L’Angela sopra Barletta

Nelle ultime settimane ci siamo abituati alla policromia, all’Italia divisa tra zona gialla, zona arancione, zona rossa. Ogni settimana abbiamo aspettato che la nostra regione passasse da rossa ad arancione o da arancione a gialla, o al contrario abbiamo temuto che si trasformasse da gialla in arancione o da arancione a rossa.

Abbiamo letto con attenzione ogni infografica con i comandamenti delle diverse zone e appreso che in zona rossa non si esce di casa se non per comprovate necessità; in zona arancione si esce di casa ma non dal comune di residenza; in zona gialla ci si può muovere anche tra comuni diversi ma sempre entro l’orario del coprifuoco, cioè alle 22. In zona rossa e in zona arancione per bar e ristoranti e affini funziona solo l’asporto o la consegna a domicilio. In zona gialla invece si può consumare ai tavoli ma entro le 18.

Ci è stato spiegato che l’appartenenza delle nostre regioni a una delle tre fasce corrisponde alla situazione di emergenza di un certo numero di parametri: le Regioni informano il Governo con dati aggiornati per ciascuno di questi parametri e il Ministero della Salute assegna il colore corrispondente. Ma le Regioni, meglio: i loro Presidenti, hanno cominciato una serie di dispute. Chi era giallo, chiedeva il rosso, invocando chiusure; chi era rosso, chiedeva il giallo, auspicando aperture. Ci sono poi casi limite. Da un lato l’Abruzzo, il cui presidente ha cambiato in autonomia il colore della propria regione da rosso ad arancione. Il Governo ha presentato ricorso ottenendo il ritorno in zona rossa. Ma per 24 ore, perché poi in base ai dati gli Abruzzesi si sono nuovamente ritrovati in zona arancione. O come la mia regione, la Puglia.

Nella prima assegnazione dei colori, l’assessore alla sanità si diceva sicuro che saremmo finiti in zona gialla. E invece puntualmente ci è stato assegnato l’arancione. Ma, secondo l’assessore Lopalco, “un arancione chiaro”. Nel frattempo il Presidente Emiliano e l’assessore Lopalco hanno invocato la zona rossa per le due province di Foggia e BAT.

La Regione ai primi di Dicembre è diventata gialla, ovviamente tutta. Ma Emiliano e Lopalco hanno continuato a chiedere una regione bicolore: Foggia e BAT rosse o al massimo arancione; Bari, Brindisi, Taranto e Lecce gialle. Dal Governo è arrivato un rifiuto alla regione con province a colori differenziati. A quel punto la trattativa si è conclusa con soli 20 comuni arancioni (14 in provincia di Foggia, 4 nella BAT, 2 in provincia di Bari) in una regione (totale: 257 Comuni) gialla. Il tutto deciso in meno di 24 ore, a ridosso della Festa dell’Immacolata, con proteste di ristoratori che avevano già tutto pronto per il primo pranzo dopo la chiusura.

Mentre scrivo si prepara la fine, a partire dal 15 dicembre, della Puglia bicolore. Tutta in zona gialla, mentre i dati (quando non si perdono sulla via tra Bari e Roma, quando non si confondono, accumulano, sparpagliano) raccontano di una Regione che colleziona tra le peggiori performance in termini di contagi, di rapporto tra tamponi positivi e tamponi effettuati, di tracciamento inesistente, di software mancanti per la raccolta di dati, di posti letto insufficienti.

Ma non deve essere una questione puramente pugliese, se è vero, come è vero, che assistiamo a una vera e propria dissociazione. Una strana sindrome per la quale si dice ai cittadini che finalmente possono uscire di casa. Si riaprono i bar e i ristoranti (fino alle 18). Siamo vicini alle feste di Natale e, particolare non trascurabile, il governo ha lanciato il cosiddetto cashback (l’amore per gli anglicismi non conosce cali: lockdown, covid free, concept dell’archistar). E dunque perché gli Italiani non dovrebbero bere un caffè al bar? O nel weekend girare per le strade dei centri cittadini a caccia di regali di Natale? C’è qualche norma che lo vieti?

Assolutamente no, anzi sono comportamenti incentivati. Come dovrebbero spendere i propri soldi gli Italiani spinti dall’incentivo del cashback, visto che questo meccanismo non vale per gli acquisti online? Al contrario, abbiamo tutti visto o letto degli appelli a salvare il commercio di vicinato, ad acquistare dai negozi del quartiere, dalla piccola salumeria all’angolo al giocattolo della piazza alla libreria storica della città, invece che dai colossi della consegna a casa.

E invece, dopo il primo weekend dell’Italia a maggioranza gialla, ecco si levano scandalizzate urla di coloro che osservano (dalla stampa alla TV, dalla politica ai social) i comportamenti (sempre altrui) e li definiscono irresponsabili, incivilii, pericolosi. Torna la parola magica, che non è abracadabra ma assembramento. E si invoca e invidia la civilissima Germania. Tutti vorrebbero ora vivere sotto la guida di Angela Merkel. La quale è stata assai prudente sinora (nella prima e nella seconda ondata di Covid-19) e ora sperimenta la prima vera chiusura dell’anno.

Ma gli Italiani, nella media, lo ignorano. E quindi, dopo aver creduto alla favola bella dell’Italia e del governo Conte modello nel mondo (per fortuna almeno questa puerile propaganda è sparita), ora i cittadini dovrebbero invocare, guidati da una certa opinione pubblica, una annessione alla Germania in nome del rigore teutonico contro la bella vita, incosciente e dal sapore di untore, dei sudditi dello Stivale.

Siamo certi che qualche ministro e qualche presidente di Regione si stiano già preparando allo scenario politico, pronti a sfoggiare, con accento impeccabile il nuovo slogan: “Wir Sind ein Volk, Angela”.

 

Alessandro Porcelluzzi

 

 

 

Semaforo

 

Arancione, rosso (quanto dura?), e forse giallo:

bizzarro semaforo d’un pirotecnico governo …

… fermi in un’attesa ch’è metafora d’eterno,

lo smog a Milano, code a Barberino di Mugello.

 

Ma che semaforo è mai, quand’è scomparso il verde?,

qualcuno ascolta musica, qualcuno suona il clacson …

… qualcuno invoca già la grazia, e graziarcazzo,

viene dall’Angela-inchiavabile, con le sue ali aperte.

 

Gianfranco Domizi

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Antimo Pappadia Direttore responsabile.

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