che in una società che ha perso la cultura del rispetto e dell’amore, mancando di pietà e solidarietà, che il buon Dio intervenga, non perché cambino le leggi, bensì i cuori e le coscienze di chi le applica. Il mondo ha bisogno di buoni esempi non di cattiverie gratuite, di uomini e donne che insorgano insieme a tutela dei diritti umani delle donne, perché solo quando tutte e tutti avremo la capacità di indignarci e di tutelare chi viene lesa nella dignità, avremo vinto la violenza ! Grazia Biondi Presidente Manden – diritti civili e legalità.

 

Grazia Negrini                                                                                                                                                                                               

Mi è stato chiesto, cosa penso della situazione della violenza di genere nel nostro paese, dopo più di trent’anni che me ne occupo. Se devo esprimere dei giudizi sulla situazione partirei da questi:

– I centri antiviolenza che furono una grande novità degli anni ’90, oggi non costituisco più un referente valido perché negli anni si sono trasformati in centri di potere secondari, assoggettati alle amministrazioni che in genere li mantengono;

– Le donne delle istituzioni non sono state in grado in questi anni di raccogliere nulla da ciò che in qualche modo i centri potevano trasmettere. Questo fa sì che durante la campagna elettorale delle donne, la violenza di genere sia sempre presente salvo poi dimenticarsene una volta elette.

– Si invitano le donne a denunciare, ma spesso la denuncia porta all’uccisione della donne perché non esistono mezzi per tutelarle. 

– Le istituzioni potrebbero intervenire pensando a luoghi di aiuto per gli uomini che vogliono uscire dalla loro condizione di violentatore.

– Credo che la violenza di genere non sia più una questione che riguarda le donne, se non come vittime, ma riguarda soprattutto gli uomini. Sono loro gli assassini e come tali vanno puniti non tanto con un aumento delle pene, ma attraverso una certezza della pena. 

 Occorre finalmente pensare ad una formazione adeguata delle forze dell’ordine al fine di tutelare la donna minacciata che denuncia.

– Sono questioni che bene o male conoscono tutte. E’ ora di prendere posizioni certe.

 

Silvia Padulazzi 

Siamo connessi ogni giorno ai nostri canali preferiti di informazione e quotidianamente abbiamo modo, se lo vogliamo, se la nostra sensibilità ce lo consente, di rivolgere un pensiero al tema della violenza sulle donne. Non abbiamo bisogno di un 25 novembre per ricordarci che sono “Violenza sulla Donna” una serie di comportamenti tenuti da uomini e donne che ormai sono entrati a far parte del nostro vivere comune e non è nemmeno necessario ricordare quali sono, o forse si. Violenza sulla donna è per esempio far sentire inadeguata una donna che non risponda ai canoni estetici da fotoshop. Violenza sulla donna è sottintendere che occuparsi di casa, famiglia, figli, cura di malati e anziani siano azioni di sua esclusiva competenza. Violenza sulla donna è l’artista che non viene più chiamata a esibirsi perchè non più giovane e non più sessualmente attraente. Violenza sulla donna è la lavoratrice che deve barcamenarsi con la mancanza di flessibilità negli orari. Violenza sulla donna è il non poter parlare della sua solitudine, delle sue frustrazioni, delle sue delusioni perchè considerate di poco valore rispetto a problematiche più pratiche come fare il conto dei centesimi per arrivare a fine mese. Violenza sulla donna è rivolgersi ad un’altra donna pensando di trovare empatia e comprensione e ricevere un’alzata di spalle perchè è più comodo così. Violenza sulla donna è “come ti vesti”, è “copriti”, è “non uscire”, è “lui mi lascia uscire”, è “lui mi lascia andare in palestra”….
Violenza sulla donna è sentirmi giudicata da un’altra donna, è percepirla più fortunata di me perchè ha più soldi, perchè ha avuto più possibilità di successo e carriera, perchè ha potuto permettersi di pagare gli aiuti in casa e per i figli. E’ violenza quando lei  mi dice che avrei potuto fare altro nella vita. Violenza sulla donna è l’insegnante dei miei figli che al colloquio mi fa sentire inadeguata e una madre fallita…Non credo più alle alle ricorrenze, mi infastidiscono le giornate “dedicate a..”, mi fanno venire l’orticaria gli uomini e le donne che si ricordano del 25 novembre organizzando eventi che in verità servono a promuovere i loro prodotti artistici o commerciali. Allora a me, che sono una sognatrice, viene da dire una cosa. E’ possibile combattere la violenza senza usare violenza.  Il 25 Novembre, regaliamoci un sogno. Lasciamo perdere le celebrazioni: risparmiamo soldi ed energia. Creiamo ognuno di noi nei nostri spazi di vita un fondo che serva veramente alle donne disoccupate, disorientate, disamorate, disperate, disadattate. No, non un assegno di mantenimento: un fondo che aiuti tutti noi, uomini e donne, ad emanciparsi, a prendersi in mano la vita, che restituisca  ciò che tutti noi oggi abbiamo perso o non abbiamo mai avuto. Una sorta di banca della ricostruzione di sè, che segua un po’  il principio del caffè sospeso insomma: ogni volta che sperimentiamo violenza, mettiamo a disposizione di tutti buone prassi, azioni, gesti, soldi, cura, amore, fiducia, rispetto, creatività. Il 25 Novembre, regaliamoci un sogno.

 

Silvia Alure

In base a ciò che mi chiedi ti rispondo che sinceramente un tempo credevo a questa giornata, tanto che ho partecipato anche ad una manifestazione mettendoci anche la faccia raccontando la mia storia di vittima di violenza ma vedo che non cambia nulla, è solo una speranza lontana il cambiamento, io non credo più a nulla! Sono stata tradita da chi doveva tutelarmi GLI AVVOCATI!!!! Che dire di più … che starò a casa senza minimamente pensare a questo 25 novembre.

 

Roberta Baraldi                                                                                                                                                                                             

25 novembre, data densa di significato, momento di riflessione e memoria, in una società che a parer mio non ne coglie il significato. Col passare del tempo questa giornata è diventata sempre più un teatrino dove valorizzare le debolezze delle donne e non i punti di forza. Al centro dell’attenzione non ci sono le donne vittime di violenze, ma il vittimismo, protagonisti chiunque voglia trarne vantaggio, la parola femminicidio riempie la bocca di molti, ma pochi ci si soffermano il giorno dopo. Quest’anno passerò il 25 novembre con delle donne, ognuna con la sua storia, nessuna vittima, solo tanta empatia.

 

Donatella Rampazzo                                                                                                                                                                                 

Non è una data che mi ricorda che esiste questa orribile situazione contro le donne! Personalmente soffro a volte la non comprensione da parte di chi ostenta sicurezze nei confronti di situazioni che purtroppo possono, invece, “coinvolgere” chiunque attraversi momenti delicati nella vita. In poche righe è difficile riassumere … mi hai detto di essere concisa, decifra pure il mio pensiero. Lo scontrarmi a volte con chi è sicura che a lei non potrebbe mai succedere, beh … la pensavo anche io così … ma pure, vedi mai?

 

Franca Giaroni                                                                                                                                                                                             

Solo da qualche anno mi sono resa conto che esiste questa ricorrenza. La violenza sulle donne è sempre esistita, è giusto che se ne parli, se non altro per aggiungere consapevolezza a un problema che la giustizia stessa sottovaluta. Lo si vede dai processi, dalle dichiarazioni di donne che  sono state vittime di atti violenti. Spesso hanno paura di ripercussioni, di ritrovarsi sotto casa o addirittura dentro le mura domestiche il loro seviziatore. E ricordo certi discorsi  di quando ero piccola, o adolescente. Mi dispiace ricordare che erano le stesse donne, a volte, a giustificare chi prendeva a botte la moglie. In casa mia, anche a quei tempi, per fortuna, o meglio per educazione ricevuta e sensibilità, non è mai successo. Mi stupiva sentire che accadeva, pensavo che io non lo avrei tollerato.

