Amore e Erotismo

N. 06 del 1 DIC – “FAMOLO ALCOOLICO!”

No, non è un refuso, ma una citazione distorta del “Famolo strano”, di verdoniana memoria. Qui però si pone l’attenzione non sul tasso di creatività che potrebbe o dovrebbe accompagnare l’atto sessuale, ma sul tasso alcoolico. E’ un fattore non nuovissimo, ne convengo, ma sempre più evidente nelle giovani generazioni, e diventa sinistramente attuale in quanto prevede oramai, sempre più spesso, il ricorso ad ardite mescolanze con droghe più o meno potenti.

La sottolineatura della “scarsa presenza a se stessi” che ne deriva avviene spesso anche nelle Aule dei Tribunali, dove funge generalmente da aggravante per il profittatore.

(Nella terminologia adottata, accettiamo l’ipotesi, del resto assai prevalente nella cronaca e nelle Aule di Giustizia, che la vittima sia una donna eterossessuale, ed il profittatore un uomo eterosessuale. Non saprei dire, dal punto di vista legale, cosa succeda se ad essere “alterati da droghe” siano entrambi: profittatore e vittima, ma sappiamo come il “senso comune” tenda a colpevolizzare prevalentemente la donna.)

Eppure, insieme agli episodi cruenti di cui ci tiene informati la cronaca, esistono storie di tutt’altro genere (che possiamo conoscere solamente attraverso il racconto diretto degli interessati), in cui la “serata brava” viene rappresentata come un evento qualsiasi della vita sessuale giovanile (quindi: né particolarmente piacevole, né particolarmente spiacevole, quasi una routine collegata alla frequentazione dei locali) … oppure come un elemento piacevole, ma “col senno di poi”, perché DOMANI potrà fare piacere l’essersi conosciuti, e da un primo incontro in cui si è “poco presenti a se stessi” potrà nascere un’amicizia, una relazione, una coppia, un amore.

Il “famolo alcoolico” non deve finire necessariamente in cronaca, e al Tribunale.

Ciò non ci esime però da alcune riflessioni. Le sostanze “alteranti” occupano la vita dei giovani non da oggi, e neanche da ieri, ma sembrano oramai quasi un “obbligo sociale”, essendosi svincolate dai concerti e dal fare musica (le “classiche” occasioni del passato)… e rappresentano sempre più un pericolo, non solo per i motivi “soliti” (che non sto qui ad elencare, giacché li sappiamo tutti), ma anche e soprattutto per una sorta di “evoluzione tecnologica”, se così vogliamo definirla, che viene perseguita dalla criminalità per rendere disponibili sostanze sempre nuove, dagli effetti imprevedibili (anche la marijuana, quand’è “transgenica”, diventa spesso “pesantissima”), e, soprattutto, per rendere l’acquisto alla portata di tutte le tasche.

Tuttavia, la riflessione che voglio qui avanzare è un’altra: vorrei cercare di capire se le “alterazioni” raggiunte individualmente, in coppia o in gruppo abbiano finalmente lo scopo di deresponsabilizzare dalle dinamiche del corteggiamento tradizionale. Come a dire: “Ti ho cercata, e ti sono stato dietro per tutta la serata, ma perché non ero in me”.

Se questa ipotesi è “utile” (le ipotesi diventano “giuste” o “sbagliate” solamente se verificabili, e questa mia non sembra verificabile, se non attraverso questionari o dialoghi, che otterrebbero quasi fatalmente risposte menzognere), il fatto che ancora una volta ci si riferisca prioritariamente a un ragazzo, un maschio, che “esprime il suo interessamento” in modo “deresponsabilizzato” nei confronti di una ragazza. una femmina, non deriva più solamente dall’indulgere, nel linguaggio, alla “situazione prevalente”. C’è di più, in quanto è proprio il maschio (e specialmente il giovane maschio, che non ha ancora acquisito una competenza “pratica” ed emotiva nel corteggiamento) ad avere maggiormente bisogno di eliminare, attraverso uno “stato psico-fisico alterato”, tutti quei paletti che la società gli sta progressivamente mettendo di fronte, nel rapportarsi con l’altro sesso.

Si tratta, beninteso, di paletti anche utili, a fronte degli episodi di quotidiana aggressività (a volte letale) degli uomini verso le donne, ma che rischiano di ingenerare la convinzione che un incontro fra un ragazzo e una ragazza debba scontare non soltanto le ben note goffaggini dell’adolescenza e della gioventù, ma anche una serie di rischi, che potremmo riassumere provvisoriamente in una domanda: Qual è il confine fra corteggiamento accettabile, oppure molesto?

