La fine del Populismo

Le regionali e il referendum sono alle nostre spalle da pochi giorni. Eppure il tempo della politica scorre velocissimo.

Gli esiti di questi due appuntamenti elettorali hanno impresso una accelerazione a processi che erano già sotto traccia. È possibile, in via preliminare, definire il complesso di questi temi e di queste discussioni con una formula: l’età del populismo ha oramai esaurito la propria potenza.

Con un effetto immediato su quelle aree politiche, quei partiti e quei movimenti che dal populismo, con diverse declinazioni, erano stati attraversati. E così in poche ore: Giorgia Meloni diviene presidente dei Conservatori, i colonnelli della Lega (Giorgetti in testa) spingono per l’ingresso del partito nei popolari europei, il M5S diventa ogni giorno più governista, la sinistra radicale scompare nelle urne e finisce inghiottita dal PD.

Giorgia Meloni, che ha incassato il risultato di un proprio esponente dell’unica regione che nella tornata elettorale ha cambiato colore (le Marche), guida un partito costantemente in ascesa nelle urne e nei sondaggi.

La volatilità del consenso in questi ultimi anni ci ha insegnato a valutare con prudenza questa tendenze: salire sulla cresta dell’onda e poi precipitare è assai più facile che in passato (ricordiamo il PD di Renzi alle Europee del 2014, il M5S alle scorse Politiche, la Lega alle ultime Europee). Ciò che qui interessa è sottolineare è che, diversamente dai casi citati, Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni sembrano voler poggiare il proprio consenso crescente su una impostazione istituzionale, neomoderata. Dunque di segno totalmente opposto rispetto al populismo, dall’alto o dal basso, degli esempi precedenti citati.

Salvini è invece uscito azzoppato dalle ultime regionali. La partita su cui aveva puntato, la Toscana, è stata perdente. Ma soprattutto la Lega precipita al Sud rispetto al dato di un anno fa. E, che vinca o che perda, entra in collisione con i candidati presidenti della coalizione. Attacca Fitto, e ne viene a sua volta attaccato. C’è freddezza e distanza con Toti. Zaia si presenta, non citandolo, come anti Salvini: il fare contro il comiziare.

Da qui l’attacco a due capisaldi della gestione di Salvini: la Lega nazionale che arriva al Sud; la posizione euroscettica. Entrambe queste opzioni non convincono più molti dei personaggi di spicco della Lega.

Ancora una volta a suggerire una svolta centrista, europeista e più marcatamente filoindustriale è Giorgetti. Che però ha con sé stavolta tutti i delusi dai risultati in picchiata del partito. Difficile prevedere l’esito della lotta tra visioni contrapposte in un partito che mescola una struttura molto forte e tradizionale (qualcuno l’ha definita leninista) e una leadership molto personalizzata.

Il M5S ha usato il risultato del referendum (una vittoria di un cavallo di battaglia del Movimento) per mascherare per qualche giorno la sconfitta alle Regionali. Il M5S è lontano anni luce dal risultato di Politiche ed Europee, ma è persino lontanissimo dai precedenti risultati delle regionali. Sia in alleanza (in Liguria), sia in solitaria (in tutte le altre regioni) il M5S “non tocca palla”. E infatti è già partita l’offensiva del PD. Una iniziativa che si traduce, di fatto, nella abiura di Conte 2 nei confronti di quanto fatto nel Conte 1. Quota 100, reddito di cittadinanza, decreti sicurezza: questi provvedimenti sono tutti sotto attacco da parte del resto della coalizione. Se escludiamo i decreti sicurezza (che furono voluti con forza dalla Lega e da Salvini), negli altri casi siamo di fronte a provvedimenti che il M5S ha fortemente voluto.

E qui occorre forse un passaggio ulteriore, una riflessione ulteriore. Le nostre economie ci mettono di fronte a una velocissima obsolescenza delle competenze e della abilità dei lavoratori.

Alcune categorie di lavoratori, per età o per scarsa formazione di base, una volta espulse dal circuito della produzione, siano impossibili da ricollocare. Addirittura osservando l’Italia occorre prendere atto che intere regioni, intere aree siano state desertificate dalla concorrenza interna o internazionale. Dunque diventa fondamentale, da parte dello Stato sociale, difendere queste fasce in affanno. Che sono a rischio povertà, o vivono già sotto la soglia di povertà, e che non sono più occupabili. Se lo Stato non si prende cura di queste persone, di questi cittadini, di fatto prepara la morte di intere aree del Paese.

In questi giorni, preparato dai casi di beneficiari che non avevano diritto al reddito di cittadinanza o che sono balzati agli onori della cronaca come autori di reati, assistiamo a proposte per rivedere, ridurre, sottoporre a controlli ferrei il reddito di cittadinanza.

Si arriva a dire che il meccanismo del reddito di cittadinanza sia sbagliato perché inquina il mercato del lavoro. E nessuno che si levi a dire che ciò dovrebbe essere un enorme atto di accusa, se la miseria del non lavoro fa concorrenza alla miseria del lavoro sottopagato.

Non ha funzionato il sistema delle tre chiamate, non ha funzionato la rete dei navigator. In realtà non c’è da stupirsi. Perché in una fase politica diversa, sull’onda di una spinta populista, il M5S ha colto, forse casualmente, una necessità storica. Ovvero dare un reddito a soggetti tagliati fuori dalla produzione.

Ma per capire il senso di quella operazione, e soprattutto per resistere alla torsione padronale cui assistiamo oggi, occorre cultura e preparazione politica, che il M5S non ha. E dunque i grillini si sono illusi, quando è stato introdotto il reddito di cittadinanza, che tramite questo strumento tutti potessero essere ricollocati. Ora che quell’illusione è caduta, e il vento della politica va in tutt’altra direzione, molleranno questo strumento indispensabile per far fronte alla disoccupazione cronica e fisiologica. In cambio, ovviamente, di una buona contropartita di governo. E i loro alleati, nel preparare gustosi compromessi, sono esperti.

Alessandro Porcelluzzi

 

 

 

 

FILSTROCCA

Il maschio è maschilista,                                                                                                            

il romano romanista,                                                                                                                      

il popolo populista,                                                                                                                      

ce n’eravamo fatti quasi quasi una ragione.

Poi basta il voto di qualche regione,                                                                                          

qualcuno fa l’equilibrista,                                                                                                  

qualcuno è alla frutta dopo l’insalata mista,                                                                      

qualche manovra imprevista …

… e tutto torna in discussione:                                                                                                      

del maschio e del romano avrei qualche cognizione;                                                            

il popolo, non so … oggi non è più populista,                                                                                                        

ma nello Stato manca ancora uno statista.

 

 

 

(Opera di Gianfranco Domizi)

 

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