 

Giovanna Ferrari                                                                                                                                                                                             

In quanto giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il 25 novembre per me rappresenta un momento importante di riflessione su un fenomeno che non conosce frontiere. Che poi si traduca in eventi, spesso solo di facciata, è una triste constatazione che non diminuisce, al contrario amplifica, la portata e la gravità del problema. Dal 2012, da quando ho iniziato ad occuparmi delle tematiche di genere, ad oggi, temo non siano molti gli obiettivi raggiunti: ogni piccola conquista (dove c’è stata) è da difendere e presidiare con le unghie e con i denti; molta ancora la strada per rendere effettive le già scarse tutele alle vittime; troppo blande e spesso contraddittorie le attività di prevenzione e formazione messe in atte. Non sarà certamente una giornata dedicata a risolvere la complessità di un problema che ha radici culturali profonde, dure da estirpare. Di iniziative a contrasto della violenza contro le donne se ne promuovono ormai un po’ tutto l’anno, a prescindere dalle ricorrenze e spesso con maggiore efficacia. Penso, però, che la celebrazione concentrata in un giorno concordato a livello internazionale abbia lo scopo di unire le voci per richiamare meglio l’attenzione. A questo proposito, ritengo importanti le azioni promosse in occasione del 25 novembre  da Non una di meno, che, pur con molti limiti organizzativi e gestionali, mira a portare una massiccia presenza femminile negli spazi pubblici, culturalmente riservati al maschile, in una unità di intenti che travalica i confini nazionali. Mi piace questo uscire dalle trincee (mi sono stufata del contrasto alla violenza sulle donne che si traduce in ulteriori limitazioni della libertà femminile) per rivendicare quell’uguaglianza di diritti che ci appartiene come persone e come cittadine.

 

Marzia Schenetti

 

N° 04 del 01 NOV – “Vivere e sopravvivere. Una sostanziale differenza”

Per la rubrica “Autobiografia del Disagio”, la storia di Giuliana.  Una testimonianza preziosa che tocca non solo la profondità del disagio ma anche la difficoltà di percepire quali siano i limiti dell’aiuto. La ricostruzione, si sa, dovrebbe basarsi su un fondamentale fattore, quello di rendere di nuovo l’individuo autonomo, ovvero, un individuo “libero”.

 

 

 

Dal libro inedito di Giuliana “Un lungo viaggio all’inferno”    

Vi benedico                                                                                           

per tutto ciò che mi avete fatto, per tutte le sofferenze,                                                                                         

le umiliazioni, e le torture che mi avete inflitto                                                                                           

e costretto a sopportare a capo chino.                                                                                          

Vi benedico                                                                                           

perché senza tutto quel dolore, così potente,           

così devastante, così ingiusto e immeritato,                                                                                          

non sarei mai arrivata qui. 

Ti diranno che tutto passa, che tutto è effimero, e che dura poco, e che tutto è destinato a finire. Ti diranno che tutto passa, ma non diranno dove, né come né quando, e neppure quanto tempo impiegherà a passare, e nemmeno come ti sentirai mentre passa. Passerà nelle vene, nelle ossa, nel midollo, tra i capelli; passerà in ogni muscolo, in ogni goccia di sangue e di muco, nelle lacrime e nelle grida di dolore e disperazione; passerà nei tuoi sorrisi, nei tuoi pensieri, nei tuoi ricordi; passerà nella tua intera vita, attraverso quel buco scavato nello stomaco, quel buco che ti fa perdere la conoscenza e ti ubriaca di vertigini, allargandosi ogni volta un poco, lasciandoti interdetta e senza coscienza alcuna. E passerà senza pietà, senza riguardo, senza chiederti il permesso. E passerà e ti cambierà. E cercherai di resistere, e passerà.

Giuliana

Sono tornata a vivere da mia madre perché avevo perso il lavoro e non avevo nessuna risorsa economica, ma ero ben consapevole del calvario che mi sarebbe toccato. Abitavo in provincia di Reggio e avevo ricevuto l’ennesimo sfratto. Non avevo alternative, è stata una scelta obbligata.

Già da tre anni stavo male, mi sentivo sempre stanca e affaticata, ma venivo curata con antidepressivi perché il mio medico non aveva riconosciuto i sintomi di un cuore scoppiato. Dispiaceri, dolori, delusioni e perdite. Non solo riguardo al mero rapporto sentimentale ma anche a tutto quello che è stato il dramma personale ed economico, causato da un uomo malvagio fino al midollo che, nonostante tutto, ho amato moltissimo, fino a lasciarmi distruggere.

Soldi dati e mai riavuti, poi quelli che mai mi sono stati riconosciuti a compenso del mio sacrificio lavorativo, le case scippate, i miei risparmi spesi per la gestione della casa in comune, cui il mio ex non ha mai partecipato. Io pagavo tutto, dalla stiratura delle sue camicie, che voleva “croccanti di appretto”, alla spesa alimentare e alla donna delle pulizie. Poi, tutti i miei beni personali: biancheria, oggetti per la casa, per la cucina, tappeti, tv, cuscini e lampade… tutte cose che non ho più.

Così nel febbraio 2010 sono costretta a trasferirmi da lei. Trovo un nuovo lavoro ma pochi mesi dopo la mia malattia si aggrava e vengo ricoverata in terapia intensiva, seguita da una lunga convalescenza e restando di nuovo senza lavoro. Quello sarà l’ultimo.

La mia è una patologia cardiaca che mi classifica in NYHA 3 e mi impedisce qualsiasi attività fisica. Anche il solo camminare per me è difficoltoso, non ho fiato. Inoltre, sono in grave sovrappeso. A causa della cura sbagliata! Gli antidepressivi sono bestiali, ti fanno ingrassare a vista d’occhio, e io li ho presi per anni… Vado in apnea al minimo sforzo. Anche vivere è uno sforzo grande! Non ho alcuna risorsa se non quello che mi è stato riconosciuto: una pensione di invalidità di 289,80 euro al mese. Questo è tutto il mio reddito e tutto ciò che ho.

Nel 2011 mia madre cade nella sua stanza. Si rompe il femore: ricovero, operazione, riabilitazione per alcuni mesi e al termine dei quali non vuole più tornare a casa. Decide di trasferirsi in una casa di riposo. Dovrei approfondire riguardo il rapporto tra me e mia madre per far ben comprendere il motivo per cui sono certa che prese quella decisione per mettermi ulteriormente in difficoltà. Non appena andò in casa di riposo mia madre revocò tutti i pagamenti delle utenze e dell’affitto  lasciandomi senza risorse. In pratica mi ha detto “arrangiati”, del resto, nulla di nuovo, quello che era stato da sempre.

Così, arrivò presto un altro sfratto e dietro il miraggio di una promessa di lavoro poi mai dato, mi trasferii nel mantovano.

Nel 2014, in centro a Mantova, subisco un grave infortunio. Mi rompo perone e malleolo sinistri. Tre mesi tra ospedale e centro riabilitativo, e di nuovo uno sfratto.

In quelle condizioni mi trovai costretta a chiedere aiuto ai Servizi sociali. Sulla Gazzetta di Mantova apparirà un articolo che parla di me e della mia disperata situazione con tanto di foto identificativa …  mi conoscevano in tanti e speravo in un aiuto, invece, nemmeno un cane si fece vivo.