Inoltre:

E’ proprio vero che dietro ogni uomo c’è un violento? (sono anni che esistono pubblicità cartellonistiche, volte ad additare il “nemico” nella persona apparentemente insospettabile, e che i ragazzi possono osservare, sia per strada che sugli sugli autobus, la rappresentazione di persone similissimi ai loro fratelli maggiori, e ai loro padri, con il viso inquietantemente cancellato … come a dire: potrebbe essere anche tuo fratello, tuo padre, tuo zio, ed ogli altra persona a te vicina, e tu stesso potresti essere un uomo così disprezzabile, senza neanche accorgertene).

Ed in estrema sintesi:

Come dovrei comportarmi? … domanda tutt’altro che irrilevante, soprattutto per un maschio, se consideriamo che la pulsione sessuale finalizzata a risolvere il bisogno immediato (ed anche il buon esito della seduzione per “acquisire punteggio sociale” con i coetanei) è sentita (sono sentiti) dall’uomo giovane in modo soggettivamente più urgente rispetto alla donna giovane, per differenze bio-fisio-antropologiche, ed anche per la rappresentazione che egli è tenuto a dare di sé, in società.

(Negli anni ’70 ci si era illusi che non fosse così, e che l’iniziativa di “violare” lo spazio altrui, appannaggio remoto del maschio “cacciatore” e “guerriero”, potesse cominciare ad essere equamente ripartita fra i sessi, in virtù di un’emancipazione dei costumi nelle giovani donne, che, se mantenuta nel tempo, si sarebbe veramente configurata come una “rivoluzione sessuale”, tale da “liberare” non solo la donna dalla tradizione e dal patriarcato, ma anche l’uomo da un retaggio discutibile, e comunque non certo favorevole all’espressione di un erotismo soddifacente e appagante.

OGGI, da quel che posso vedere, mentre l’ “avvicinarsi reciproco” nel corteggiamento è effettivamente ripartito abbastanza bene, e può dare ai maschi “competenti” segnali sufficientemente chiari, anche se non “definitivi” né “inequivoci”, su come ci si debba comportare, la “violazione finale” dello spazio: il bacio, la carezza, il bottone della camicia slacciato con “gentile baldanza”, per intendersi, rimane comunque un’operazione generalmente “maschile”; e questo espone a tutta una serie di effetti collaterali, dalla goffaggine, alla molestia inconsapevole ed involontaria, che diventano problemi veramente importanti, ed anche imponenti, per i giovani, nonché per chiunque sia, o si senta, poco competente nel corteggiamento e nella seduzione.)

Non voglio stare qui a discutere le motivazioni che hanno portato le donne, e soprattutto le loro rappresentanti nella Politica e nelle Organizzazioni, a dare una rappresentazione dell’uomo eterosessuale così paradossale e grottesca, ma potrei nondimento affermare che in questo modo NON sono state salvate delle vite, né è migliorata la qualità delle esistenze femminili.

 

Ovviamente, come per tutti i temi e i problemi non verificabili (se non mediante statistiche che ognuno può interpretare a proprio piacimento), mi si potrebbe rispondere che MENTRE la Politica e le Organizzazioni “al femminile” facevano progredire la risoluzione del problema, NEL FRATTEMPO i maschi erano ulteriormente peggiorati: “sono fatti così” … “nulla li cambierà” … “perdono la ragione nei momenti di crisi: separazioni, divorzi, disoccupazione, perdita del tenore di vita, povertà, emarginazione, degrado” … “perché … perché … perché” …

Ho tuttavia appreso dall’esperienza che “aver ragione” e “risolvere i problemi” (o quantomeno mitigarli) sono dimensioni quasi mai reciprocamente correlabili; esiste inoltre una netta differenza fra “avere ragione” e “voler avere ragione”; e quando si dà ragione ad un’argomentazione altrui per compiacenza, furbizia o estenuazione, questa “resa” non migliora l’esistenza di nessuno.

Possiamo attribuire tutte le responsabilità a tutti i maschi, come è oramai in uso (è l’ennesima retorica dei tempi), ma a me rimane il sospetto che in imminenza del corteggiamento, e durante il corteggiamento stesso, i maschi bevano, per deresponsabilizzarsi … ma bevano anche le ragazze: del resto, chi potrebbe seriamente pensare di passare una notte, o anche due ore di intimità e di sesso, con un individuo tendenzialmente imbecille e pericoloso?

