Arte e Cultura

 

N. 06 del 1 DIC – LA POESIA “DILETTANTESCA”: VITA, MORTE e MIRACOLI

Ad una prima ricognizione, la Poesia non sembrerebbe la più invitante delle arti: per la presenza, ad esempio, di “stilemi” aulici e preziosi, che ne hanno costituito materia prima nel passato, e che “resistono” comunque ancor oggi.

Ma oggi si può scrivere anche in assoluta libertà, ignorando gli schemi “classici” del metro e del verso, o comunque astendosi da essi (a meno che non li si voglia riprendere per una ben precisa scelta formale, come hanno fatto alcuni cantautori), e ci si può esprimere con un linguaggio semplice, quotidiano, ed in alcuni casi “contaminato” dallo “slang”.

Di questa trasformazione è esemplare l’Hip Hop …

https://it.wikipedia.org/wiki/Hip_hop

… un genere musicale e poetico entro il quale il verso ed il metro, pur essendo tutt’altro che “classici”, devono comunque fare i conti con il beat della musica; ed in cui l’assonanza e la rima vengono massicciamente rivalutati, anche se spesso collocati “all’interno”: non li si dispone, insomma, a fine verso, anche per evitare l’effetto cantilenante tipico di molta Poesia, o, per meglio dire, di molta cattiva lettura della Poesia.

Similmente interessante (anche se molto meno diffusa, a livello di massa) è la Poesia Performativa, che rifugge dalla pagina scritta, e si basa spesso su tematiche politiche, sociali, civili.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/08/poesia-lascesa-di-quella-performativa-notizie-dal-regno-unito/2105252/

Può comunque avvenire che anche i giovani (primi produttori e destinatari dell’Hip Hop, ed in parte della Poesia Performativa) pratichino la Poesia “tout court”, senza ulteriori aggettivi, specificazioni o distinzioni.

Nonostante le sue difficoltà, e beneficiando di poliedriche trasformazioni, la Poesia continua pertanto a suscitare una perdurante seduzione.

Meno invitante è il panorama della Poesia “dilettantesca” degli “adulti maturi”, contrassegnata assai spesso dall’iperpresenza di tematiche intimistiche, sviluppate in modo “lamentoso”, e senza palpiti di rivolta interiore, o ironia.

E’ ovvio che la Poesia può essere declinata in vari modi, e che anche l’intimismo malinconico sia un risorsa. Tuttavia, si ha spesso la sensazione che la progressiva obsolescenza del metro e del verso “obbligati” abbia determinato una sorta di “liberi tutti”, per cui ognuno può scrivere poesie, autoproclamarsi poeta (è notevole quanti lo facciano su Facebook, e quanti Gruppi ci siano), ed “editarsi una silloge” (vedremo che cosa significa).

E qui veniamo al nodo: se l’intimismo malinconico diventa l’unica risorsa del Poeta (si parla, insomma, soltanto di situazioni deprimenti, e dei sentimenti che ne derivano), e se il metro ed il verso tradizionali non vengono sostituiti da una forma nuova, da un suono, da un beat, ci sono ben pochi motivi per cui un lettore dovrebbe interessarsi della Poesia … 

… a meno che non condivida quello stato d’animo, o lo stia ricercando, per “specchiarsi”; ma in questo modo viene a mancare l’ingrediente fondamentale che “giustifica l’arte”: quell’apprezzamento “formale”, che “educa” le facoltà mentali e spirituali di ognuno di noi, mediante una possibile “comprensione” ulteriore al riconoscimento personale.

Se si va a solleticare, anche inconsapevolmente, il semplice autoriconoscimento nel tema e nel contenuto, l’effetto-Moccia (ovvero lo scrivere per un target) è sempre in agguato!

https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Moccia

Con una differenza, però: mentre la “prosa astuta” (definiamola così) può avere un grande mercato, la “poesia lamentosa” non ne trova. “Editarsi una silloge” significa infatti pagare un editore per potersi pubblicare (sic!); o comprare dall’editore una parte di copie del proprio stesso testo (e quindi, comunque, lo si paga). Infine, ci si può editare personalmente, stampando il libro (sempre a proprie spese, of course), grazie ad aziende che offrono questo genere di servizio su Internet.

Alla fine di uno di questi tre processi, il Poeta entrerà in possesso di un tot di copie, tendenzialmente “invendibili” (perché, per l’appunto, non c’è mercato), e che potranno, semmai, essere “smaltite”, regalandole … o ricorrendo all’acquisto da parte degli amici … oppure promuovendosi su Facebook, magari presso conoscenti virtuali, che spesso sono interessati alla Poesia, giacché essi stessi ne scrivono (sic!), ed hanno già pronto, “reciprocamente”, il loro libro invenduto.

Intendiamoci: non voglio “condannare” né l’editoria a pagamento, né l’autopubblicazione (la pratico io stesso), né il fatto che una buona parte della Poesia “dilettantesca” degli “adulti maturi” si sostanzi in semplici esplicitazioni di stati d’animo: senza metro, senza verso, senza suono apprezzabile.

(Non solo non condanno, ma sono convinto che l’esternazione di uno stato d’animo negativo abbia una funzione terapeutica, sia per chi scrive, sia per chi, leggendo, “ci si riconosca”; tuttavia non posso esimermi dal ricordare l’ironica malignità di un mio grande amico, Professore di Letteratura, Poeta e Traduttore, il quale sosteneva che in molte poesie non si adopera il “metro”, ma il “sistema metrico decimale” … nel senso che, trascorsi un po’ di centimetri … si va a capo! .)

Quello che intendo rilevare è la circolarità esistente fra scrittori monotematici, lettori compiacenti (chi mai oserebbe dire all’autore che una sua poesia, o la sua produzione poetica in generale, è “brutta”?), ed editori che “ricercano poeti” (anziché acquirenti di libri di poesia): la VITA residua della “poesia dilettantesca” è contemporaneamente, in buona parte, la sua MORTE (artistica).

Per quanto riguarda i MIRACOLI, è possibile che ci si debba veramente rivolgere all’Hip Hop?

 

Gianfranco Domizi

 

N. 05 del 15 NOV – “CONTRORDINE, COMPAGNI!”

“Contrordine compagni!” è il titolo di una serie di vignette di Giovanni Guareschi, autore della saga di Peppone e Don Camillo.

In esse, come nei libri, poi diventati film, si sviluppa ironicamente la tesi di un “popolo comunista” acquiescente agli ordini dei dirigenti, ed anche ai repentini cambiamenti di linea politica (“contrordini”), fatti passare senza discussione e dibattito.