Poi, tramite l’assistente sociale, il Centro Aiuto alla Vita di Mantova mi trovò una sistemazione provvisoria; un alloggio sito in un convento, per il quale, il Comune pagava l’affitto. Rimango per un anno e mezzo; le volontarie del Centro venivano a trovarmi spesso, e diverse volte mi hanno anche allungato un po’ di soldi per la spesa. Mi hanno consolata quando ero triste e disperata, e sostenuta e incoraggiata quando vedevo tutto nero, mi sono sentita un po’ come il figliol prodigo che rientra nei ranghi e torna a casa, accolto con tutti gli onori, e di questo sono profondamente grata. Se non ci fossero state loro sarei finita sotto un ponte.

Il giorno dopo il mio ingresso in convento mamma muore. Non la vedevo da tre anni, da quando era entrata in casa di riposo. Non mi ha mai cercata, non ha mai risposto alle mie telefonate, e con la sua morte si conclude il nostro capitolo, con una chiusura consona a tutto ciò che era stato,  depredata di ogni diritto.

La mia permanenza in convento durò fino alla fine di marzo 2016, quando l’assistente sociale mi dice d’aver trovato un alloggio in cui sistemarmi. Una corte di campagna in housing sociale. Vivo lì anche oggi. Il comune provvede alle spese di affitto, riscaldamento e luce, che col mio reddito non potrei mai pagare e con la mia pensione devo arrangiarmi e mangiare. Di comprare scarpe, vestiti o altre cose non se ne parla, bastano a malapena per la spesa. Mi sono iscritta da subito all’elenco del collocamento protetto, quello dei disabili, nella speranza di trovare un lavoro per permettermi di tornare autonoma e ad una vita normale e dignitosa. Sono passati quasi due anni, ma al momento ancora nulla …

Quello è stato l’unico aiuto ricevuto. Dalle vecchie amicizie o relazioni di conoscenza nessuno si è fatto mai vivo. Tutti hanno finto di non sapere. Chi cade in disgrazia viene visto come un appestato da cui stare alla larga, non si sa mai che ti attacchi le sue disgrazie e le sue sfortune!

Ogni giorno mi chiedo che vita sia la mia. Io sono da anni in prigione. Non posso scegliere nulla, non posso fare nulla, non posso decidere nulla. E’ vero ho un tetto, ho un letto, ma non ho alcun mezzo per decidere di me stessa. Questo è quello che più mi manca nella mia vita di oggi. La libertà.

Ho ancora progetti e sogni, ancora il desiderio di ricostruirmi e di realizzarmi, ma senza un lavoro e senza mezzi, resto imprigionata, al sicuro, e imprigionata. Le giornate passano nel tedio più assoluto e nella speranza che accada quel miracolo che ti farebbe riemergere dalla nebbia e tornare, non dico alla vita di prima, probabilmente, fisicamente non potrei più farla, non ne ho le forze, ma vorrei avere di nuovo un barlume di indipendenza, per me importantissima. Ho sempre lavorato e mi sono sempre mantenuta da sola senza chiedere mai nulla a nessuno, cosa di cui sono fiera e orgogliosa. Poter decidere cosa fare e dove andare, ecco quello che vorrei: anche di prendermi un caffè in riva al lago, di farmi una corsa in autostrada, di mangiare in un ristorante, di vedere un bel posto, di andare al cinema, di comprare un paio di scarpe …

Ho le ali bloccate, tarpate, chiuse, ed è il mio più grande dolore. Per me è tutto così difficile che non mi vergogno di dire che spesso penso al suicidio come soluzione finale… non soffrirei più, nessun dolore, nessuna delusione, nessun dispiacere.                                                                                                                                Sono profondamente, irrimediabilmente, incommensurabilmente infelice. Anche se viva.

 

Mille pensieri arrivano veloci come nuvole frettolose assieme a mille desideri e mille voglie e m’incammino piano verso casa, che ancora una volta non è la mia. Sorrido, e penso a quando potrò finalmente dire “la mia casa” oppure “vieni a casa mia” ad un’amica, ad un amico. Forse mai. Sono provvisoria, come la vita. Sono sempre fuori posto, altrove. Aliena. Estranea. Inadatta. Inadeguata. Incongruente. Straniera.

Una pecora nera, appunto. Una che vive in modo diverso, non conforme. Non conforme a cosa, a chi? Diverso da cosa, da chi?

Così è sorridendo che cerco di cancellare una parte di me, un pezzo di vita. E ne scrivo una nuova adesso. Domani è sempre un altro giorno. In tutti i sensi.

Buon riposo. Buon sonno. Buona esistenza. Buona vita. Buon tutto. Che Dio vi benedica. Che siate benedetti.

A tutti quelli che ancora sanno e vogliono sognare.

Qualunque sia il vostro sogno, osate, volate alto, non limitate la vostra mente e le vostre possibilità.

Fino in fondo, osate. Prendete a piene mani questa vita, afferratela e tenetela stretta e non fatevela portare via da nessuno, difendetela ad ogni costo con le unghie e con i denti, respirate a pieni polmoni questo meraviglioso prana vitale che è il respiro del mondo, dell’universo, mangiatela, questa vita, ingozzatevi di essa, fatene indigestione, riempiteci lo stomaco e le budella, vivetela senza paure, le paure limitano e condizionano, e si rinuncia a vivere diventando schiavi. Osate. Senza freni, senza timori, senza paure.

Domani è lunedì.

 

Marzia Schenetti

 

N° 03 del 15 OTT – “Ricordando Silvana”

Quando penso a Silvana, e non v’è giorno in cui non la ricordi, mi chiedo come abbia fatto a vivere così a lungo, immobile a letto, con tutto il dolore che si portava addosso. Un male che negli ultimi tempi era diventato insopportabile, tanto che aveva cominciato a pensare alla Svizzera, dove è legale l’eutanasia.

Ho voglia di vedere le campagne e gli alberi fuggire via, salire in auto e sentire la strada scorrere sotto di me. Fammelo fare questo ultimo viaggio…

Che lei mi chiedesse di aiutarla a morire, dopo tutta la voglia di vivere che aveva sempre dimostrato di possedere, mi destabilizzò. Mi resi conto di quanto fosse a corto di energie quando mi fece notare una scatolina azzurra che teneva in un contenitore pieno di farmaci sopra il comodino, nonostante il nome commerciale fosse di fantasia, non mi ci volle molto per capire che si trattava di morfina.

Era sempre stata attaccata alla vita, Silvana: aveva dipinto, scritto poesie, recensioni per il giornalino della Melagrana, dialogato con chiunque andasse a farle visita, seguito le grevi notizie dei telegiornali per tenersi aggiornata su quel mondo che viaggiava veloce fuori dalla sua finestra. Penso a quanto le piacesse ascoltare le storie delle amiche di sempre, quelle di noi “ragazze”, che con lei avevamo condiviso le prime esperienze lavorative alle Farmacie Comunali, la gioventù, gli interessi culturali in tempi felici: la Sonia la Mara, la Zita, la Brunetta…

Ho svestito i miei pensieri / e li ho lasciati / nudi e indifesi /all’ascolto di orecchie pietose.

Ma forse solo così / si placa il dolore

Il letto di Silvana era adiacente a una porta finestra che si apriva, e ancora si apre, su un bel terrazzo pieno di piante e di fiori. Ogni parete della casa, ogni piccolo spazio, era ed è una mostra variopinta dei quadri che lei aveva dipinto nel tempo. Andare da lei significava per me riempirmi gli occhi di colore, dimenticare i miei problemi e sondare coi nostri discorsi ogni aspetto della vita.