Si può fare, ma preferibilmente sotto effetto dell’alcool … anche perché. se il partner occasionale fosse effettivamente innocuo (come quasi tutti), ma comunque un imbecille (anche questo può succedere), le amiche non la smetterebbero facilmente di prendere in giro la malcapitata … e quindi, forse la deresponsabilizzazione durante il corteggiamento fa comodo ad entrambi, pur determinando un “effetto collaterale” tutt’altro che trascurabile: la conoscenza reciproca viene a questo punto scarsamente apprezzata e “goduta”. E chissà che non sia anche questo deficit di aspettative a determinare il ricorso all’alcool e alle droghe …

 

Gianfranco Domizi

 

N. 05 del 15 NOV – L’amore scorre liquido

Nell’era consumistica, anche l’amore ha cambiato espressione. Ma cosa è mutato nell’animo umano? L’essenza dei sentimenti, la manifestazione di chi li prova, o entrambe le cose?

Per meglio comprendere le dinamiche legate a questo sentimento, dobbiamo partire dalla trasformazione che il bisogno di amare ha subito nel nostro tempo.

In una cultura consumistica come la nostra (che propone prodotti pronti all’uso, ricerca soluzioni rapide e ottimizzazione dei costi, promuove soddisfazione immediata per la quale inventa ricette infallibili), anche l’esperienza dell’amore rischia di diventare simile a tutte le altre merci.

Le merci, se non soddisfano o si presentano scadenti, possono essere sostituite con altri prodotti, e se risultano soddisfacenti comunque non ci si aspetta che durino a lungo: oggetti in buono stato e ancora funzionanti vengono spesso gettati via solo per fare posto a versioni nuove ed aggiornate.

Le relazioni non fanno eccezione a questa regola. In una realtà dominata dall’utilitarismo, dalla mercificazione, dalla liquefazione dei rapporti e delle regole, dei processi di normalizzazione e standardizzazione, l’elemento prioritario nelle relazioni è avere un tornaconto, cosicché dette relazioni tendono ad assumere un valore sempre più strumentale.

Siamo uomini della modernità liquida, cioè di quella fase dell’età contemporanea caratterizzata da mutevolezza e instabilità di qualunque forma organizzativa: famiglia, società, lavoro, ecc. Un mondo liquido è un mondo in cui abitudini, comportamenti, scelte, strutture sociali, non riescono a raggiungere quella solidità che permette di mantenere inalterata e quindi sicura nel tempo la propria forma. Di conseguenza ogni cosa diviene incerta, instabile ed effimera, caratterizzata da una fragilità che contagia inevitabilmente anche i legami affettivi e sentimentali.

L’attenzione dell’uomo contemporaneo è concentrata sulla soddisfazione immediata del bisogno, sul consumo veloce del desiderio nel suo appagamento, e ciò si riflette di fatto nelle relazioni, dalle quali si pretende l’assoluta soddisfazione delle proprie aspettative e desideri.

Il tempo attuale, il liquido-moderno, è dunque sfavorevole all’amore, mentre sembra più adatto al desiderio. E’ un tempo che celebra l’istante e la soddisfazione ottenuta prima ancora di desiderare, dunque la voglia che prende il posto del desiderio. Togliersi una voglia è diverso dall’esaudire un desiderio, è un atto estemporaneo, senza conseguenze durevoli che potrebbero ostacolare ulteriori momenti di estasi gioiosa. Il desiderio va invece coltivato, richiede una cura prolungata, qualche scelta difficile, qualche compromesso. Nel trasformarsi in voglia, il desiderio si sveste dei suoi aspetti fastidiosi.

Sperimentiamo una condizione in cui ci sentiamo abbandonati a noi stessi, oggetti a perdere, che anelano la sicurezza dell’aggregazione, ansiosi di instaurare relazioni. Nel contempo siamo timorosi di restare impigliati in relazioni troppo stabili o definitive, che possano comportare oneri e tensioni che non pensiamo di poter sopportare. Oggi tendiamo tutti ad essere liberi molto più che in passato, ma ognuno è molto più solo che in passato e tenta forme e sistemi per uscire da questa solitudine. Nella maggior parte dei casi le relazioni o si rivelano frustranti perché deludono aspettative di durevolezza e stabilità, o suscitano timore perché tali aspettative vengono soddisfatte implicando però un prezzo troppo alto in termini di perdita di libertà. Dunque la relazione è un terreno di grande ambivalenza: deve essere leggera e flessibile per potersi rompere facilmente e al tempo stesso fornire all’individuo una dose sufficiente di sicurezza e stabilità per non risultare frustrante.