“Ai miei tempi” (anni Settanta), persa l’origine storico-culturale del detto, l’esclamazione veniva usata abbondantemente ed autoironicamente all’interno della Sinistra stessa, per descrivere fenomeni similari a quelli evidenziati da Guareschi. Magari non l’acquiescenza (nessuno se la riconosce in modo indolore), ma piuttosto le “sterzate” politiche, ed anche culturali … perché (bisogna dirlo), il rapporto della Sinistra con la cultura, con l’arte e con la musica è stato, nel corso degli anni, tutto un elaborare per poi rivedere le posizioni, e quindi tutto un “Contrordine, compagni!”.

Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma davvero esistevano delle ‘direttive musicali’ per coloro che militavano a Sinistra? Non ci si poteva concedere di ascoltare e apprezzare quello che meglio pareva?”.

Ovviamente, sì! I gusti individuali sono incoercibili …

… altrimenti, l’unico risultato che si ottiene è il cineclub “impegnato” aziendale, con la doverosa rivolta fantozziana verso l’imposizione della Corazzata Potemkin! Nondimeno, gli intellettuali e il popolo della Sinistra non hanno mai smesso di interrogarsi su cosa fosse giusto o sbagliato, per un “militante”.

(Ricordo che il “militante di Sinistra” rappresenta il prototipo dell’impegno in quegli anni, ma va da sé che ci fossero persone “impegnate” al di fuori della Sinistra, e, d’altra parte, persone di Sinistra non “impegnate”, se non nella gaudente visione di “Giovannona Coscialunga”, e similari: oggi te li ritrovi “sdoganati” e ben trincerati, all’interno di trasmissioni televisive come “Stracult”. Ricordo inoltre che il presente articolo fa da pendant al precedente di questa stessa rubrica, intitolato: ARTE E CULTURA “MILITANTI”, dedicato prioritariamente ai temi dell’avanguardia e delle arti visive.)

Cominciamo dall’alta cultura all’interno della Sinistra italiana, e quindi, quasi inevitabilmente, da Antonio Gramsci. Per il grande intellettuale e dirigente politico, la cultura migliore è quella “nazionale-popolare”, ovvero capace di parlare a tutto il popolo, elevandone la consapevolezza politica, sociale e culturale…

… una missione che, all’epoca dei “Quaderni del carcere” (1929-1935), la letteratura italiana non era in grado di assolvere (non a caso, vengono citati come modelli i tragici greci, Shakespeare, Dostoevskj e Tolstoj), ma il Melodramma sì!, ed in particolare le opere di Verdi.

Va segnalato, però, per chiarezza, che nel corso del tempo l’aggettivo “nazionale-popolare”, usato da Gramsci, ha subito un mutamento di “significante” (da “nazionale-popolare” a “nazionalpopolare”), tutt’altro che irrilevante, in quanto è correlativamente cambiato il significato, nell’opinione comune: oggi viene considerato “nazionalpopolare” tutto ciò che risulta fin troppo arrendevole nei confronti dei gusti mediocri della massa:

http://www.minimaetmoralia.it/wp/il-concetto-di-nazionalpopolare-da-gramsci-a-pippo-baudo/

Le riflessioni di Gramsci evidenziano un’opportunità non colta. Se dovessi citare oggi qualcosa di “nazionale-popolare” (in senso gramsciano), non penserei prioritariamente alla Musica, e neanche alla Letteratura, ma piuttosto al Cinema: ad “Accattone” e “Mamma Roma” di Pasolini, a De Sica, al Brancaleone di Monicelli, e magari alla saga “fantozziana” di Paolo Villaggio.

Oggi le tesi gramsciane sconterebbero inoltre un duplice cambiamento sociale: la corruzione del gusto operata dai media (“nazionalpopolare”: vedi link soprastante) si accompagna ad un’inedita dimensione “virtuale” e “globale” dei prodotti artistici, mediatici e culturali. Comunque, già nel Novecento, diversissima (“Contrordine, compagni!”) è la concezione del filosofo Theodor W. Adorno, che reperisce solamente all’interno della Musica Classica “d’avanguardia”, ed in particolare all’interno della Dodecafonia, una possibilità di critica verso gli aspetti alienanti e angoscianti della società contemporanea (evidenti i riferimenti a Marx e Freud). Testo chiave: “Filosofia della musica moderna” (1959). Senza appello, o quasi, la condanna adorniana nei confronti della musica giovanile, anche di quella che vorrebbe essere “impegnata” (il filosofo, sociologo e musicologo tedesco muore nel 1969, e fa in tempo pertanto ad osservare le ribellioni giovanili, e a conoscere la “canzone di protesta”), e viene invece tacciata di banalità e consumismo:

 

 

 

E quindi: Melodramma, Avanguardia, o Rock?

Per chiarire l’enigma (ma “chiarire” non vuol dire: “dare risposta”), bisogna tornare ancora una volta all’aggettivo “popolare”, che, non a caso, sviluppa al proprio interno un ulteriore scissione. Negli Stati Uniti, “popolare” (abbreviato in “Pop”) significa semplicemente ciò che è “popolare per diffusione”, ovvero conosciuto alle masse, attraverso i media: è “pop” il Rock (quindi avrebbe ragione Adorno!), il Rap, il Soul, il Funky, la Disco, la Dance, la Musica “Leggera” e “da Ballo”, il Country, il Rock & Roll, il Reggae (Bob Marley è diventato una star), il Punk (con il suo disperato nichilismo: “No Future”, era lo slogan), lo Ska (che viene dal Reggae, mescolandosi successivamente col Punk).

Sono “pop” anche parte del Blues (quello suonato non nelle piantagioni di cotone, ma sui grandi palchi, per esempio da Eric Clapton e B. B. King), parte del Jazz, ed anche parte del Melodramma (Opera). Ebbene, sì!, Pavarotti è “pop” esattamente come Madonna e Michael Jackson!

In Europa, invece, sarebbe “popolare” ciò che proviene dalle “classi popolari”: il Flamenco, il Fado, il Samba, la Rumba, i canti delle mondine, le zampogne dei pastori, il saltarello, la Taranta.

Dico “sarebbe”, perché la “globalizzazione” ha finito per “giustiziare” queste forme espressive, rendendole fuori moda, oppure rendendole, paradossalmente, “troppo” di moda …

… come la Taranta, che oggi è a tutti gli effetti un fenomeno “pop”, non “popolare” (o “folclorico”, che è termine grossomodo equivalente). Se volessimo riprendere le riflessioni di Gramsci, comunque notevolissime, dovremmo valorizzare “a Sinistra” quelle musiche che abbiano delle radici popolari, ma che, per la loro complessità formale, stilistica, strutturale, possano contribuire ad elevare il gusto degli ascoltatori. Emblematica, a questo proposito, la trasformazione del Blues (musica del proletariato afro-americano) in Jazz (musica universale, ma comunque ben ancorata alle proprie radici).