Silvana era un’artista, oltre al colore amava la poesia e per molti anni, fino a quando la malattia glielo permise, fu socia attiva dell’Associazione Scrittori Reggiani.

Penso a colori lontani / quando tinte violente / dipingevano i giorni.

Penso a frammenti di gioia / quando la vita attendeva / gridando promesse

Penso al mio quadro incompiuto / Ora che la mano è ferma…

rimangono solo pallide sfumature.

La mia amica aveva ricevuto la terribile sentenza verso la metà degli anni ’70, dopo un lungo ricovero in ospedale per una cefalea insistente, refrattaria ad ogni terapia: mielite, tempo 10 anni per paralizzarsi completamente e non camminare più, fu la diagnosi terrificante e precisa.  Infatti si paralizzò completamente nel 1985, dopo un paio d’anni che aveva iniziato a camminare appoggiandosi a un bastone.

Ci conoscevamo da molto tempo io e Silvana, ma fu solo quando rimase immobile che scoprimmo di avere una passione comune per la scrittura. Fino  a quando le mani glielo avevano permesso, la sua arte l’aveva espressa coi pennelli, col colore.

Prendemmo dunque l’abitudine a confrontarci, lei con le sue poesie io con le mie storie.

Ci si consultava per suggerimenti, o si cercava l’armonia di una frase poetica, una delle tante che le attraversava la mente durante le infinite ore che passava distesa, immobile nel letto, con la gatta Lucilla accucciata sulle gambe inerti.

Noi, le amiche di sempre, la tenevamo aggiornata  sulle nostre vite e su quella dei nostri figli, sulle apprensioni quotidiane che il vivere  comporta. Lei interloquiva, s’inteneriva, consigliava con modestia, senza piangersi addosso, senza cercare pietismi fastidiosi e inutili. Ancora mi sorprende la sua capacità di distogliere l’attenzione dalla sua malattia per interessarsi d’altro.

Ogni tanto, quando andavo a farle visita, suo marito si affacciava sulla porta:  ah, voi artiste… era solito dire se ci sentiva allegre, o impegnate magari a correggere insieme qualche nostro testo, o a leggere poesie: Cosa avete da ridere? Meglio che me ne vada, che le vostre cose non le capisco, non sono come voi, io…

Per fortuna… gli rispondevo pensando a quanto Giulio fosse indispensabile alla quotidianità difficile di  Silvana.

Ha sempre condiviso il letto con lei e mai l’aveva lasciata  sola; nemmeno aveva chiesto aiuti esterni per accudirla, mai aveva pensato di ricoverarla in qualche istituto.

Finché le condizioni di salute l’ avevano permesso a entrambi, dopo l’iniziale sconcerto di fronte alla terribile malattia  che aveva colpito sua moglie, ogni anno, verso la fine della primavera, l’aveva portata al mare. Avevano preso in affitto un grazioso appartamento a piano terra, in Liguria, a San Terenzio. Tornavano a casa a fine agosto, lei bella e abbronzata, con gli occhi sfavillanti, pieni di quel colore che aveva respirato e del quale si era imbevuta tutta, seduta sulla carrozzella posizionata sulla spiaggia, davanti al mare.

E il mare non è mai uguale,/e l’estate non è mai la stessa /e l’azzurro è liquida distesa di fiordalisi./ Dopo città chiuse/ in gusci d’ostrica /  la vita qui si apre / in luccichio di madreperla.

 Credo fosse il 2007, quando accadde una cosa terribile.

Lui non si sentiva bene ma era partito ugualmente, non aveva voluto sentire ragioni. Con la solita utilitaria e sua moglie seduta al fianco, l’aveva portata al mare, deciso a farle godere anche quell’anno  l’atmosfera dai colori vivaci  che lei amava tanto.

In quei primi giorni di estate Silvana mi chiamò  ogni giorno, io ero in montagna, a Cervarezza con i miei nipoti. Mi diceva che era preoccupata, che suo marito non stava bene, lo vedeva strano, assente.

Giulio sta male, mi disse un giorno allarmata, ha vomitato più volte e poi è svenuto in corridoio, ho chiamato l’ambulanza.

Sapevo quanto fosse  abituata a non perdersi d’animo,  il telefono lo teneva sempre sul letto, per ogni evenienza. Dal Pronto Soccorso suo marito fu dimesso quasi subito, si parlò di congestione, strano perché non mangiava quasi niente, una diagnosi non convinse Silvana.

Fu la cognata assieme al marito che, allertati da lei, li riportò a casa.

Giulio stava sempre peggio, fu subito ricoverato in ospedale. Per giorni interi, devastato da un vomito incessante, senza conoscenza, senza sapere dove fosse, senza una diagnosi, ingaggiò una battaglia estrema con la morte.

Mentre Caterina, una badante ucraina, si occupava di Silvana, lui lottava in un letto d’ospedale contro una malattia oscura che per giorni i medici non riuscirono a diagnosticare.

Poi la diagnosi arrivò, precisa e crudele: encefalite. Su una sedia a rotelle, indebolito e privo di forze, cominciò una lunga e dolorosa riabilitazione.

La badante diventò una presenza costante in casa loro, indispensabile per entrambi, anche se Giulio aveva ripreso a camminare e a occuparsi della moglie quando Caterina, verso sera, se ne andava a casa sua, dove viveva con la figlia.

E gli anni passarono, passarono… fino a quando Silvana cominciò a stare sempre peggio, e iniziò a parlarmi di morte.

Un giorno le dissi sì, barando a me stessa, certa che non volesse morire davvero.

Ero convinta che la nera signora le facesse comunque paura e che pian piano avrebbe lasciato perdere quel progetto angosciante, bastava solo che pensasse a suo marito, che le aveva dedicato la vita. Ero io comunque, che non ero pronta a lasciarla andare…

Facciamo così, mi disse dopo qualche giorno:  se Giulio morirà prima di me e l’unica alternativa rimarrà quella di essere ricoverata in un istituto, tu mi aiuterai  a morire…

Respirai di sollievo: per quanto suo marito non godesse di buona salute non era in pericolo di vita.

Un giorno, dopo essermi accordata con lei per telefono come ero solita fare, andai a farle visita e la trovai più sofferente del solito. Mentre la guardavo con sconcerto, allarmata, mi sorpresi a pensare che la morte era infine riuscita a raggiungerla, stava per portarla via.

La morfina che assumeva in dosi sempre più elevate, era ormai inefficace sul dolore,  aveva la mente offuscata, faticava a parlare, a tenere la concentrazione.

Le sue abili mani, quelle  con le quali aveva dipinto quadri meravigliosi, pieni di colore, e scritto poesie che ne raccoglievano i messaggi, da qualche tempo non le servivano più, nemmeno per mangiare.

Silvana ci lasciò il 20 giugno 2016, in una giornata piena di quei colori che lei aveva tanto amato. La morte che le aveva visto addosso se l’era  portata via davvero, togliendola al dolore, librandola in  quel  viaggio misterioso che da qualche tempo bramava di fare.

Ero andata a trovare la mia amica solo un paio di giorni prima della sua dipartita. Ricoverata in ospedale, in terapia intensiva, con la mascherina per l’ossigeno, attaccata ad una macchina che l’aiutava nelle funzioni essenziali, mi aveva riconosciuta  e cercava di parlarmi: toglimi questi aggeggi di dosso, stacca la spina, lasciami andare…ero sicura che mi stesse dicendo senza voce e con gli occhi sbarrati. Provai a rincuorarla, ma non riuscii a trattenere le lacrime. Impotente davanti al suo strazio, scappai via singhiozzando forte. È  una parente? mi aveva chiesto l’infermiera in servizio nel reparto. Scossi la testa, incapace di parlare. Non ne avrà per molto… disse provando a consolarmi.

