Parole e parolacce

Nella nostra società sembra divenuto improrogabile il bisogno di acquisire una libertà personale, che possa essere espressa, soprattutto, mediante la possibilità di rompere con un passato fatto di troppe restrizioni e moralismi. Si assiste così ad un rapido susseguirsi di cambiamenti di usi e costumi, che infrangono, senza indugio, regole e tabù, sdoganando modi di pensare e di agire, considerati, fino a quel momento, sconvenienti. E’ pur vero che un atteggiamento circostanziato, relativo a norme e consuetudini, converte un’adesione acritica e irresponsabile in un’aderenza ragionata, partecipata ed introiettata, rappresentando pertanto indice di maturità e giudizio. Quando però diviene un atteggiamento esteso e generalizzato, il rischio è che diventi un bisogno di trasgredire a tutti i costi, che oltrepassa irragionevolmente ogni forma di buon senso: l’essere ligi al dovere diviene obsoleto e Il diniego delle regole si delinea come modello il dominante dell’agire, a cui tutti cercano di uniformarsi, e quel che intendeva essere eterodosso, finisce con il trasformarsi in un banale conformismo.

Negli ultimi decenni l’uso delle parolacce è entrato nel linguaggio comune di uomini e donne di tutte le età: se ne fa un uso massiccio nelle strade, negli uffici, nelle famiglie, nelle canzoni, nei film, sui giornali, sui social; trionfa come modo nuovo di comunicare tra politici e intellettuali in società, per colorire discorsi con espressioni particolari, sdrammatizzare toni, suscitare ilarità. Le parolacce non sono più considerate segno di maleducazione, sembrano anzi essere divenute elemento distintivo della spiccata personalità di chi le pronuncia, e vengono utilizzate per allentare la tensione ed alleviare il dolore, come se avessero un effetto analgesico. Il turpiloquio dunque dilaga, dà sempre meno fastidio, e i termini volgari vengono interpretati come indice di sincerità e capacità di persuasione, hanno una connotazione di familiarità e sembrano ispirare fiducia rivelando la spontaneità di una persona, capace di manifestare, senza filtri, le proprie emozioni. Non si può negare che le parolacce abbiano l’effetto di creare confidenza e partecipazione, esse racchiudono una funzione goliardica, di divertimento, fanno simpatia e danno leggerezza. Ciò può renderne adeguato l’utilizzo in contesti amicali e familiari che sanciscono il diritto allo sberleffo scanzonato ed efficace. Usata come intercalare, la parolaccia sembra essere un’innocente e proficua trasgressione, che ne sminuisce il potenziale aggressivo, ma non possiamo dimenticare che essa porta con sé il significato di un insulto, e il suo utilizzo in contesti inappropriati può conferirle il significato di una volgare scorciatoia, un’irragionevole sfogo, una perdita di autocontrollo. Probabilmente, chi si lascia andare all’uso del turpiloquio, ha come obiettivo ispirare nell’ascoltatore una sorta di ammirazione, e raggiungere un’efficacia che non si sente in grado di ottenere altrimenti; vuole ostentare una tale sicurezza di quanto esprime, da non curarsi delle convenzioni né delle reazioni. Non a caso, a farne più uso, sono persone caratterizzate da tratti di narcisismo, che hanno la convinzione, o per meglio dire la pretesa, di valere più degli altri, e per questo potersi consentire qualunque tipo di trasgressione, o ignorare qualsiasi regola di comportamento, ostentando una forza apparente che tradisce, sovente, la vulnerabilità della sostanza.

Ma il bisogno di esimersi dalle convenzioni sociali, cela una scarsa capacità di rispettare se stessi e i propri sentimenti, nonché quelli degli altri, minando pericolosamente l’equilibrio della convivenza civile.

Un atteggiamento declinante nei confronti del turpiloquio non può essere considerato, come spesso, banalmente, accade, sintomo di repressione e di censura. E non è detto che le persone che ne evitano l’utilizzo, difettino di sincerità: possono essere più trattenute, avere qualche forma di inibizione, ma dimostrano anche una grande capacità di attenzione a non violare norme e convenzioni sociali, limitando il proprio ego, in virtù del bene comune e del reciproco rispetto.

Nella parola, a differenza di quel che accade nella parolaccia, la comprensione non si fonda sull’estemporaneità dell’umore ma si lega all’acquisizione di un concetto, espresso, in tutta la sua chiarezza ed incisività, attraverso un uso forbito del linguaggio. Per cui, chi ha proprietà della lingua, non sente la necessità di fare ricorso al turpiloquio, talvolta nemmeno alla punteggiatura, ma è in grado di ottenere sottolineature con il mero uso delle parole: parole dal senso profondo, dai colori incisivi e dal sapore intenso; concetti aguzzi e immagini folgoranti, in grado di fagocitare l’attenzione e di lasciare impronta.

A prescindere da quanto ne possa essere sdoganato l’uso, le parolacce rimangono una scorciatoia del pensiero, un’incapacità di dire in modo differentemente efficace. Ma la volgarità non è una metafora, e per quanto possa talvolta apparire come un atto di astuzia, legittimarla rappresenta soltanto l’amara sottolineatura, della povertà espressiva, della miseria intellettuale, e dell’insufficiente educazione, dilaganti. Per dirla alla Martin Heidegger, il linguaggio anche in assenza di moralismi resta comunque la casa dell’Essere

Nunzia Manzo

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Antimo Pappadia Direttore responsabile.

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