Oppure, “Contrordine, compagni!”, i Cantautori, per la loro ambizione, a volte anche ben soddisfatta, di coniugare ballata e poesia. (Oggi, ai Cantautori si intitolano Istituti Scolastici, come avveniva in passato per Dante, Leopardi o Manzoni.)

Insomma, avere gusti musicali “impegnati” e/o “di Sinistra” è veramente complesso, anche perché le classi popolari sono ingovernabili!, e “si ostinano” ad ascoltare i cantanti neomelodici napoletani …a ballare il liscio, alternandolo ad orrende “hit” balcaniche o centro-sud americane…a volte ascoltano con nostalgia (se hanno la mia età) i Dik Dik, i Camaleonti e l’Equipe ’84 … e so per certo che qualcuno, in automobile, tenendo i finestrini ben serrati, indulge addirittura ad Al Bano, Toto Cutugno e I Ricchi e Poveri! E se finalmente cominciassimo a “militare” insieme alla gente comune, invece di ambire a dettargli la linea? “Contrordine, compagni!”.

 

Gianfranco Domizi

 

N° 04 del 01 NOV – “Arte e Cultura militanti”

Il Novecento è stato il secolo degli “schieramenti” e delle “appartenenze”: ci si doveva “schierare”, e, una volta schierati, poteva accadere di ritrovarsi a difendere la propria scelta politica, “appartenendo” anche acriticamente (in Pòlis ho dedicato vari articoli al tema dell’ “ideologia”). Questa condotta “militante” (altra parola classica del Novecento) ha accomunato la Sinistra Socialista, Comunista, Extra-Parlamentare con la Destra Fascista.

Hanno “militato di meno” gli appartenenti al Centro, per due motivi, di segno opposto: a) positivo – le credenze più profonde e radicate dei Centristi non riguardavano tanto il sentirsi conservatori e/o liberali, che è tema (mi perdonino gli “appartenenti” attuali) di una noia mortale, ma, semmai, la religiosità evocata, già nel nome, dal principale partito di Centro, nonché quasi sempre primo partito italiano, la Democrazia Cristiana … una religiosità che, per l’appunto, permeava, o avrebbe dovuto permeare, la politica “centrista”; b) negativo – il Centro è classicamente il luogo del potere, incluso quello economico, e probabilmente conservatori e liberali “centristi” erano portatori di istanze “ben più urgenti” dell’ “appartenenza” e dell’ “ideologia”.

Infine, gli appartenenti alla Sinistra hanno militato con più facilità, rispetto a quelli di Destra, giacché gli intellettuali (giornalisti, letterati, artisti, teatranti e cineasti) erano, in evidente maggioranza, “di Sinistra”, ed era pertanto possibile che si creasse una “circolarità” fra le idee diffuse nel popolo e gli stimoli culturali destinati a sostenerle: il “popolo di Sinistra” chiedeva “rappresentazioni di Sinistra”, legittimando in tal modo gli “intellettuali di Sinistra”, che, a loro volta, con le loro produzioni, ri-legittimavano le idee del “popolo di Sinistra”, e quindi anche il desiderio (o la necessità) di “appartenere”. La Destra, al confronto, scontava l’impopolarità pressoché universale del Fascismo, e pertanto, per rimpinguare i suoi pochi “maestri” novecenteschi, era costretta ad “appropriazioni” a volte decisamente improbabili: Céline, Ezra Pound, il Signore degli Anelli (Tolkien), eccetera.

All’urgenza dell’ideologia e dell’appartenenza era impossibile sottrarre anche i comportamenti minuti (il “privato” era “politico”). Inoltre, un po’ tutti gli “appartenenti” (al “popolo di Sinistra”) erano chiamati a cimentarsi nella critica artistica e culturale, anche a causa della “discesa” dei colti nella Società, teorizzata da Gramsci mediante il concetto di “intellettuale organico”. Ognuno poteva quindi ambire a essere un intellettuale “del popolo”, “nel popolo” e “per il popolo”: http://gabriellagiudici.it/antonio-gramsci-lintellettuale-organico         .

Giocoforza, quando i grandi temi vengono maneggiati da pressoché chiunque, essi si ingrandiscono ulteriormente ed iperbolicamente (il cineclub fantozziano, con le infinite repliche della Corazzata Potemkin), e, d’altra parte, si banalizzano. I due esiti, apparentemente contrastanti, convergono invece, in una sorta di “nemesi” dell’arte e della cultura “popolari”, che diventano a volte così “popolari” (e nello stesso tempo così ambiziosamente “pedagogiche”), da non essere più né arte, né cultura (si perde l’ “aura”, chioserebbe Walter Benjamin), ma mero indottrinamento superficiale.

Tuttavia, OGGI non mi accanirei su quei tentativi goffi, stralunati e un po’ patetici di “politicizzare tutto” e “divulgare il verbo”, perché mi sono convinto negli anni che il piccolo grande segreto del “pensare” sia l’ “osare”: spesso, chi “osa pensare”, anche in modo poco pertinente, concetti vertiginosi, o comunque più grandi di lui, farà nondimeno quell’ “esercizio quotidiano del pensare”, che è fondamentale per poter iniziare a comprendere e capire. Ben vengano pertanto una parte delle discussioni malfondate e irrisolventi: il Novecento ne è stato l’artefice principale, ma non escluderei che possano svolgere un ruolo costruttivo anche OGGI, nel Terzo Millennio. Insomma: si continui a comunicare!

C’è però da aggiungere che mentre la Letteratura, il Giornalismo, il Cinema e il Teatro sembravano essere territorio di confronti politico-culturali tutto sommato agevoli, non altrettanto possiamo dire per le Arti Visive novecentesche (l’ “avanguardia”), giacché essendo generalmente non-rappresentative di temi e soggetti chiaramente riconoscibili, era impossibile apprezzarle per la descrizione della condizione operaia, o femminile, o per la denuncia della sfruttamento capitalistico. Poteva succedere con la Fotografia, ma in questo caso siamo già nel territorio attiguo del Giornalismo. Le Arti in generale (tutte), quelle Visive in particolare, e quelle “d’avanguardia” specialmente, dovevano e dovrebbero essere sempre apprezzate per la forma, per lo stile, e per la riuscita discontinuità stilistico-formale con la tradizione.