Silvana è stata per me, e credo per tutti coloro che l’hanno conosciuta, una grande maestra. Ci ha insegnato a non lamentarci, a sopportare il dolore, a vivere provando a gioire delle piccole cose.

Non so se esista il Regno dei Cieli,  o la legge del Karma, so che le prove dolorose e difficili che la vita le ha posto le ha superate tutte. E che nel mondo dell’oltre vi è entrata con tutti i diritti.

E Giulio?

Ecco, mi aveva detto in quel triste giorno, mentre l’accompagnavo alla Croce Verde per sostenerlo nell’esecuzione di tutte quelle formalità pratiche e burocratiche che ogni morte comporta, mi mancava solo di rimanere vedovo!

Mi stupì che non avesse pensato in modo concreto ad una simile eventualità.

Ero abituato a lei, ho vissuto in sua funzione, aveva aggiunto di fronte al mio silenzio.

Sono andata a fargli visita qualche volta, ci siamo anche incontrati in città per bere un caffè insieme, per fare qualche chiacchiera. La casa è vuota senza di lei, sono solo, mi dice Giulio con voce sobria. Mi racconta che ha rinunciato all’ospitalità di sua sorella perfino nel periodo estivo, ha voluto rimanere nella sua casa da solo.

Per fortuna ho Lara che mi fa compagnia, mi dice presentandomi la sua gattina tricolore.

Silvana aveva fatto in tempo a conoscerla, quella micetta che si chiama come mia figlia.

Sai, è la vita che è fatta così…. mi dice mentre mi accompagna alla porta del suo ordinatissimo appartamento.

Tre mattine a settimana Caterina la badante va da lui a pulire, a tenere in ordine.

Sono stato fortunato ad avere avuto un’infanzia felice, avevo una bella famiglia, mi ha permesso di affrontare tutto senza cadere in depressione, sostiene con convinzione.

Sto bene, non ho sensi di colpa, ho fatto quello che dovevo fareanche lei l’avrebbe fatto per  me…

Parole che fanno meditare.

 

Franca  Giaroni

 

 

N° 2 del 01 OTT – “Orfani della sanità – Il dramma della Fibromialgia”

 

Mi chiamo Claudia ho 52 anni e da 26 anni soffro della sindrome fibromialgica.

La fibromialgia è una sindrome che ha più di 100 sintomi ed è caratterizzata da dolore e rigidità muscolare diffusi, spesso associati a cefalea, astenia, disturbi dell’umore e del sonno.

Convivere con questa malattia è come vivere dentro ad un gesso molto stretto, su cui ogni giorno vengono date migliaia di bastonante. In tutti questi anni ho fatto di tutto per cercare di stare meglio, senza alcun risultato. Alternando speranze e disillusioni, mi sono rivolta a reumatologi, omeopati, fisioterapisti, dietologi, fisiatri, gastroenterologi, urologi, operatori shiatsu, psicoterapeuti, ho fatto meditazione, training autogeno e molto altro, ma la mia fibromialgia è peggiorata e così tanto, da non consentirmi più una vita normale.

Cosa vuol dire vivere con la fibromialgia? Vuol dire vedere la vita che passa davanti mentre si è costretti a stare alla finestra a guardare.

Vuol dire sentirsi pieni di idee e di voglia di fare e poter far poco o nulla, perché il dolore e la stanchezza non lo consentono.

Ad un certo punto il dolore e la stanchezza prendono il sopravvento e ci sono momenti in cui scompaiono anche i desideri, e quella che io chiamo la forza delle mente se ne va, e subentra uno stato depressivo  per la condizione in cui ci si ritrova; una condizione di profonda prostrazione e di solitudine, grazie anche alle Istituzioni che si ostinano a non riconoscere questa malattia come una patologia altamente invalidante, lasciando le persone che ne soffrono orfane della sanità, in balia di loro stesse e lasciando posto, fra l’altro, a un mercato fatto anche di cialtroni e millantatori che propongono percorsi e prodotti mirabolanti, con grado di successo dubbio o nullo, a costi altissimi e che nessuno controlla e ferma.

Essere resilienti non è semplice, perché è difficile immaginare la propria vita e il proprio futuro sempre in balia di dolori e stanchezza che non lasciano nemmeno il respiro.

Non esistono sabati, domeniche, Natale, Pasqua, compleanni, feste; tutti i giorni sono uguali, stanchezza e dolori e molti altri gravi sintomi.

La fibromialgia, in me, ha avuto un’evoluzione lenta ma feroce, poiché ormai tutto il mio corpo, dalla testa ai piedi, è investito dal dolore. Dico sempre che “solo i capelli non mi fanno male”!

Insieme al dolore del corpo provo un dolore dell’anima per essere in questa situazione, perché amo la vita ma non riesco più a viverla pienamente e come vorrei.

Lavorare è diventato molto difficile. Per 25 anni, mi sono dedicata con passione al lavoro nel sociale, occupandomi, prima, di tossicodipendenza e disagio giovanile, poi di donne vittime di tratta e vittime di violenza e fondando nel 2013, con un gruppo di colleghe, una Cooperativa della quale sono stata Presidente sino a dicembre 2016.

Da questa ultima carica, con mio grande dispiacere, mi sono dovuta dimettere. Amarezza e sconforto nel dover scegliere la “rinuncia”. La passione che ancora batteva e batte dentro di me fa i conti con quella che è divenuta la mia impossibilità di realizzare di persona gli obiettivi. Ho dovuto prendere l’amarissima consapevolezza dei limiti che il mio stato di salute metteva all’incarico in un ruolo così apicale. Ma anche questa scelta, seppur da me ritenuta necessaria, dal punto di vista psicologico è stato un duro colpo, perché un duro colpo è dover rinunciare al lavoro di tutta una vita.

Ma oltre al lavoro, che per me è sempre stato molto importante, sia per la mia autonomia, che per la mia realizzazione personale, molte sono le attività che non sono più in grado di fare, anche le più semplici come ad esempio mangiare! Mangiare per me è diventato molto difficoltoso, a causa dei problemi digestivi dati dalla fibromialgia, sono anni che non partecipo ad un pranzo, perché non digerisco nulla, non vado quasi mai al ristorante e raramente vado a casa di amici a cena, perché poi sto male per giorni e giorni.

Da anni non riesco a fare le banali pulizie di casa, mettere i piatti in lavastoviglie è molto difficoltoso perchè per i dolori alle mani  non riesco a reggerli, e durante la giornata non posso avere più di due appuntamenti perché non ho l’energia e forza sufficiente, ho difficoltà ad utilizzare il computer per i dolori che mi prendono a collo, braccia e mani; non riesco a viaggiare e riesco a guidare per non più di trenta minuti, dato che nella medesima posizione il corpo si irrigidisce; molto difficile per me, anche leggere semplicemente un libro, per l’impossibilità di restare più di dieci minuti nella stessa posizione; non riesco a ad andare in bicicletta e l’elenco potrebbe essere ancora molto, molto lungo.

Insieme a tutta questa sofferenza fisica si aggiunge quella che viene dall’esterno, perché la malattia non si vede, il dolore non si vede e le persone spesso mi dicono “che si vede che sto bene perché ho un bell’aspetto e sono in forma“.

Quando mi sento dire questa frase, con il patimento che ho tutti i giorni, cerco di non perdere la pazienza e spiegare che il dolore cronico non si vede e non è quindi scritto sulla mia fronte tipo lettera scarlatta.

