Willy (e oltre Willy )

La morte del povero Willy, il 21enne di Colleferro, ci ha toccato tutti particolarmente: per le modalità efferate dell’uccisione, per la futilità dei motivi, per il sorriso disarmante di un ragazzo che chiedeva forse, semplicemente, che gli si aprissero le porte del benessere, della realizzazione personale, della felicità.

Non starò a tediarvi con i fatti: per quanto riguarda le modalità, sembrano ormai consolidati; si dovrà attendere invece del tempo per riconoscere le responsabilità specifiche ed individuali degli accusati (il che rimane sempre e comunque uno strumento di civiltà, nell’assegnazione delle pene).

Riassumo invece le reazioni del popolo del web, che sono state sostanzialmente di due tipi:

A) Espressioni linguistiche di “frustrazione” rispetto all’evento ormai consumato, in cui si invocano soluzioni “definitive” per i colpevoli, e per chi si macchi di delitti similari. Fortunatamente, tendo a dimenticare i toni sovraeccitati; ricordo però, per il “mood” insolitamente ed incongruamente western, l’immaginifico: “Impiccateli!”.

B) Ricerca delle “cause”, e, dentro quest’ultima, l’identificazione di moventi razzisti, e/o fascisti, e/o fascio-leghisti (sic!).

Mi dedicherò a B), anche se è stra-noto ormai che chi debba dare addosso allo schieramento avversario utilizzi qualsiasi informazione in suo possesso, tacendo correlativamente quelle scomode per sé; e che in questo “palleggiamento” di responsabilità, nessuno cambi opinione davanti all’evidenza dei fatti, semmai “compensando” la notizia scomoda a sé con l’uso ritorsivo della notizia scomoda all’altro.

Insomma, la ricerca di moventi politici o pseudo-politici approda inevitabilmente verso una totale prevedibilità, peraltro inutile alla stessa battaglia politica.

Comunque, per la cronaca, chi ha inteso negare motivazioni “razzistiche” e “fascistiche” ha fatto rilevare l’esistenza, anche recente, di notizie similari, in cui carnefici e vittime sono stati di tutti i tipi: “bianchi” contro “neri”, “neri” contro “bianchi”, italiani contro italiani, stranieri contro stranieri, ecc. …

… procedimento argomentativo anche corretto (sono fatti di cui ho avuto subito memoria, senza neanche smanettare su Internet), ma che si sarebbe utilmente potuto evitare: perché anche quando le motivazioni “razzistiche” e “fascistiche” non siano esclusive, e non siano neanche prevalenti, il dubbio che qualche cosa stia girando male nell’ambito delle nostra società “progredite” va comunque coltivato.

E soprattutto, le morti non vanno mai confrontate, né “compensate”: ogni dramma è, e rimane, un dramma a sé.

Detto del filone maggioritario, c’è da dire che, per quanto riguarda motivazioni e cause ulteriori, non ci siamo fatti mancare niente: la famiglia, la scuola, la società, la mancanza di cultura, il disagio giovanile, il culto della violenza, le arti marziali, gli sport finalizzati al combattimento; la mancanza di riconoscimento dei nessi di causa ed effetto (non si tratta insomma di videogame in cui l’antagonista risorge … un pestaggio può andare a finire con la morte del soccombente, e con una pena “importante” per l’assalitore); per finire addirittura ai disvalori inculcati dalla TV commerciale.

(Come a dire: se non è stato Salvini, sarà stato Berlusconi! .)

Entro i miei riferimenti culturali, rimane l’idea marxiana che le società appartenenti allo stesso stadio di sviluppo economico si somiglino, e tendano a loro volta a copiare quelle che le precedono; quindi, per capire dove stiamo andando, dovremmo ri-comprendere le nostre vicende alla luce di quelle statunitensi.

La notizia “tipica” di quello stadio di sviluppo è che qualcuno entri in una scuola, e senza neanche dover compiere una vendetta specifica, si metta a sparare all’impazzata, facendo una strage.

Non so se in Europa arriveremo mai a quella proliferazione di armi da fuoco, ma lì sta succedendo un fenomeno piuttosto chiaro: che persone disturbate (questo mi sembra ovvio) siano disposte a qualsiasi cosa, pur di uscire dall’anonimato.

Il tema è declinato in modo ridanciano, e sostanzialmente inoffensivo, in Animal House (1978, ma ambientato nel 1962): il Gruppo Delta, espulso dal College, idea un’azione “futile” e “stupida”, per la parata di fine anno. Frase chiave (pronunciata peraltro non da Bruto, l’impagabile John Belushi, ma da un altro protagonista del film): Io penso che questa situazione richieda che qualcuno faccia un’azione assolutamente futile e stupida, si tratta solo di stabilire quale.

(https://www.youtube.com/watch?v=H7mO3JxMoek .

  Rientrati nella vita “normale”, Bluto, il più “sconsiderato” di tutti, diventerà Senatore! .)