Una componente “contenutistica” (a volte, banalmente, “una trama”) è quasi sempre presente nella Letteratura, nel Cinema e nel Teatro, per il semplice fatto che quasi sempre si fa uso di parole riconoscibili, che hanno (come tutte le parole) un significato almeno parzialmente condiviso, per la comunità che le ascolti. Ciò significa che in buona parte della Letteratura, del Cinema e del Teatro, lo spettatore eventualmente incompetente di “story telling”, “sceneggiatura”, “ripresa”, “montaggio”, “tecnica della recitazione”, potrà comunque agevolemente dire la sua, andando oltre il semplice “mi piace / non mi piace”

Viceversa, nelle Arti Visive, ed in quelle “d’avanguardia” specialmente, in assenza eventuale di competenza tecnica da parte dello spettatore, il semplice “mi piace”, o al limite la percezione di una “provocazione” interessante, non potranno che essere dominanti. (Esilaranti gli esiti della “non-percezione” della provocazione, come nell’ episodio de “Le vacanze intelligenti”, di Alberto Sordi, in cui la moglie si riposa su una sedia, che però era esibita alla Biennale di Venezia come “opera”! … e a un certo punto, la moglie stessa viene scambiata dai visitatori come parte dell’opera! … https://www.youtube.com/watch?v=i1X3mz-k0oE .)

Insomma, che ognuno “osi pensare” e “dica la sua” (anche in presenza di incompetenza tecnica, e più in generale di incompetenza artistica e culturale), se, da una parte, contribuisce a disperdere “l’aura” dell’Arte e della Cultura tradizionale (innestando contemporaneamente il processo inverso, parimenti degradante, per cui l’Arte e la Cultura si “omologano” già in partenza alla massificazione e alla mediatizzazione), rimane dall’altra un fenomeno (“democratico”) comunque augurabile.

Ciò costituisce uno dei lasciti più significativi della Sinistra, dell’ “intellettuale organico”, delle “ideologie” e delle “appartenenze” novecentesche, ma non dovrebbe voler dire che ognuno di noi sia “definitivamente abilitato” al fruizioni incompetenti dei prodotti artistici e culturali. Quando ciò si verifica, succede l’esatto contrario di quegli esiti “progressisti” e “di Sinistra” che si vorrebbero evocare.

La Musica, come vedremo nel prossimo articolo, è apparentata all’Arte Visiva per la “mancanza di parole”, ma se ne distanzia per l’ “onnipervasività” (l’ascoltiamo anche in casa ed in auto, in una specie di sottofondo costante); è pur vero, infine, che parte della Musica (le Canzoni) è comunque dotata di testi. I rapporti fra Musica, Canzoni, sono di estremo interesse.

 

Gianfranco Domizi

 

N° 03 del 15 OTT – Casa delle Artiste – Spazio Alda Merini

Per l’appuntamento con la rubrica Arte e Cultura, abbiamo il grande piacere di intervistare Diana Battaggia, Vice Presidente della “Casa delle Artiste – Spazio Alda Merini”.

(MS) Come e quando nasce la vostra associazione o meglio cosa vi ha portato ad aprirla e cosa avevate in comune tra le socie fondatrici?

(DB) L’associazione culturale La Casa delle Artiste si costituisce nel 2013; è una associazione no profit di promozione sociale, frutto del lavoro svolto dal gruppo delle Pari Opportunità del Consiglio di zona 6 di Milano; si connota come una casa al femminile, perché gestita da donne (solo recentemente un elemento maschile è entrato a far parte del Direttivo), ma le attività e le iniziative sono rivolte a tutti. Le socie fondatrici erano legate dal desiderio di bellezza, dalla volontà di facilitare, produrre e promuovere l’arte in tutte le sue forme, privilegiando quella di matrice autoriale femminile.

(MS) Milano è una grande metropoli e piena di attività e movimenti artistici e culturali, voi però, siete riuscite nel grande obiettivo di avere come “casa” casa Merini, ovvero lo spazio che il Comune, aprendo un bando nel 2014, ha deciso di darvi in gestione.  Ci speravate? Cosa avevate di speciale secondo te rispetto alle altre realtà? Quale è stato il primo impatto emotivo?

(DB) Partecipando al bando per assegnazione dello spazio in via Magolfa 32, nel giugno 2014, abbiamo ricevuto dal Comune di Milano la concessione d’uso della ex tabaccheria di via Magolfa (dove Merini era solita acquistare le sigarette). È stato un periodo di grande attesa e dita incrociate in cui la solidarietà fra socie ha creato forti legami, certe di camminare “insieme” verso un’unica direzione.

(MS) Lo “Spazio Merini” in cosa consiste? Cosa possiamo trovare di Alda tra quelle mura e come avete organizzato la gestione?

(DB) L’edificio denominato Casa delle Arti – Spazio Alda Merini  consta di una grande sala eventi/mostra a piano terra con annesso Caffè Letterario e un giardino con pergolato di glicini; al primo piano si trova un’altra sala eventi/esposizioni e la camera di Alda Merini (vedi dettagli sull’edificio https://spazioaldamerini.org/info/ e dettagli sulla Stanza di Alda https://spazioaldamerini.org/gallery/

La figura di Alda Merini ci accompagna quotidianamente: lieve e costante la sua presenza ci supporta nelle scelte operative. Durante le riunioni, capita spesso che per un attimo scenda il silenzio e si colga un segno, un suono, una percezione particolare che ci faccia propendere per una decisione comune che magari prima non era così definita: siamo sicure che sia un suo soffio che vale un benestare o un diniego.

Alda è tra quelle mura, e fuori da queste perché la sua poesia è universale e parla al cuore della gente. Sono numerosi i visitatori della Casa che si avvicinano con grande rispetto alla sua stanza, avidi di sapere, di conoscere qualcosa in più della sua storia. Molti ne restano commossi, partecipi delle sue sofferenze e innamorati del suo amore. I volontari di turno sono soliti accompagnare i visitatori per rispondere a qualche curiosità o fornire informazioni più dettagliate; apposite schede informative sono comunque disponibili in diverse lingue qualora il visitatore desideri una propria riservatezza nell’incontro con la Poetessa. La visita alla casa è gratuita; esiste anche la possibilità di ricevere approfondimenti sulla vita e sulla poetica aderendo all’iniziativa “Viaggio nel mondo di Alda Merini”, condotta da Ave Comin, che prevede film/interviste, canzoni, video, recitazioni e divagazioni per una durata di 90 minuti. Si tratta di un’opzione riservata a gruppi di min. 12 partecipanti (prenotazioni a info@lacasadelleartiste.it

(MS) La vostra associazione, così mi dici, ha una prevalenza di socie al femminile, ma ci sono anche uomini, sia nella gestione pratica che artistica. A cosa pensi sia dovuta questa maggiore presenza femminile? Dovuta alle attività artistiche o ad una più facile capacità relazionale, o allo stretto legame che avete con la figura di Alda Merini?