Cerco di fare capire cosa si prova a convivere quotidianamente con tutti questi sintomi, dicendo: “provate a immaginare di avere un fortissimo mal di denti, amplificatelo a mille per tutto il corpo”, ma so che è difficile da immaginare, perché quando non stavo così, nemmeno io riuscivo a immaginarlo, solo chi vive questa subdola malattia sa cosa si prova.

Nonostante i problemi di salute cerco sempre di avere cura di me stessa e del mio aspetto, per avere un’immagine che sia più vicino possibile al benessere, perché io non sono la mia malattia ma sono prima di tutto una persona,  quando mi guardo allo specchio voglio vedere un volto sorridente e se sono troppo pallida con le occhiaie, prendo il correttore e un po’ di fard per far andare via quell’aspetto emaciato. Poi ci sono giorni che resto immobile sul divano per il dolore e la stanchezza, ma per fortuna non tutti i giorni sono uguali. Ho sempre pensato come a una “combattente” e non mi lascerò vincere da questa malattia, anche se si è presa molto di me.

Ma questo non lo faccio per gli altri, lo faccio per me, è un modo di aiutarmi anche nei momenti di sconforto, e  suggerisco a tutte le persone che soffrono, di non lasciarsi andare e cercare di fare cose piacevoli; è importante nutrire la nostra mente anche di piccole esperienze positive che diano sollievo e facciano staccare la mente dal dolore.

Proprio perché la malattia va gestita, non ci si può lasciare sopraffare e restare in balia della fibromialgia, bisogna avere cura di noi del corpo e della  mente. Quando si ha una malattia cronica o si sta tutto il giorno a letto a piangere o si prende in mano la propria vita e si cerca pur nelle difficoltà di andare avanti con positività e proattività.

Anche se purtroppo questa mia modalità di gestione della malattia accentua l’incomprensione da parte delle persone che incontro e che non riescono a capire come una persona così malata, possa essere sorridente, essere truccata e ben vestita, in quanto, come è a tutti ben noto, le persone ammalate si identificano con un’immagine sofferente e trasandata, diversamente non sono ammalate….quindi stanno mentendo! Ma questi sono solo stereotipi e si sa quanto gli stereotipi possano essere dannosi.

Avere una malattia non riconosciuta, quindi poco conosciuta e che per giunta non si vede, crea a chi ne soffre, ulteriori problemi. I medici stessi non avendo formazione in merito, banalizzano la patologia,  i più non la conoscono e questo è un altro danno nel danno.

Due milioni di Italiani soffrono di questa malattia e sono orfani della Sanità perché il Sistema Sanitario Nazionale non l’ha ancora inserita nei LEA, mentre in molti altri paesi è stata riconosciuta come malattia altamente invalidante. Questo comporta per persone malate, che spesso sono anche state costrette a lasciare il lavoro, ad un esborso economico molto molto oneroso.

Nonostante quest’anno la sindrome fibromialgica sia stata inserita con il codice IDC10 nel classificatore Mondiale di tutte le patologie!

 

Molta è ancora la strada da fare affinché chi, come me, soffre di questa malattia si veda riconosciuti i propri diritti, l’importante però è stare uniti/e e uscire dal  silenzio e dall’isolamento, perchè anche le battaglie più difficili uniti/e si vincono.

 

Claudia FORINI

 

 

 

N° 1 del 15 SET – “La tragica favola di Giulia – Seconda parte”

La testimonianza di Giulia, prosegue. Voglio sottolineare il termine “testimonianza”, non solo perché questa è la rubrica delle testimonianze, ma soprattutto perchè l’obiettivo di “Autobiografia del Disagio”è quello di riportare i racconti e le storie, senza la presunzione del giudizio. Ogni racconto ha in sé il grande dono della comprensione, uno spunto per vedere ciò che spesso ci passa inosservato. Il giudizio non è utile a nessuno, né a Giulia né a noi, ma entrare in una storia con l’umiltà dell’ascolto, può invece fare miracoli.

 

“… Siamo andati dall’avvocato, stabilito le cose importanti: l’uscita di Filippo da casa, gli alimenti e la gestione dei figli, e valutato la questione debitoria di Filippo. Nonostante ciò, per quasi un anno ha continuato a stare sotto lo stesso tetto. Non voleva andarsere e faceva di tutto per sabotare ogni possibile soluzione abitativa; tutti gli appartamenti che gli trovavamo, avevano sempre qualcosa che non gli andava bene.  Non è stato facile né per me né per i figli.

Filippo era stato licenziato in tronco dall’azienda, pare avesse combinato grossi guai anche lì …. del resto, non me ne stupii.

Però, baciato sempre dalla fortuna, trovò subito un ottimo impiego ben retribuito. Almeno quello gli permetteva di iniziare a far fronte agli innumerevoli debiti.

Oltre al problema “casa” , anche la stessa gestione soldi di Filippo era un grosso problema.

Ovviamente, per tutte le pendenze che aveva, non poteva avere conti correnti dove fare arrivare la sua busta paga e inoltre … non era neanche nella condizione di poter amministrare soldi, considerato che tutto quello che gli arrivava tra le mani veniva buttato e bruciato nelle slot.

Così, nonostante una separazione sulla carta, ci fu  un tempo imterminabile di permanenza di Filippo in casa, e in oltre, mi presi il pesante incarico di un c/c cointestato, per l’amministrazione della busta di Filippo, e la relativa gestione dei debiti.
Debiti che tra l’altro, continuavano a saltare fuori come i funghi in autunno… Quelli più grossi si sono trasformati in pacchi di rate: equitalia, le banche, e le finanziarie.
Tutti i mesi, ancora oggi, arriva la busta paga, mi assicuro che vengano pagate tutte le rate, e poi a seguire, le sue spese di casa, le sue bollette e le sue spese personali.

In questi anni … non è rimasto mai un centesimo  per i figli.

In un primo tempo pensavo che le cose piano piano si sarebbero sistemate, che sarei tornata ad occuparmi della mia vita, ero anche riuscita a convincere Filippo a rientrare in un percorso curativo. I primi due incontri obbligatoriamente erano da farsi con i familiari, così Filippo fu in un certo senso costretto ad esserci, ma poi nel momento in cui doveva proseguire con il percorso vero, da solo,  ha iniziato a dire che lui non aveva nessun problema, che non giocava più e tante altre menzogne.
Menzogne smontate di giorno in giorno, che hanno riempito la mia vita!
Ho un peso enorme perchè non riesco a liberarmi da quest’incubo, il mio passato mi perseguita in ogni momento.

Sono imprigionata in un tempo che non cambia. Non riesco ad avere un sano presente e tanto meno vedere un futuro. Ogni giorno c’è sempre qualcosa, una nuvola nera che mi preclude ogni possibilità di gioia.

Qualche mese fa, Filippo, mi ha portato un’utenza consistente da pagare, 580 euro di metano, e io gli ho ritirato i soldi. E’ uscito di casa con i soldi e la bolletta dirigendosi immediatamente alla posta.  Poi, qualche giorno fa, una lite furiosa! E’ tornato, voleva entrare in casa mia e farsi una doccia calda. Si è arrabbiato e urlava: “Tu non sai cosa vuol dire farsi una doccia fredda…”
Si… così ho saputo che  gli avevano staccato i tubi del gas.  I soldi per pagare l’utenza sono finiti come tutti gli altri, dentro ad una sporca macchinetta.

Lui doveva essere l’uomo della mia vita. L’ho sposato, credevo con tutta me stessa in questo. L’amore per sempre…
Ma oggi lo so, non può essere così. Lui non ammette e non ammetterà mai il suo problema. Lui non gioca.
In quelle scatole di lamiera sono finiti ormai quasi un milione e mezzo di euro, ma lui no, non gioca.