La crescente incapacità dell’individuo di uscire dall’egocentrismo e trovare modi gratificanti di aggregazione, è un disagio che investe anche la sessualità. Le passioni sono messe al bando e il sesso diviene un’azione razionale e calcolata. Oggi ci si aspetta un sesso autonomo e autosufficiente, performance sessuali con il più alto livello di perfezione e in grado di generare elevata soddisfazione. Ma in questa maniera esso diviene paradossalmente sempre più insoddisfacente, non regge l’altezza delle aspettative e si trasforma in generatore di ansia e frustrazione.

La ricerca del piacere sensuale libero e disinibito e soprattutto esente da ogni impegno è consuetudine, mentre unire il piacere dell’eros ad una relazione di autentico amore, stabile e duraturo, risulta essere una vera trasgressione.

Il tabù della società contemporanea non è rappresentato dal sesso, bensì dall’amore.

Il sesso si presenta come aspirazione alla felicità senza legami, libera da effetti collaterali, è la massima incarnazione della libertà liquido-moderna: la libertà di consumare. I rapporti sessuali sono vissuti in modo consumistico, escludendo implicazioni sentimentali, in un contesto dove tutto va rinnovato velocemente, senza lasciare spazio a progetti a lungo termine, a relazioni stabili o all’amore profondo, ma soltanto a fugaci avventure prive di vincoli.

La modernità liquida non ha solo sgretolato la relazione sentimentale, ma ha anche snaturato la sessualità, rendendola sovente un problema piuttosto che un’opportunità di piacere e soddisfazione.

L’erotismo è l’espressione del desiderio erotico verso qualcuno e definisce il tipo di relazione. Va oltre la mera sensualità, è un sentire composto e definito da eccitazione sessuale e vissuto emotivo insieme, manifesta prossimità e desiderio in contrapposizione a voglia e possesso.

Ma l’uomo contemporaneo, oltre a non conoscere il vero amore, non conosce il vero erotismo. Lo confonde con il feticismo, con la pornografia, con ogni tipo di espressione più cruda della sessualità.

La libertà estrema e la scissione tra sesso e amore si sono rivelati disastrosi su tutti i fronti. Il desiderio sessuale si è di gran lunga affievolito e sono cresciuti in misura esponenziale i disturbi psichici di origine sessuale.

Tirando le somme, possiamo facilmente comprendere che oggi viviamo dominati da istinti primari più che da ragione e sentimento. Siamo vittime di una mercificazione che ci induce a svendere sentimenti e ragioni ad una circolazione veloce della soddisfazione e del piacere.

In un mondo simile, risulta estremamente difficile applicare la formula dell’amore come legame eterno ed inscindibile. Il comportamento umano, incluso quello amoroso, è una costruzione storica, legata alla cultura e alle esigenze sociali del tempo in cui si vive.

Non è l’amore ad essere cambiato, ma gli uomini che lo praticano.

 

Nunzia Manzo

 

 

N° 04 del 01 NOV – “E vissero infelici e scontenti”

Molte persone confondono la felicità con la contentezza, invece sono due concetti differenti se non addirittura contrapposti.

LA FELICITA  è un’emozione breve: non è possibile rincorrerla e nemmeno ottenerla attraverso uno sforzo di volontà. Si tratta di una condizione estemporanea ed è rappresentata da momenti sfuggenti. Inoltre, per poterla provare, sono indispensabili due elementi: desiderio e dubbio.

Il desiderio può nascere solo da quello che non si ha o che si possiede parzialmente. Ciò che si ha a portata di mano può essere vissuto, goduto, contemplato, ma non si potrà mai empiricamente desiderare un dato oggettivo di cui disponiamo.

-Il dubbio è fondamentale.  Le  certezze rendono contenti, appagati, ma non felici. La felicità deve nutrirsi di dubbi e non di sicurezze. La letteratura è ricchissima di storie di uomini e donne che, nonostante fossero contenti di ciò che avevano e di ciò che erano, si sono lanciati nell’ignoto nella speranza di vivere momenti di felicità.