(DB) Riprendo la mission dell’Associazione (esposta sopra) e riconfermo che oggi la presenza di elementi maschili è prevista in Direttivo e tra i soci volontari, nonché tra gli artisti che partecipano alle iniziative promosse. Il Direttivo è composto da 10 elementi e presieduto da Vincenza Pezzuto, eletta nel dicembre 2016. I volontari “turnisti” (definiamo così coloro che generosamente dedicano continuativamente parte del loro tempo presenziando nella Casa durante gli orari di apertura) sono 15. A questo proposito, consentitemi di lanciare un appello di chiamata per chi volesse unirsi a noi e condividere la nostra esperienza.

Non è nostra intenzione creare discriminazioni sessiste perché consapevoli che oggi, più che mai, è il tempo del dialogo e del confronto per cogliere nella diversità la ricchezza, non solo di genere, anche di cultura. Quasi certamente, una maggiore capacità relazionale è insita nella donna, probabilmente grazie alla sua capacità di “prendersi cura” dell’altro, di spendere energie per l’altro. La “donna” Merini ci insegna molto in questo senso: è nota la sua generosità verso i più deboli, il suo pensiero dedicato all’altro da sé. Senza falsi pietismi, con la determinazione e – perché no? – anche l’orgoglio di chi possiede “talenti”: può dare amore solo chi lo conosce e ne ha.

(MS) Siete molto attive, io che arrivo da un’altra Regione, posso dire di non aver mai visto una realtà come la vostra, per l’impegno costante di attività artistiche e anche per l’apertura che avete per il mondo che sta fuori. Rassegne, incontri settimanali con poeti, scrittori, mostre, e tutto quello che riguarda Spazio Merini, visite, documentari, incontri con le scuole … insomma un impegno a tempo pieno.
Quale aiuto e sostegno riuscite ad avere dalle Istituzioni?

(DB) Lavoriamo molto, è vero. Ed è sbagliato pensare che siamo un gruppo di “signore” che, per ingannare il tempo, fanno qualcosa. Qui il ritmo è a tempo pieno e molte di noi lavorano ancora o comunque hanno impegni altri. In analogia con un verso di Merini, ci definiamo “api”, ma l’immagine rende bene il fermento in cui siamo immerse, con grande entusiasmo e passione. Il riconoscimento da parte delle Istituzioni c’è: Municipio 6, Comune di Milano, Consiglio della Regione Lombardia non mancano di accordarci il patrocinio alle iniziative; i loghi compaiono sulle nostre locandine eventi e siamo liete della collaborazione a sostegno. Se però parliamo di patrocinio oneroso, quindi di un contributo economico, sono molto poche le iniziative per le quali abbiamo ricevuto un aiuto con un impegno enorme di risorse dell’associazione – economico e fisico. Un grazie particolare va a Fondazione Cariplo che ci ha seguite e consigliate nelle diverse fasi relative ai progetti che hanno visto il loro supporto, ad esempio la rassegna sul tema della violenza di genere VOCI DAL SILENZIO – LA RESILIENZA DELLE DONNE che ha visto 22 eventi in 11 giorni nel maggio scorso.

(MS) Immagino che sarà faticoso, non solo l’impegno costante pratico, ma anche riuscire a portare avanti tutti gli obiettivi e le vostre bellissime idee, e quindi anche reperire le risorse economiche. Alda Merini è conosciuta in tutto il mondo, pensavate fosse un compito più facile?

(DB) La struttura e gli impegni dell’Associazione formano una realtà complessa. C’è la gestione della Casa alla quale dobbiamo pensare. L’assegnazione ha previsto i muri: gli arredi, il bar, gli impianti luce/video/audio etc. sono stati investimenti dell’associazione e la conduzione, con le spese inerenti, è un nostro impegno. Confidiamo nelle quote associative, che oltre tutto portano interessanti vantaggi per gli associati https://spazioaldamerini.org/2017/01/23/campagna-tesseramento-2017-agevolazioni/ e alle libere donazioni. Certo, il nome “Merini” ha un suo fascino, per poeti, letterati, amanti della cultura; molto meno se si tratta di business. Uno sponsor trae maggior soddisfazione, a livello di visibilità e quindi di ritorno immagine, se investe in un gruppo sportivo piuttosto che in una associazione culturale! Questa è la realtà.

(MS) Gli Istituti, ad esempio, sarebbero i primi secondo una logica culturale, ad entrare in contatto con voi, portare gli studenti organizzando gite o laboratori presso gli Istituti. Qual è la situazione attuale? Fuori Milano e fuori regione?

(DB) Riceviamo abbastanza spesso la visita di classi scolastiche che, grazie a efficienti insegnanti, desiderano un contatto più stretto con la figura di Alda Merini: argomento trattato prima nel corso di lezioni propedeutiche alla visita. Ma si tratta di iniziative che partono direttamente dalle singole insegnanti, che ringraziamo, e dalla loro personale sensibilità e amore verso la poesia. Non sono molte. Da parte nostra, finalizzato al pubblico giovane, cerchiamo di differenziare l’offerta informativa puntando sul multimediale e non sull’incontro/conferenza.

Poco sappiamo di altre regioni, ma ritengo lecito pensare, generalizzando, che l’apporto culturale verso i giovani abbia bisogno di maggiori entusiasmi e disponibilità economiche.

Stiamo cercando di avviare, per l’anno scolastico in corso, un progetto di Alternanza Scuola-Lavoro con un Istituto superiore milanese. Ci auguriamo di andare in porto perché crediamo che i semi vadano nutriti sul campo!

(MS) Noi donne abbiamo da sempre pensieri liberi e spesso utopici … Pensando ad Alda ci verrebbe normale immaginare la fila di promotori della sua arte. Ne abbiamo parlato diverse volte: Aziende al femminile, Enti, Cooperative, Associazionismo, Stampa, Media … In realtà ?

(DB) In realtà … fino ad oggi nessun esito positivo, ma siamo “api” tenaci e non molliamo. Alla prossima intervista la risposta!

(MS) Qual è il vostro più grande desiderio?

(DB) Un desiderio in trittico:

1)Vedere volti giovani, fiduciosi nel domani, con la voglia di fare, creare, confrontarsi. Siamo nelle adiacenze dei Navigli. Ogni sera un fiume di giovani si riversa lungo l’Alzaia che pullula di locali: Happy hour, ape drink, ape cena, etc. Basterebbe una piccola virata da Ripa di Porta Ticinese in via Magolfa al 32 per trovare, oltre a una birra, una serata di musica, teatro, poesia, dibattiti, libri e tornare a casa con qualcosa che resista nel tempo.

2) Riuscire a coinvolgere maggiormente “i vicini di casa” che restano sempre un po’ diffidenti verso l’operato di una associazione culturale. È da sfatare l’idea che la cultura sia qualcosa per pochi. Anche solo bere un caffè insieme, parlando, raccontandosi, ascoltando l’altro, si inizia a mettere radici per un’intesa di pensiero, di solidarietà culturale. Noi offriamo delle opportunità diverse e siamo pronte all’accoglienza.