Io sono disoccupata da mesi, e in questi anni ho fatto lavori umili di ogni tipo. Anch’io all’epoca fui messa in condizione di perdere il posto di lavoro. In quanto moglie, ho perso tutto…anche il rispetto per quello che io ero, come Giulia e non come moglie di Filippo.

Ieri è arrivato ansimante dicendo che era rimasto senza benzina e aveva bisogno di dieci euro. Ne avevo quindici in casa. Faccio presto a fare i conti delle mie risorse…

Dieci le ho dati a lui, cinque sono rimasti a me.
Perchè? Non lo so. E’ così … lo faccio e non me lo so spiegare.

Ma so che mezz’ora dopo era fermo a quel bar maledetto. Sono scesa dalla macchina e sono entrata. Era appiccicato alla slot.   Dovevo vedere la menzogna… ancora. Quasi non avessi ancora visto e vissuto abbastanza.

La mia vita non c’é oggi. Sono occupata dai troppi brutti ricordi mescolati alle persistenti angosce quotidiane.

Forse il mio racconto doveva partire dalla mia infanzia. Sono cresciuta con un padre violento e tutto è riaffiorato e riaffiora prepotente su ogni avvenimento della mia vita.  Affiorano le immagini della mia infanzia e giovinezza. Rimbalzano di continuo come complici dei drammi di oggi.

Mio padre era un personaggio professionalmente importante sai?! Un’eccellenza.   “Fuori”, ma in casa, voleva una figlia che non ero io.
Quando non ero come lui voleva, mi picchiava, mi sputava addosso.

Puoi immaginare un padre che ti sputa addosso?
Mi ha fatto mangiare il suo piscio. Ero una bambina e lui mi pisciava addosso.

Non ho potuto essere Giulia, non ho potuto studiare quello che volevo, fare quello che volevo, crescere liberamente per come ero.

Sempre sotto la lente d’ingrandimento, e le pressioni violente di mio padre.

Così, sono uscita di casa presto, creata la mia famiglia, presto, e lui non mi ha risparmiato il suo caro prezzo anche di questo…
Ricordo giorni di festa, come il Natale, dove lui chiamava tutti a pranzo, tutti… fuori che me. Io era la figlia che non era come voleva. E di conseguenza anche la mia nuova famiglia e i miei figli non erano ben accetti.
Non mi ha risparmiato neanche una sola mortificazione. Ogni occasione è stata buona per lui.

Ho studiato, mi sono laureata. Gli ho dimostrato di essere brava… anche una brava imprenditrice, realizzata. Una bella famiglia, una bella casa…

Ma quella favola è durata pochi momenti, ora lo so. Solo io ho continuato a vederla e non vedere altro.

Non è facile ricostruirsi una vita. Dopo tutto quello che ho fatto e vissuto.  Dopo tutto quello che è successo.              E’ difficile.

Ho una relazione da oltre un anno. Si chiama Marco.

Nella mia testa ho un’idea di coppia che non riesco a realizzare. Mi piacerebbe fare tutto insieme, mi piacerebbe condividere ogni cosa, svegliarsi e fare colazione, mi piacerebbero quelle vacanze che non ho mai fatto. Mi piacerebbe avere quella famiglia che forse non ho mai avuto. Ma, Marco è un uomo indipendente, quantomeno da me, pieno di impegni personali, proiettato alle sue cose, ai suoi interessi; ha una sua vita colma, dove io non sono compresa, né come interprete, neppure come controfigura.  Io copro un piccolissimo spazio. Quello di una pizza, di poche ore rubate a qualche notte. 
E allora molto spesso litighiamo. E i toni si fanno aspri. Anche Marco ha imparato presto come ferirmi. Sono pazza, sprovveduta, e sono quella fatta male e sbagliata!
Lo so che non dovrei permettere a nessuno, più a nessuno di dirmi queste frasi… lo sento nella pancia, sono le stesse parole che mi hanno marchiata da bambina… 

Più volte gli ho detto basta… che voglio una relazione diversa. Che non siamo obbligati a stare insieme, se desideriamo una vita diversa… Perchè io immagino e voglio una vita di coppia diversa… Ma quando torna, ed è gentile, mi pare tutto quello che ho e tutto ricomincia da capo.

Non amo stare sola. Il mio tempo è incastrato nel passato. Non ho interessi, hobby, non riesco a stare in pace con me stessa leggendo un libro o ascoltando un po’ di musica.  Non so cosa fare della mia vita da sola. Non faccio nulla di mio… mi piaceva ballare… si ricordo che mi piaceva tanto ballare…

 

“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra  e non volevi le ali.”   (Alda Merini)

 

Marzia Schenetti

 

Numero Zero del 01 SET – “La tragica favola di Giulia”

Questa rubrica è lo spazio dedicato al racconto di storie di persone che direttamente o indirettamente portano la testimonianza di un disagio, che spesso è anche lo specchio della demagogica società in cui viviamo, demagogica proprio perchè produttrice stessa dei mali che poi tenta di risanare.

Nella prima storia che vi proponiamo si parla della dipendenza al gioco, la ludopatia, e ce ne narra GIULIA.

GIULIA

Ci siamo date appuntamento per l’intervista qualche giorno prima. Punto d’incontro, un parcheggio a metà strada nella bassa reggiana.
Ci siamo riconosciute immediatamente nonostante fosse la prima volta che ci vedevamo, mi aveva detto di avere riccioli neri, che ho intravisto subito scendendo dalla mia auto.

Giulia è una bellissima donna di quasi cinquantanni, in realtà sembra una ragazzina e su questo mi sono fatta una teoria che le ho esposto al termine della nostra lunga chiacchierata.

Il suo volto minuto è incorniciato perfettamente da quei riccioli neri,  quasi volessero proteggerne gli occhi, guizzanti, che hanno anticipato ogni parola.

Il corpo, apparentemente esile, mi ha dato subito l’idea di un’energia composta, mentre la delicatezza di Giulia è emanata nei modi; per tutte le ore passate insieme, gesta leggere e morbide accompagnate da un fiume di parole espresse sempre con un’infrenabile dolcezza, nessuna scomposta esternazione, nessun cenno di rabbia e di odio.

Io e Filippo avevamo una vita perfetta. Ci siamo sposati e creato la nostra famiglia mettendo al mondo due bellissimi figli e poi abbiamo creato un’azienda tutta nostra e molto innovativa per quei tempi, i primi anni 2000.

Lavoravamo tantissimo, dodici, tredici ore al giorno, sempre fianco a fianco, investendo tutto, tempo, energia e anche tutti i guadagni li rinvestivamo nella ricerca e nella crescita della nostra società. Dio mio quanto abbiamo lavorato….

… Così tanto, al punto che la nostra realtà lavorativa è diventata molto appetibile, come un vero gioiello, e una grossa azienda estera ha iniziato a farci la corte. Si sono presentati e ci hanno proposto una somma da capogiro… un po’ come vincere alla lotteria.

Un milione di euro!

Abbiamo accettato. Trovarsi a trentanni in una situazione del genere non può che essere o un sogno o una favola.

La condizione iniziale era che noi però uscissimo dall’azienda, ma con quella cifra, non era certo un problema.

 L’azienda non era però così facile da gestire, non era un caso o una perversione che io e Filippo ci passavamo 12 ore al giorno. Il controllo di ogni cosa era indispensabile, così il nuovo proprietario, si trovò presto in difficoltà e poco dopo qualche mese ci richiamarono proponendoci due buoni contratti come dipendenti per la gestione interna e tecnica.