LA CONTENTEZZA si nutre proprio di certezze: si appoggia su basi solide, si arricchisce di componenti concreti. E’ un’emozione duratura e, a differenza della felicità, può essere alimentata con la volontà e l’impegno. Gli epicurei, ad esempio, erano alla ricerca di questa forma di piacere e non ambivano affatto all’estasi, bensì alla misura delle cose. Dove c’è contentezza però, non può esserci felicità! L’una esclude irrimediabilmente l’altra. La prima porta all’estasi, la seconda alla serenità. Quindi: –E vissero felici e contenti- è una frase perfetta per le fiabe, ma un’utopia per il mondo reale.

A tale proposito Sigmund Freud diceva: “L’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza”. Forse sarebbe stato più opportuno dire che l’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di contentezza.

Pertanto, come abbiamo potuto analizzare durante il corso della vita è possibile essere felici oppure contenti: non è ipotizzabile vivere entrambe le condizioni contemporaneamente. Se le persone prendessero consapevolezza di questo elementare, ma insindacabile condizione esistenziale, potrebbero quanto meno esperire uno dei due stati mentali e chissà, con un po’ di fortuna, anche entrambi…in periodi diversi, naturalmente.

 

Antimo Pappadia

 

 

N° 03 del 15 OTT – “La pornografia al femminile”

La pornografia è uno dei rari elementi commerciali che non ha assolutamente risentito della crisi economica: vanta un volume di affari incalcolabile.

Ne è trascorso di tempo da quel lontano 23 ottobre 1901, quando per la prima volta in Italia, a Reggio Emilia, proiettarono un film porno: la sua riproduzione non avvenne in un cinema di periferia, ma al Teatro “Ariosto”. Sì, proprio nel Teatro storico ubicato in centro città, con la sola differenza che allora portava il nome di “Politeama”.

Oggi le cose sono di gran lunga cambiate. L’industria del porno si è spostata prevalentemente in rete e lo sanno bene le multinazionali, come la General Motors, che silenziosamente hanno investito cifre ragguardevoli in un campo che non conosce limiti geografici, politici, di nazionalità o di religione.

Proviamo a snocciolare un po’ di dati. Stando a quanto dice il quotidiano: “Il resto del Carlino” di sabato 7 ottobre scorso, in Italia 7 milioni di utenti visualizzano più sito porno che news e nel mondo i sex-addict sono più di 70 milioni, 1 su 10 è minorenne. Ogni giorno vengono spedite 2 miliardi e 500mila mail con contenuti pornografici, circa l’8% del totale della posta elettronica.

Cos’è la pornografia? Qual è l’etimologia di questa parola? Per pornografia si intende la raffigurazione di atti sessuali espliciti che hanno lo scopo di provocare eccitazione in chi li osserva.

La pornografia classica è tradizionalmente rivolta ai maschi. Negli ultimi anni però, anche il gentil sesso si è mostrato incuriosito ed eccitato dalla visione di film hard, cosa che ha spinto i professionisti del settore cinematografico a creare un genere specifico rivolto alle donne. In tema di sessualità, uomini e donne vivono emozioni e sensazioni in modo piuttosto differente.

Nei film porno classici, cioè quelli ideati per eccitare il cosiddetto sesso forte, le scene sono generalmente girate in ambienti poco curati, ove le donne sono disponibili, accondiscendenti e intente a soddisfare tutte le esigenze del partner, il tutto senza mai preoccuparsi delle proprie. Il loro piacere, in questo tipo di contesto, appare direttamente proporzionale al godimento del maschio con cui consumano l’amplesso.

La nudità è un elemento imprescindibile per l’eccitazione del sesso forte. Tuttavia non di rado scarni indumenti provocanti come giarrettiere, perizoma o scarpe a spillo, più utili a esaltare la nudità che a coprire i genitali, vengono indossati da donne in preda a una improbabile frenesia sessuale.

Per l’eccitazione maschile resta di fondamentale importanza la visione del membro durante l’eiaculazione. Un particolare che non interessa molto alle donne ma che, per la pornografia rivolta all’uomo, diviene parte escatologica per ogni sceneggiatura di questo genere di film.

L’industria del porno al femminile, nonostante abbia lo stesso fine di produrre uno stimolo sessuale, propone una forma di erotismo differente, nell’essenza e nella manifestazione.

Innanzitutto il contesto in cui si svolgono gli amplessi non è né improvvisato, né approssimativo ed è sempre curato nei particolari. Camere eleganti, ambienti confortevoli e di classe fanno da scenario ad attori che non esaltano la nudità dei propri genitali, ma assumono comportamenti e movenze in grado di sollecitare le più inconfessabili fantasie presenti nell’intimo femminile.