3) Ricevere maggior disponibilità di aiuti economici da parte delle Istituzioni per poter dignitosamente compensare le prestazioni degli artisti che si esibiscono. Bontà loro, partecipano in regime di volontariato, quando non optano per libere donazioni personali. Ma… perché ritenere legittimo il compenso di un idraulico, elettricista, meccanico o professionista e non usare lo stesso metro per un artista?

(MS) Tornando alla gestione pratica, per dare un’informazione precisa, come è organizzata adesso Casa Merini?

(DB) Il sito istituzionale www.spazioaldamerini.org contiene tutte le informazioni che qui, per comodità di consultazione, riportiamo per settori:

Orari/info: https://spazioaldamerini.org/info/

Programmi mensili ed eventi 2017: https://spazioaldamerini.org/events/anno-2017/

Alda Merini – breve biografia https://spazioaldamerini.org/alda-merini/

La stanza di Alda https://spazioaldamerini.org/gallery/

Home news https://spazioaldamerini.org/

(MS) Sperando e augurandoci che ci sia un sostegno istituzionale sempre maggiore in futuro, e anche una maggiore presenza di promotori, cosa propone La casa delle Artiste nell’immediato?

(DB) Vi invitiamo a visionare il programma di ottobre 2017

https://spazioaldamerini.org/2017/09/24/programma-eventi-ottobre-2017/

con uno specifico riferimento a una rassegna sulla milanesità, dal 10 al 15 ottobre: “Chi l’è che l’ha masà el gall” https://spazioaldamerini.org/2017/10/01/la-milanesita-a-casa-merini-1015-ottobre-chi-le-che-lha-masa-el-gall/

Inoltre, proprio il mese di ottobre, porteremo lo Spazio Merini nella vostra terra!

Il 21 ottobre alle ore 18,00, saremo infatti con “Letture selvagge” all’interno della mostra “De Rerum Nature & Corpo del Testo”, letture e arte dedicate al mondo femminile.

Ringrazio per il gentile invito riservatoci e per lo spazio che ci avete dedicato. Auguro alla rivista un grande successo e vi aspettiamo in molti a Casa Merini, perché sia la VOSTRA casa!

 

Diana Battaggia

Vicepresidente La Casa delle Artiste

Intervista a cura di Marzia Schenetti

 

 

N° 02 del 01 OTT – “Canossa Stone e la scuola di scultura – Intervista alla scultrice Annalisa Fanfoni”

(MS) Annalisa Fanfoni, artista scultrice reggiana, quando nasce la passione per la scultura e quali le difficoltà che hai riscontrato per migliorare la tua arte?

(AF) La passione per la scultura è nata per caso, nel senso che io dipingevo e cercavo un corso per smuovere il cuore e ho trovato la scuola di scultura di Canossa alla fine del 2004, dopo qualche anno che dalla provincia di Parma, mi sono trasferita a Selvapiana. Qui, il maestro Montecchi e i ragazzi della scuola, mi hanno letteralmente conquistato e non ho fatto fatica ad inserirmi dopo poco nell’organico. Scolpire mi libera dai pensieri, è come la meditazione e scalda il cuore, anzi lo fa sussultare, è come essere sempre innamorata. Una bella sensazione … mi rende una persona migliore.

 

http://www.alfartproject.flazio.com

(MS) Non sono molte le donne in Italia che hanno scelto l’arte della scultura, ci vuoi spiegare quali sono le sensazioni e le emozioni che ti hanno ancorata a questa arte?

(AF) L’idea di creare in tridimensione credo che sia per le donne molto naturale, noi siamo state fatte per essere madri, io non lo sono diventata per vicissitudini di vita e credo che questo abbia inciso molto sul mio attaccamento alla scultura … creare qualcosa che possa avere sempre una relazione … un altro da me ma parte di me, che parli con gli altri e che abbia un’anima sua e un suo cammino anche senza di me. Per me è un modo sempre di più per far diventare reale un mondo interiore molto ricco fatto di sfiori e tocchi per lo più. Potermi scontrare e incontrare con me stessa in continuazione, ma anche vedermi in un’altra me e in altro mi piace, mi trasforma in continuazione e mi aiuta ad evolvere.

(MS) Come scultrice pensi ci siano difficoltà ulteriori nel settore, in quanto donna?

(AF) Le donne in scultura non sono mai state molto considerate, se hanno successo devono essere molto più brave degli uomini a livello creativo, ma ultimamente il numero delle scultrici sta aumentando anche in ambito di scultura monumentale e questo grazie alle strumentazioni di lavoro che rendono la scultura meno faticosa, anche se quella su marmo rimane comunque una tecnica pericolosa. Ricordo che usiamo flessibili, martelli pneumatici e frese, oltre al fatto che la movimentazione dei blocchi di marmo non è uno scherzo … la lavorazione dei materiali duri richiede attrezzi da carpentiere e si sa ci vuole forza e concentrazione.

(MS) Canossa Stone, di cui tu sei coordinatore, come, quando e perché nasce questa scuola?

(AF) Canossa Stone è l’associazione che guida la “scuola di scultura su pietra” del Comune di Canossa, scuola che ha visto i natali nel 1991 da un gruppo di artigiani del luogo che volevano far rivivere l’arte scalpellina, tradizione che ha avuto il suo massimo splendore sotto il governo di Matilde di Canossa e le sue commissioni di pievi locali.

(MS) Di cosa vi occupate specificatamente, i vostri corsi e laboratori…

(AF) Noi ci occupiamo di organizzare il corso annuale di scultura che ha inizio ad ottobre e va fino a maggio dell’anno seguente. È un corso serale e si frequenta due volte la settimana di media, con durata di tre anni per avere il diploma di scalpellino. Oltre a questo organizziamo corsi intensivi di arti legate alla pietra o alla modellazione di vari materiali, oltre che organizzare eventi e mostre d’arte.

(MS) Grande l’’importanza di questa arte, anche in considerazione del territorio, e ancora di più del contesto storico del territorio, la scuola nasce proprio sulle terre di Matilde di Canossa e ne porta rigorosamente il nome,  dovrebbe  dunque avere  un massimo risalto e avere uno stretto contatto anche gli istituti scolastici, ed enti di promozione del territorio, è così?

(AF) Abbiamo iniziato una collaborazione con l’istituto d’arte P. Toschi di Parma e ogni tanto facciamo laboratori con le scuole elementari e medie dove i ragazzi dimostrano sempre grande interesse. In realtà fino ad ora da parte delle scuole e di altri enti pubblici a parte il nostro Comune che è sempre presente non ci sono mai stati grossi entusiasmi anche se raccogliamo allievi da tutta la provincia di Reggio Emilia e alcuni allievi dalle provincie di Parma e Modena.