Per una disamina più seria, c’è sempre “La Folla Solitaria”, il libro “classico” di David Riesman, del 1950:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/02/27/attenti-alla-folla-piena-di-individui.html

L’idea di uscire dalla “folla solitaria”, anche con azioni “futili” e “stupide”, peraltro dagli esiti imprevisti, e quindi anche drammatici, sostanzia, a mio parere, tanti riti di iniziazione, con cui, nel secondo Novecento, gli adolescenti e i giovani mettevano a rischio se stessi e gli altri: classicamente, negli Anni Settanta, con la violenza politica (che si trattasse di “riti di iniziazione” posso dirlo ora, a 40 anni di distanza … all’epoca … ci si credeva!). Più tardi, in altre forme, come l’attraversamento di incroci pericolosi in auto, a tutta velocità

: https://it.wikipedia.org/wiki/Sabato_italiano.  

Il fenomeno, trasposto nel Millennio attuale, evidenzia un’ “attenuante” (apparente), e un’ “aggravante”: la prima consisterebbe nella possibilità di uscire dalla “folla solitaria”, anche per poco tempo, anche per una volta soltanto, attraverso la popolarità mediatica, donata tanto generosamente dalla TV, e soprattutto da Internet.

Due casi, connessi alla tragedia del Covid-19:

https://www.repubblica.it/cronaca/2020/09/06/news/alessia_bonari_l_infermiera_simbolo_della_lotta_al_coronavirus_sul_red_carpet_di_venezia-266366163/ ;

https://video.repubblica.it/dossier/coronavirus-wuhan-2020/la-signora-del-non-ce-n-and-8217e-coviddi-diventa-influencer-su-instagram-la-reazione-dei-social/366656/367206 .

Definisco l’attenuante come “apparente” perché contribuisce potentemente allo sfilacciamento progressivo della nostra società.

L'”aggravante” è che se quel quarto d’ora di popolarità riescono ad ottenerlo tutti, “tranne te” (canterebbe Fabri Fibra, sempre sul pezzo), sei veramente un fallito. E allora, che si fa?

L’identità di “bullo” del paese, o del quartiere, è sempre a portata di mano; si può ulteriormente condire a piacere: uso sconsiderato della palestra, amore per la rissa, sovraeccitazione calcistica, uso di alcool e droghe, riferimento “folclorico” a simbologie fasciste, che, nella loro quasi universale riprovazione, ben si prestano alla manifestazione di risentimento verso la società, e soprattutto verso i “normali”.

E’ ovvio che questi ragazzi e giovani adulti del Fascismo e del Comunismo non sappiano nulla, e neanche della Storia in generale: prendono quel che serve per “costruire il personaggio”.

Ciò non vuol dire che gli si debba consentire di farlo, per tutta una serie di ragioni “strutturali” (il funzionamento della nostra società), e “contingenti” (spesso il “cattivo comportamento” degenera in delinquenza, qualche volta in tragedia).

Ma è anche vero che se non fossero trattati come un “corpo” estraneo, abbandonato a se stesso, e ci si prendesse invece la briga di parlare con loro come persone normali, e non utilizzarli come emblema dei mali sociali, la situazione potrebbe un po’ migliorare.

Quando poi si consumano delitti e tragedie, a quel punto non si può che richiamare la responsabilità individuale, e trattarli nell’unico modo in cui è possibile: da delinquenti. Non me la sentirei, tuttavia, di assolvere completamente noi “normali”, che quei “bulli” e “ignoranti” non li abbiamo mai neanche avvistati, prima che diventassero delinquenti, pur essendo per certi versi assai simili ai nostri figli.

Pierpaolo Pasolini, nel 1974:

“La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa (…). Nel comportamento quotidiano, mimico, somatico non c’è niente che distingua – ripeto, al di fuori di un comizio o di un’azione politica – un fascista da un antifascista (…). I giovani dei campi fascisti, i giovani delle Sam, i giovani che sequestrano persone e mettono bombe sui treni, si chiamano e vengono chiamati ‘fascisti’: ma si tratta di una definizione puramente nominalistica. Infatti essi sono in tutto e per tutto identici all’enorme maggioranza dei loro coetanei.

Culturalmente, psicologicamente, somaticamente – ripeto – non c’è niente che li distingua (…) La cultura a cui essi appartengono e che contiene gli elementi per la loro follia pragmatica è, lo ripeto ancora una volta, la stessa dell’enorme maggioranza dei loro coetanei”. (Entro vari scritti sull’argomento, che vanno dal 1962 al 1975: https://www.garzanti.it/libri/pier-paolo-pasolini-il-fascismo-degli-antifascisti-9788811603696/ .)

Non voglio farne delle vittime. E’ evidente dai corsivi che procedono la citazione di Pasolini.

L’unica vera vittima è il povero Willy: non solo per la tragica morte, ma anche perché si sarebbe forse “accontentato” volentieri di uscire dalla “folla solitaria” nel modo più tradizionale possibile: diventando un lavoratore “normalmente” integrato, con degli amici e una famiglia.

Ed è invece stato risucchiato nello stesso gorgo mediatico dei suoi carnefici, che tutto condanna (“Impiccateli!”), e poi, altrettanto velocemente, tutto dimentica.

L’essenziale è che noi “normali”, noi “buoni”, noi “colti” se ne esca comunque assolti.

Ma questa è giustizia sommaria di individui oziosi: ieri nei bar, oggi dentro un bar virtuale di nuovi ubriachi.

 

 

Gianfranco Domizi

 

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Antimo Pappadia Direttore responsabile.

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