La nudità e il senso del potere non assumono mai un ruolo predominante nella pornografia rivolta al femminile. I maschi non sono dei superdotati succubi del partner e pronti ad appagare le esigenze sessuali di femmine eccitate ma, semplicemente, uomini consapevoli e inclini a condividere il piacere dell’eros.

Gli stereotipi pornografici maschili non sono per nulla graditi all’erotismo femminile. Le scene ovviamente sono hot, ma mai standardizzate. L’infermiera che intraprende un improbabile rapporto orale con un paziente malato non è credibile per l’eros del gentil sesso.

La fiction hard rivolta al femminile, per essere eccitante, deve essere verosimile e anche se viene enfatizzata deve rimanere sempre credibile.

Quindi, compendiando quanto asserito, possiamo dire che la pornografia maschile è esplicita, povera di contenuti e un po’ sessista e, mi dispiace doverlo riconoscere, anche di cattivo gusto. Quella femminile invece punta alla fantasia, prevede dei contenuti impliciti, ha un non so che di artistico e tende a convergere verso l’erotismo.

 

Antimo Pappadia

 

 

 

N° 02 del 01 OTT – “Dietro a quale tipologia di uomo si nasconde il Principe Azzurro?”

Tutte le donne amano essere corteggiate. Sentirsi desiderate accresce l’autostima, fa sentire lusingate indipendentemente dal fatto di desiderare o meno un amore. Ma quando una donna aspira a un compagno, quale tipo di maschio ritiene più congeniale?

In fase di corteggiamento, il gentil sesso si può trovare al cospetto di quattro tipologie maschili: il seduttore, il Don Giovanni, il bravo ragazzo e l’amico.

-Il seduttore di rado colpisce per la sua estetica, anche se risulta affascinante e brillante. E’ comprensivo ma non è oppressivo, si mostra carino, ma mai sdolcinato. Non forza i tempi, non ne ha bisogno poiché gode della disponibilità di diverse donne, anche se questo è un segreto che non rivelerà mai a nessuno. E’ sicuro di sé ma non si vanta, soprattutto non si sbilancia mai più di quanto sia necessario.

Il Don Giovanni è bello e sa di esserlo. Nonostante in genere la sua spavalderia rappresenti una super compensazione inconscia di un’insicurezza sostanziale, agli occhi delle fanciulle appare sfrontato e il suo approccio con le donne è diretto. Il gentil sesso si sente attratto da questo tipo di uomo, senza tuttavia digerirne quell’atteggiamento presuntuoso da collezionista di donne-trofeo.

-Il bravo ragazzo, a causa della sua spontaneità, non riesce quasi mai a valorizzare le proprie qualità. Ha entusiasmo da vendere, è premuroso, protettivo e attento, ma spesso esagera. Si comporta così perché ha veramente a cuore la ragazza che sta corteggiando e non per carattere debole o temperamento fragile. Questa tipologia di uomo però suscita ansia nella donna che in genere, per poter scegliere, necessita di tempo e serenità.

-L’amico è quel corteggiatore che non ha mai il coraggio di dichiararsi apertamente. E’ sempre disposto ad ascoltare, ha il merito di far sentire la donna a proprio agio, ha perfino la capacità di entrare nell’intimo femminile, ma mai nei desideri erotici della corteggiata: per tale motivazione è il primo a essere scartato.

Anche il bravo ragazzo ha un alto grado di probabilità di essere escluso. Il suo entusiasmo, la sua eccitazione, possono inizialmente contagiare la ragazza in questione; in seguito, le troppe attenzioni e la ricerca di un contatto continuativo lo fanno apparire opprimente: ecco il motivo per cui anche lui viene rifiutato.

Il Don Giovanni non può non piacere. La donna ne apprezza la bellezza fisica, si sente attratta dalle sue braccia possenti, ma spesso perfino lui viene escluso. Il Don Giovanni è un narcisista e una donna si sa, tollera parecchie cose, ma non sopporta di essere considerata una delle tante, perfino quando cerca solo un’avventura.

Il seduttore non solo ha la capacità di far sentire speciali tutte le donne che incontra, ma ha la virtù di riconoscere e apprezzare le singole doti di ognuna di loro. Generalmente possiede un’intelligenza emozionale superiore alla media e non finge quando dice, per motivi diversi, di trovarle sempre tutte speciali. Il Seduttore ha la pazienza e la sensibilità dell’amico, l’entusiasmo e il fervore del bravo ragazzo e infine, benché di solito meno bello, è disinibito e brillante proprio come un vero Don Giovanni: ecco la ragione per cui è proprio lui ad avere più possibilità rispetto agli altri corteggiatori.