(MS) Quali le difficoltà che avete dovuto sostenere per far conoscere questa eccellenza delle nostre terre, e quanto c’è ancora da fare?

(AF) Il lavoro che facciamo è molteplice, dalle sagre di paese o cortei storici, alle mostre che ci portano una certa visibilità, grazie alle ottime capacità e a chi sostiene la scuola come volontario. Da fare c’è tantissimo perché le potenzialità in realtà sono molte, soprattutto per la qualità del lavoro che sempre dimostriamo di portare.

(MS) Quali sono le modalità d’iscrizione alla scuola e chi può accedere?

(AF) Possono accedere tutti dai 16 ai 90 anni e l’unica dote richiesta è un grande amore per la scultura, tanto altrimenti si pianta lì non si riesce a proseguire. L’iscrizione è possibile farla dopo la serata iniziale che quest’anno sarà il 5 ottobre alle 21 presso il teatro Matilde di Canossa a Ciano D’Enza

(MS) Ci sono agevolazioni per i giovani che vogliono intraprendere l’arte della scultura?

(AF) Per il momento abbiamo fatto un accordo per i crediti scolastici, ma in realtà non ci sono agevolazioni se non che se sono bravi hanno la reale possibilità di imparare da dei professionisti e poter fare esperienze anche con scultori di altre realtà oltre che essere inseriti in mostre e stage.

(MS) Da artista, oltre che coordinatore della scuola, ringrazi la tua terra perché, e la rimproveri di cosa?

(AF) La ringrazio sicuramente per essere così bella, adoro Canossa e mi piace viverci non la cambierei con un altro posto credo…. La rimprovero per essere un po’ chiusa e ottusa, la gente per lo più guarda ancora troppo ai campanili dei borghi, ma per il resto credo ci sia molto peggio in giro quindi credo che le persone possano migliorarsi e spero di poter dare delle piccole occasioni con le proposte artistico culturali che propongo con il mio gruppo di gente.

 

Marzia Schenetti

 

 

N° 01 del 15 SET – “De Rerum Nature & Corpo del Testo” – Mostra d’arte Reggio Emilia 29/09 – 28/10

Il 29 settembre alle 18,30 nella sede dell’Ex Aci a Reggio Emilia si inaugurerà la mostra “ De Rerum Natura & Corpo del Testo” dedicato alla donna selvaggia libera e indipendente. Gli artisti che si sono impegnati in questa avventura sono Maddalena Artusi, Elena Balbi, Alessandra Binini, Natalia Bisbal, Alessandra Campanini, Annalisa Fanfoni, Roberta Grigolon, Greta Guidotti, Elena Iemmi, Maria Grassi, Giulia Oleari, Isabella Ravasini, Giuliano Rossi, Donatella Sassi, Sandro Tore, ognuno con il suo sentire nei confronti del femminile selvaggio e libero. A tal proposio al piano superiore sarà presente la mostra “Corpo del testo” di Marzia Schenetti che si è cimentata in fotografie che raccontano storie di donne coraggiose che hanno sposato il suo progetto nonostante i 45 atnni e passa …. Corpo del Testo è un’installazione fotografica e video-musicale, nudi femminili che parlano di resistenza, allegria e maturità.

La mostra si svolge tra pittura, scultura, fotografia e installazione, con tante occasioni di incontro nel mese di esposizione, che avrà termine il 28 ottobre. Con la mostra si vuole portare non solo un messaggio artistico ma un modus operandi per far comunicare le arti e gli artisti con la gente; per questo abbiamo pensato ed organizzato alcuni eventi ed incontri  di dialogo; per il 14 ottobre, per esempio, sarà possibile, farsi fare un ritratto dalle artiste, una foto, o partecipare a un disegno insieme…

La voce degli artisti e dei poeti è sempre un po’ borderline con tutte le problematiche della società odierna, fatta di comunicazione usa e getta, dove non c’è tempo mai per nulla, non ci si ferma mai … vogliamo fermarci un attimo in centro a Reggio Emilia invece a fare due chiacchiere oppure anche a stare in silenzio, a contemplare un’opera seduti davanti .. è sempre una bella compagnia.

Stefania Ferrari scrive sul catalogo della mostra: “Col femminile e la parte selvaggia di esso tutti dobbiamo fare i conti prima o poi. Negare l’esistenza dell’Anima, così come della sua Ombra, significa negare buona parte dell’essere umano: impasto, compendio, mescolanze e contemplazione di materia e spirito, corpo e pensiero.”

Il tema della donna selvaggia e indipendente viene qui portato alla luce in senso matriarcale dove il femminile prende il suo posto senza prevaricare ma affermando il suo ruolo nel mondo in modo determinato , sapendo quello che porta. Con carica vitale sensuale, aperta, leale, mostrando quello che è forza, vitalità, slancio, pienezza, ma anche sfida, agguato, rito e a tratti prevaricazione … una guerriera sociale integra.

Gli eventi in dettaglio previsti durante la mostra, saranno pubblicati nel cartellone e promossi nei prossimi giorni.

Annalisa Fanfoni

 

 

Numero Zero del 01 SET – “Musica Popolare e Cantastorie: intervista a Gian Paolo Borghi”

Con il Numero Zero de “Lintelligente”, inizia la rubrica “Arte e Cultura”, entro cui troveranno spazio spunti di dibattito, biografie, recensioni, segnalazioni di eventi sul territorio.

Iniziamo intervistando l’etnomusicologo Gian Paolo Borghi, ed in particolare ripercorriamo con lui oltre 40 anni di tematiche inerenti la musica popolare, che coinvolgono ampiamente, oltre ad arte e cultura, anche la sfera sociale, ovvero le condizioni di vita delle classi popolari italiane.

http://www.ottocentoferrarese.it/dizionario-storico-dellottocento-ferrarese/lemmi/itemlist/user/78-gianpaoloborghi.html

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(SM) La sua ricca biografia evidenzia che lei è da anni coordinatore scientifico di diversi musei, per citarne qualcuno:

il Museo storico della Giostra Bergantino di Rovigo, Archivio Nazionale Giovanna Daffini (Motteggiana, Mantova), Sistema archivistico-museale di Porretta Terme (Bologna), Archivio etnomusicologico “Giorgio Vezzani-Il Cantastorie”, e da molti anni si dedica allo studio etno storico ed etno antropoogico, nello specifico della musica e spettacolo popolare e della etnomusicologia, ovvero quella disciplina, mi corregga se sbaglioche cerca di mantenere le proprietà e le proprie caratteristiche etniche e popolari, nei confronti dello sviluppo della musica così detta colta. 

