La Sindrome di Hikikomori

Nei mesi del lockdown, quando tutto si è fermato a causa del Covid19, abbiamo vissuto a lungo chiusi nelle nostre case e per molti la propria stanza è diventata il mondo. Sono stati interrotti i rapporti sociali e familiari, sospese le attività aggregative, di sport, e di svago. Bambini e ragazzi hanno interrotto bruscamente l’anno scolastico, hanno avuto poche opportunità di frequentare i centri estivi e hanno dovuto rinunciare alle vacanze. La fase 2 ha presentato due polarizzazioni. Da un lato, quelli che non hanno tollerato la rinuncia alla vita di relazione, le restrizioni sociali e comportamentali, e una volta usciti di casa rifiutano di rispettare le norme anti-contagio tuffandosi, con modalità di socializzazione incongrue e comportamenti incauti, in quella vita di cui si sono sentiti deprivati. Dall’altro quelli che nell’impossibilità aggregativa hanno sviluppato forme di ritiro sociale, trasformando l’isolamento da forzato a volontario, e rintanandosi in un rassicurante rifugio dal quale fanno fatica ad uscire. Nei mesi di isolamento sociale, peraltro, videogiochi e strumenti tecnologici (fino a quel momento ritenuti a rischio di dipendenza) sono stati adottati come soluzione per aiutare i ragazzi a mantenere le attività didattiche, ludiche e sociali, creando bambini e adolescenti sempre più digitalizzati e isolati. Per alcuni di loro sarà molto difficile lasciare la tana e riaffacciarsi sul mondo reale, e i ragazzi già a rischio di ritiro sociale possono diventare hikikomori. Hikikomori è un termine giapponese che sta ad indicare un fenomeno psichiatrico caratterizzato da una grave forma di isolamento e ritiro sociale. Presente in Giappone già dalla seconda metà degli anni ottanta, si è esteso negli Stati Uniti e in Europa intorno al 2000. E’ particolarmente diffuso tra gli adolescenti e i giovani adulti, prevalentemente di sesso maschile, ma in seguito al LocKdown per la pandemia da Covid ha iniziato ad interessare anche il mondo dell’infanzia. La vita di chi è affetto da questo disturbo si svolge prevalentemente all’interno della propria casa, in una forma di autoreclusione, nella propria camera, che esclude ogni forma di relazione, spesso anche con i familiari conviventi. Le uniche interazioni con l’esterno sono mantenute attraverso canali e strumenti tecnologici, e la dipendenza tecnologica diventa un rifugio sicuro e confortevole per mantenere una forma di socialità.

Diverse sono le cause che contribuiscono allo sviluppo di questa psicopatologia. Alla base vi sono, sicuramente, fragilità personali che rendono faticosa l’elaborazione di esperienze frustranti, impedendo di affrontare con efficacia le difficoltà della vita, e ostacolando l’instaurarsi di relazioni soddisfacenti e durature. Si tratta di ragazzi con una spiccata intelligenza e una complessa capacità di ragionamento, ma introversi, e con una sensibilità introspettiva che li fa sentire diversi rispetto ad una realtà con i cui valori non riescono ad identificarsi, percepita per questo come negativa, e della quale soffrono le pressioni di realizzazione. Proprio per questi aspetti si tratta di una patologia tipica dell’adolescenza, dove la paura di essere giudicati e l’ansia per gli obiettivi e le prestazioni che la società richiede, sono elementi che possono facilmente generare difficoltà e demotivazione a confrontarsi con la vita sociale, fino a condurre all’isolamento. Uno dei primi campanelli d’allarme può essere rappresentato dal rifiuto della scuola. L’ambiente scolastico viene vissuto negativamente anche se il ragazzo ama studiare ed ha buoni voti, poiché il disagio non è nei confronti dello studio ma riguarda aspetti di socializzazione e integrazione. Spesso, proprio per la loro diversa sensibilità, questi ragazzi diventano vittime di bullismo, e la timidezza, mista a vergogna, si traduce in una morbosa paura degli altri.          Anche se il ritiro sociale è un sintomo comune a numerose psicopatologie, la sindrome di Hikikomori è un disturbo specifico e richiede cure abbastanza complesse. Il percorso terapeutico deve essere definito in base alla specificità della persona poiché, pur conservando elementi comuni, si esprime in maniera differente a seconda delle caratteristiche di personalità. Il trattamento deve essere avviato prima possibile, e deve includere interventi farmacologici (antidepressivi) e psicosociali. Oltre a trattare sintomi come ansia sociale, senso d’inadeguatezza e bassa autostima, è fondamentale il coinvolgimento del sistema familiare, caratterizzato quasi sempre da organizzazioni disfunzionali basate su legami di interdipendenza. Deve poi estendersi al contesto sociale, nella previsione di graduali esposizioni a forme di contatto, agendo in maniera trasversale, poiché persone che hanno attuato un ritiro così forte hanno sviluppato la convinzione di non avere bisogni relazionali. Bisogna evitare di sottoporle ad ulteriori pressioni di realizzazione sociale, e riconoscere la dignità della loro sofferenza senza sminuirla o banalizzarla. Riuscire a farsi spazio nel loro mondo non è facile: è nella natura dell’uomo creare una propria zona di confort che tende a ricercare e proteggere, ma quando la routine si trasforma in una trappola per la mente, che riesce a percepire la realtà sempre e soltanto nella stessa maniera, si costruisce un mondo che finisce per apparire come l’unico possibile.

 

 

Nunzia Manzo

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Antimo Pappadia Direttore responsabile.

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