Peccato solo che il seduttore vada alla ricerca di un amore ancestrale mai ottenuto. Attraverso la seduzione, vorrebbe ottenere l’affetto materno che non ha ricevuto da bambino: per questo ama tutte le donne, ma mai nessuna in modo tale da donare l’unicità e l’esclusività che un amore autentico e totale esige.

 

Antimo Pappadia

 

 

N° 01 del 15 SET – “Gioie e dolori dell’orgasmo femminile”

Due donne su dieci non provano il piacere dell’orgasmo. A divulgare questa inquietante statistica, ciclicamente riportata dai media, è stata una ricerca pubblicata dal giornale inglese “The sun”. Il noto periodico britannico rivela, nonostante la notizia tutt’altro che allegra,  un miglioramento  della condizione erotica femminile rispetto al passato; infatti, una ventina di anni fa (esattamente nel 1999), diversi studi americani affermarono che le donne ad avere seri problemi di orgasmo arriva addirittura al 50%.  A dire il vero, anche la Società Italiana di Medicina Generale (SIMG), che ha visto in prima linea  molti medici di base, ha condotto uno studio analogo e ha riportato alla luce risultati similari, e cioè che il  30,1% delle donne lamenta un’assenza pressoché totale dell’orgasmo e che il 26,9% asserisce di avere problemi  importanti  legati alla mancanza di piacere erotico. Anche se le statistiche lasciano un po’ il tempo che trovano, non ci si può esimere dal fatto che, l’appagamento sessuale femminile, non rappresenti una condizione del tutto scontata.

I motivi per cui il gentil sesso non raggiunge il culmine del piacere sono diversi e di differente natura. Quelli comunemente ritenuti più frequenti dagli specialisti sono: l’uso di farmaci antidepressivi, di anticoncezionali orali, stress, traumi psicologici di origine sessuale mai affrontati, e, soprattutto, la mancanza di coinvolgimento emozionale. Eppure le donne almeno potenzialmente, se si trovano nelle condizioni a loro congeniali, sono in grado di provare  molto, ma molto più piacere erotico del maschio. Già proprio così. Questo è un tema che provoca un po’ di imbarazzo negli ambienti maschili e pertanto non se ne parla volentieri, ma la realtà è che, se una donna viene adeguatamente stimolata ed è emotivamente coinvolta, riesce ad ottenere un’intensità erotica tale da raggiungere livelli di piacere con intensità impensabile per qualsiasi uomo.

Uno dei motivi per cui il godimento sessuale femminile è potenzialmente superiore a quello maschile è che le donne, a differenza degli uomini,   non sono soggette ad uno svuotamento biologico. Per tale ragione, tra un orgasmo e l’altro, il gentil sesso non necessita di attendere il cosiddetto tempo refrattario, cioè quell’intervallo temporale di natura biologica che nel maschio aumenta in modo direttamente proporzionale con l’avanzare dell’età. Un’altra ragione è dovuta al clitoride. Quest’ultimo è un organo dotato degli stessi recettori del membro maschile, solo che la concentrazione dei terminali nervosi è tale da permettere non solo di raggiungere numerosi orgasmi in brevissimo tempo, ma consente anche che gli stessi siano di lunga durata e di forte intensità (orgasmi multipli). Tutto ciò sarebbe meraviglioso per l’universo femminile, se a complicare le cose non ci fosse la mente. Infatti, la maggioranza delle donne, non riesce a raggiungere l’orgasmo se non è almeno parzialmente coinvolta dal punto di vista emotivo. Senza  interconnessione psicofisica, il gentil sesso non prova piacere e, salvo eccezioni,  anche quando lo esperisce, lo fa in modo contenuto e poco appagante.  Pertanto, anche se è vero che lo stress ed altri fattori esogeni abbassano la libido, è altrettanto veritiero che, ad accendere i sensi di una donna è principalmente il cervello. Il coinvolgimento della mente è l’essenza del piacere femminile. E’ pertanto facilmente deducibile che, ogni qualvolta una donna desidera profondamente un uomo e si sente intimamente attratta e mentalmente coinvolta, tutto il resto passa in secondo ordine e il piacere erotico in questi casi, può raggiungere un’intensità  inimmaginabile per qualsiasi uomo.

Questo accade, indipendentemente dal fatto che possa essere stressata, assumere farmaci antidepressivi, pillole anticoncezionali e vale perfino quando ha mal di testa.