Ci può raccontare qualcosa di biografico di personale, come qualche aneddoto, e quali incontri speciali con personaggi speciali, hanno determinato questa grande passione per la musica popolare?

(GPB) Ho conosciuto il mondo dei cantastorie tradizionali all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, quando stavo preparando la mia tesi di laurea in storia sociale. Ne incontrai diversi in occasione di particolari rassegne che un tempo si tenevano, (Sagre dei Cantastorie) e che adesso si svolgono soltanto in pochissime realtà italiane (Sicilia, Santarcangelo di Romagna, Motteggiana…). I cantastorie erano e sono riuniti in un’associazione, Associazione Italiana Cantastorie, A.I.CA.fondata nel 1947 a salvaguardia del loro posto di lavoro, a causa delle restrizioni alle quali erano soggetti i cantori itineranti (polizia municipale, problemi per i testi a volte ritenuti contrari alla decenza o all’ordine pubblico, difficoltà per i posteggi alle sagre e ai mercati ecc.) e l’incontro con il loro presidente, Lorenzo De Antiquis (1909-1999) mi illuminò: iniziai allora a raccogliere materiali documentari sulla loro attività e da allora non ho mai interrotto la mia attività! Incontrai tanti cantastorie e di tanti ebbi modo di raccoglierne il ricordo. La soddisfazione più grande è stata quella di essere accolto tra di loro, come uno di loro, al punto che ormai da tanti anni sono il loro vicepresidente nazionale e coadiuvo la presidente, Dedi De Antiquis, figlia di Lorenzo e continuatrice strenua della memoria.

Tra i ricordi più grandi posso citare quelli dei cantastorie siciliani, come Orazio Strano, Vito Santangelo, Franco Trincale, Rosita Caliò… Ma, al di là del passato, ricordo con grande ammirazione l’attività che ancora oggi svolge Rosita Caliò, pienamente inserita nel contesto musicale della tradizione siciliana. Oggi Rosita abita a Padova ma continua a scrivere e a fare spettacoli anche dopo i suoi …anta! La cronaca è ancora il suo pane. Il suo ultimo testo quello dedicato al DJ Fabo.

Gli ultimi cantastorie tradizionali del settentrione e del centro Italia li ho conosciuti praticamente tutti. Loro mi hanno narrato le loro avventure, le loro storie, i loro problemi, la loro grande dignità umana e professionale. Da Adriano Callegari, pavese, venditore di immaginette di Papa Giovanni con una tecnica magistrale  (Papa Giovanni, il papa dei poveri, dei lavoratori…) che otteneva successi di vendite anche all’ingresso delle feste dell’Unità!

Lorenzo De Antiquis, ancora, si era specializzato nelle commenti alla realtà dei nostri giorni, scrivendo canzoni su musiche tradizionali e su temi ancora oggi di grande interesse:

Sentite che vi dice il cantastorie,                                                                                                                                                     il mondo è entrato dentro a un grande imbroglio                                                                                                               bisogna andare piano altro che storie,                                                                                                                                       per risparmiare aria, acqua e petrolio.                                                                                                                                         In automobile tutta la gente   c’è chi lavora e chi non fa niente…                                                    

Se io fossi il Padreterno non darei l’approvazion                                                                                                                         di andar negli altri mondi a portar la confusion! 

(SM) A partire dal XIV secolo i “cantastorie” iniziarono ad allontanarsi dalla letteratura più colta e contribuirono a diffondere in “dialetto” le gesta …

Quanto e come, secondo lei, è interpretato il nostro tempo? Oltre a chi porta il ricordo popolare nell’interpretazione dei canti popolari più o meno noti, esiste una musica, oggi, secondo il suo parere, che racconta le gesta popolari, di lavoratori e disoccupati e del disagio sociale?

 (GPB) Oggi i cantastorie tradizionali sono pressoché scomparsi, ma ritengo ci sia la possibilità di “ritrovarli” in repertori, modalità musicali e d’incontro con il pubblico in realtà “altre”, non omologate e, soprattutto, in piena libertà espressiva e culturale. In queste situazioni, si ritrovano ancora!!!

 (SM) L’importanza di avere archivi storici della musica popolare, oltre all’indiscutibile importanza storica, cosa può rappresentare, in quanto strumento, per i giovani che si affacciano alla musica? La scuola, fa qualcosa per avvicinare i giovani?

(GPB) Gli archivi sono utili se sono collegati a laboratori operativi e se vengono considerati supporto per conoscenze. La conoscenza dei fenomeni aiuta lo sviluppo delle idee e fa comprendere anche come quanti spazi siano ancora necessari nella nostra società.

La scuola, anche quella cosiddetta accademica, fa molto poco, purtroppo. I pochi istituti che si occupano di cultura tradizionale/popolare peraltro languono… Bisognerebbe avere il coraggio di ripartire dalla scuola di base e fare comprendere come certi valori culturali possano e meritino di essere conosciuti. Ovviamente mi riferisco a tutte le culture. Un esempio per tutti, anni fa andai nei campi profughi Saharawi e mi accolsero con espressioni improvvisate di benvenuto e mi fecero visitare il loro museo della Resistenza. L’improvvisazione poetica è ancora presente da noi, soprattutto in Toscana,  ma in quanti la conoscono? Le tradizioni popolari hanno concetti e modalità espressive comuni, volutamente ignorate. 

(SM) Motteggiana, comune in provincia di Mantova, città natale di Giovanna Daffini, di cui curate da molti anni l’archivio storico, è anche diventata un appuntamento per il Concorso Nazionale “Giovanna Daffini” per testi inediti da cantastorie, che quest’anno è arrivato alla sua 23 edizione, quali sono le innovazioni, se ci sono, che i musicisti propongono nel contesto del concorso?

(GPB) L’archivio sta studiando modalità nuove, anche per quanto riguarda il concorso nazionale. Si sta lavorando con forze nuove per inserire tematiche legate al mondo giovanile e per fare non solo un “Giorno di Giovanna”, ma due giornate. Le cose sono ancora in incubazione, ma emergeranno al più presto.

 (SM) Come ultima domanda, a questo punto, istigatrice, Sanremo 2017: Francesco Gabbani con Occidentali’s Karma, Emal Meta con Vietato Morire, Paola Turci con Fatti bella per te, società, violenza alle donne e  disagio… un modo sentito per raccontare o temi gettonati ?

(GPB) Come diceva Lorenzo De Antiquis, ogni ambito musicale, poetico, narrativo  può divenire cantastoriale, ma soprattutto se esiste libertà artistica, non coercitiva.

 

Marzia Schenetti

 

https://www.rivistailcantastorie.it/pagina-iniziale/