Doppia favola… una somma da capogiro e due sostanziosi stipendi.

Io e Filippo abbiamo sempre avuto compiti ben distinti sia al lavoro che riguardo la gestione familiare.

Al lavoro avevamo le due scrivanie una di fronte all’altro, ma ci occupavamo di settori completamente diversi.

Per la famiglia, io mi occupavo della casa e dei figli, Filippo mi dava 2000 euro al mese che mi dovevano servire per per ogni spesa: cibo, cure, scuola, hobby, vestiti, ovviamente per tutti noi; Filippo si occupava delle auto, bolli, assicurazioni, e della gestione bancaria.

Il milione di euro l’avevamo messo al sicuro, con un buon tasso e le firme di entrambi.

 Avevamo una bellissima casa, con un fantastico e rigoglioso giardino  che avevo fatto proprio io.

Oltre a questo conducevamo una vita tranquilla e normale, niente di esagerato o eclatante, nonostante la fortuna che ci era toccata.

La vita ci scorreva perfetta, anche con Filippo andavo d’accordo, e nonostante i tanti anni che condividevamo, ci cercavamo affiatati per i nostri momenti di intimità tutti i giorni, come se il tempo non ci avesse mai sfiorato.

Dormivamo in stanze separate, avevamo allestito una zona in mansarda dove Filippo si coricava a dormire, ma mai senza prima aver fatto l’amore con me.

 Iniziai però ad avere voglia di fare una bella vacanza tutti insieme, un viaggio che non avevamo mai fatto… di certo non ci mancavano le possibilità…

Ho espresso questo mio desiderio a Filippo dicendogli che dopo tutto il nostro impegno, era ora che ci godessimo un po’ la nostra vita!

Da quel momento Filippo iniziò ad essere irrequieto. Quando al mattino, salivo in mansarda per sistemare la stanza, il suo letto sembrava un campo di battaglia, le coperte annodate tra loro, il materasso scoperto.

Rientrava sempre più tardi, e al lavoro, lo vedevo una manciata di minuti davanti a me. al computer, poi aveva sempre qualche esigenza esterna, un fornitore, un cliente da vedere. Usciva e non lo vedevo più fino a sera… o a notte…
Sempre più nervoso e sfuggente.

Poi a un certo punto, Filippo non riesce neanche più ad avere un’erezione e considerata la qualità del rapporto che avevamo avuto fino a quel momento, non era certamente normale. 
Per me non era comprensibile e neppure accettabile e dopo le mie insistenze andammo da un medico. Gli diede un farmaco da prendere… ma il problema non si risolse.

Una nuvola nera si era messa proprio sopra di noi e nonostante ne sentissi la pesantezza dell’ombra, non potevo neppure immaginare il perchè…

 In quel periodo iniziarono anche le telefonate strane di mia madre, pressanti, costanti, per me incomprensibili.
”Giulia tutto bene?… Avete bisogno di qualcosa?”

Io rispondevo quasi seccata: “Ma mamma secondo te… mi può mancare qualcosa?”

Poi una mattina mi chiamò mio fratello e mi disse che aveva prestato 65000 euro a Filippo, in due volte.

“Ma come? Perché? Noi abbiamo tantissimi soldi e poi perché me lo dici ora?”

Mio fratello mi raccontò che Filippo l’aveva pregato di non dirmi niente, per non mettermi preoccupazioni inesistenti, e che i soldi gli servivano solo momentaneamente per movimenti e spostamenti di denaro.

Aspettai il rientro di Filippo, un rientro ormai divenuto abitualmente tra la sera e la notte.

Lo incalzai subito, ancora sulla porta.

“Perchè hai chiesto soldi a mio fratello?”

Ricordo che il suo volto si sfracellò per terra… ma oggi, posso dire che mi raccontò solo un millesimo della verità.

Smorzai seccatamente le parole di Filippo che uscivano come uno sputo piagnucoloso e gli dissi “Dimmi solo una cosa. Quanti soldi ci restano?”
Zero, fu la risposta.

 Tutta la verità, forse non la saprò mai, ma da quel momento, ogni giorno è stato un incubo.

Del milione di euro non era rimasto nulla, Filippo era riuscito a farselo smobilizzare e mettere su un altro conto, per prosciugarlo poi, giorno dopo giorno,  fino all’ultimo centesimo.

Ma, tutto a rate, come oggi mi si presenta la vita, è arrivato man mano anche ogni ulteriore tassello.
Debiti. Debiti. Debiti ovunque.
Filippo, finiti i soldi, ha aperto debiti con finanziarie, mutui con banche, ed esaurite anche quelle risorse ha iniziato a chiedere prestiti alle persone, fino ad arrivare ai miei stessi familiari.
Il farmacista, il benzinaio, il fruttivendolo, chi non aveva prestato soldi a Filippo o chi non gli aveva fatto credito?

 Avevo vissuto anni a fianco di un estraneo. Non mi ero mai accorta di nulla. Filippo mi aveva sempre dato, tutti i mesi quei duemila euro per le spese familiari e io vivevo una favola inesistente. 
Pensavo che facesse, a volte per divertimento, qualche partita al bar, con gli amici, perchè capitava di tanto in tanto che portasse a casa, festoso, un salame o un panettone, una forma di formaggio…
Ero così lontana dalla verità, che una volta arrivò a casa con un assegno, aveva vinto 2000 euro… 
Non potevo che esultare e congratularmi con lui. Bravo tesoro!

 Ho saputo nel tempo che ogni volta che gli davo in mano dei soldi per pagare qualcosa, gli stessi scendevano poco dopo dentro a una scatola di metallo. E i debiti crescevano.
La sua malattia, le slot e non quelle delle monetine, ma quelle da puntate minime di 50 euro a colpo.

 Tutto è degenerato in un insieme e ogni cosa ha avuto la sua impietosa verità!
La dipendenza di Filippo era tale da renderlo irrefrenabile, compulsivo in ogni decisione.

Gli piacevano le macchine di lusso, le sfoggiava, le cambiava e aveva voluto a tutti i costi prenderne una anche per nostro figlio.
Poco dopo gliela chiese con una scusa… non l’abbiamo più rivista.
L’aveva venduta e spesa.

Ho vissuto da sola al fianco di un estraneo. Credevo di essere dentro ad una favola, e lo era.

Abbiamo avuto una fortuna che può toccare veramente a pochi. Eravamo  giovani e vincenti. Filippo ha distrutto pezzo per pezzo tutto, alle mie spalle, sulle mie spalle, su quelle dei nostri figli. Tutto.
E non è la questione economica quella predominante ma proprio quel senso di solitudine che mi ha avvolto nel capire che sono stata con un uomo che mi ha mentito per anni, per lunghi sette anni. Sette anni di menzogne, e oggi  penso  a quanto l’ho aspettato, quanti giorni sola, quante sere sola seduta al tavolo di una cucina vuota, quante notti ho fatto l’amore con un uomo che era un estraneo.

Non è mai stato dove credevo fosse e molto probabilmente non ero neanche l’unica donna.

Quante bugie…  solo un enorme montagna di bugie!

 Ricordo che quando da fidanzati presentai Filippo alla mia famiglia, mio padre gli disse “A questa ragazza puoi fare di tutto, ma non mentirle mai!”

Giulia, quella sera, anche solo di fronte ad una verità parziale, chiese e impose subito la separazione.
Da lì a pochi mesi andarono dall’avvocato e si separarono, ma questo è l’inizio di un’altra storia e un altro tema con cui questa rubrica vi da appuntamento per il prossimo numero.

Marzia Schenetti