Antimo Pappadia

 

 

Numero Zero del 01 SET – “Avventure, infatuazioni e amori maturi”

Questa rubrica si occuperà di tutte quelle tematiche concernenti l’amore e verranno trattate con competenza e cognizione di causa. Nel primo articolo abbiamo scelto un argomento che potrà essere utile a fare un po’ di chiarezza sulle diverse forme di amore che ognuno di noi va in contro nel corso della vita

 

L’innamoramento è l’esplosione di una pulsione sessuale a lungo repressa. Per decenni, in ambito psicologico,  questa è stata  una delle  teorie più accreditate nel campo dell’amore. Poi, negli anni Ottanta, il noto sociologo Francesco Alberoni, con la sua  teoria sugli “Stati nascenti”,  analizzò il fenomeno da una diversa prospettiva.  Alberoni ipotizzò che l’innamoramento fosse una condizione soggettiva che si estrinseca sotto la spinta di un desiderio di cambiamento.  Secondo il sociologo, lo slancio che accompagna la fase dell’innamoramento, darebbe la forza per effettuare la cancellazione del  passato e,  rendendo  fluido il presente,  creerebbe le nuove  basi  su cui dovrebbe appoggiarsi un futuro appagante e più autentico.

Successivamente,  quando la strumentazione diagnostica ha raggiunto livelli sofisticati, alcuni neuro scienziati hanno constatato che, durante  il periodo dell’innamoramento, il cervello dà luogo ad una peculiare condizione neurochimica. Il rilascio nel sangue di alcuni neurotrasmettitori come la  dopamina, la serotonina e, di endorfine, come: la feniletilammina, viene alterato. Da quel momento in poi, la certezza che l’innamoramento sia accompagnato da una reazione biologica, non è stata più messa in dubbio, resta comunque difficile stabilire qual è l’effetto e qual è la causa. La cosa invece di cui si è sempre stati certi è che, la fase di innamoramento è transitoria. Essa produce euforia e un desiderio sessuale compulsivo, ma, purtroppo, come tutti sappiamo,  solo per un periodo limitato; dopodiché la situazione neuropsichica si ripristina e l’innamorato torna ad avere una sessualità fisiologica e una visione del proprio partner realistica.

Detto questo, resta la domanda più complessa e cioè: come mai alcuni “Stati nascenti” evolvono in un amore maturo e sopravvivono al tempo, mentre altri si spengono come un fuoco di paglia?  Le teorie sono tra le più diversificate, tra queste, ho ritenuto opportuno parlare del triangolo” di Robert Sternberg, insigne Professore di psicologia e sociologia della Jale University negli Stati Uniti .

Il triangolo di Sternberg prevede tre lati che formano otto tipologie diverse di amore. I tre lati sono costituiti da: l’impegno,  l’intimità, e la passione. La mancanza di un singolo lato del triangolo, sostiene Stenberg, non potrà mai generare un amore appagante. Qualora invece, fossero presenti tutti e tre i lati, allora ci troviamo di fronte a quella condizione che il professore della Jale University chiama “Amore completo”. Infine, l’assenza dell’intera trilogia di elementi, significherebbe che, la relazione in questione, o è patologica, oppure si regge su principi che hanno ben poco a che fare con l’amore.

Istruttivo è anche descrivere come  Stemberg  interpreta quegli amori che sono dotati solo di uno o due lati del triangolo analizzato. In un rapporto in cui ad esempio esiste solo l’elemento della passione, ci troviamo di fronte ad un’infatuazione, quando c’è solo intimità, la relazione si basa solo sull’amicizia invece,  se c’è sia la passione che l’intimità ma manca la volontà di restare uniti, abbiamo a che fare con una storia amorosa autentica, ma destinata  a esaurirsi nel tempo. Pertanto, come abbiamo detto, solo se sono presenti tutti e tre gli elementi del triangolo, cioè: volontà, passione e intimità, ci troviamo di fronte al cosiddetto: “Amore completo”

Per  conservare vivo un amore, infine, sostiene Stemberg,  (e questo per onore di cronaca lo asseriva già in passato Francesco Alberoni), per una coppia è indispensabile  la capacità di progettare insieme.  Fare un progetto, infatti, crea quella complicità  che alimenta tutti e tre i  lati del triangolo designato dal professore della Jale University: progettare insieme  alimenta la passione, incoraggia e conforta la coppia nei momenti di difficoltà  e crea complicità.

Antimo Pappadia