Ancora su Willy: pensieri e parole

Le polemiche intorno all’omicidio di Willy, il giovane di Colleferro, nascondono un retropensiero tanto comune, diffuso quanto fuorviante. La grande emozione suscitata da questo triste episodio di cronaca è stata accompagnata (lo è ancora) da attacchi a questo o quel politico, a questo o quel partito, accusati di soffiare sul pericoloso fuoco del razzismo.

Il punto qui non è discutere della vexata quaestio: esiste o no un problema razzismo in Italia? Su questo punto si può tagliare velocemente, rispondendo che esiste certamente un problema razzismo, in Italia come in qualunque altro Paese abbia conosciuto ondate di immigrazione più o meno recente e in cui si confrontino culture differenti in proporzioni numeriche più o meno rilevanti.

Il tema non è nemmeno stabilire la percentuale di intolleranza presente nei messaggi di una certa parte politica. Non solo perché sarebbe un lavoro difficile e con nessun grado di precisione. Ma perché, come dimostrano secoli di antisemitismo (di destra, di sinistra e senza colore politico) in ogni continente, nessuno, fuori e dentro la politica, è completamente immune dallo sfruttare l’odio verso etnie, credi religiosi, origini nazionali diversi da quelli maggioritari a fini politici.

Il punto è invece capire quanto sia sensato leggere questi eventi tragici, il pestaggio fino alla morte di un ragazzo, alla luce delle influenze di messaggi politici. Perché se quell’omicidio è, come sostengono in molti, frutto delle campagne di odio verso gli stranieri/immigrati, allora sarebbe logico dedurre che, eliminate le campagne di odio, cesserebbero gli omicidi di questo tipo.

Nessuno pone il ragionamento in termini così diretti, naturalmente. Si preferisce allargare il campo, comprendere tra le concause altri elementi che qualificano gli autori del delitto. Le arti marziali, il culto per il corpo, un certo tipo di quartiere o di paese, la mimesi rispetto a certi canoni televisivi.

Ma come accade spesso, tutto ciò è un modo per gettare fumo negli occhi.

Il dispositivo argomentativo non muta se si aggiungono altri dettagli (pleonastici). Se davvero si pensa che le cause di quella violenza siano il culto del corpo, le arti marziali, il quartiere degradato, la tv commerciale e i messaggi contro l’immigrazione, allora eliminati questi funesti elementi, le violenze dovrebbero sparire.

La nostra civiltà è giunta a un punto in cui non è più in grado di tematizzare la violenza (e i delitti violenti che ne sono una specificazione) in modo autonomo. È già successo con il tema della morte.

La morte è scomparsa dai radar, è un fastidioso inconvenienti che ogni tanto casualmente confuta la pretesa di eterna giovinezza, invulnerabilità, immortalità. La nostra visione della morte è fiction, è videogioco, ma non è più frutto di esperienza, non è più contatto empirico, passaggio iniziatico dai nonni ai nipoti. Ciò che vale per la morte, vale altrettanto decisamente per la violenza.

Della violenza si parla solo in termini di attenuanti e aggravanti sociologiche, psicologiche, persino lessicali. Quando un atto di violenza si offre ai nostri occhi o alle nostre orecchie, ci precipitiamo a ricercarne la causa. La violenza è diventata per noi un sintomo. Rimossa la (presunta) malattia, la violenza scomparirà con essa.

Questa visione è non solo sbagliata, ma anche costantemente smentita dalla esperienza. Si attribuiscono atti di violenza a un contesto degradato, misero, privo di risorse economiche per la sussistenza. Ma poi scopriamo terribili atti di ferocia anche in quartieri esclusivi, tra il lusso e lo spreco. Si individua la causa della violenza nell’estremismo politico; ma la violenza appare anche in contesti di apatia politica, persino di analfabetismo politico. Si attribuisce la violenza al desiderio di supremazia dei bianchi, ma poi si squarcia il velo su episodi di prevaricazione in quartieri controllati da bande di immigrati di colore.

Si potrebbe continuare all’infinito.

Rimane il dato eclatante di una società non più in grado di affrontare il tema per quello che è. La violenza è consustanziale alla esperienza umana. Non ha una causa, semplicemente per il fatto che non è prodotto di una anomalia, non è un sintomo di alcunché. Siamo molto meno attrezzati dei nostri avi, dei nostri antenati di fronte a questo fenomeno. Che rimuoviamo o ricopriamo con fattori che ci possano distrarre. Preferiamo illuderci con una immagine di noi stessi, come umani, irenica, igienizzata, sterilizzata.

Non ci rendiamo conto, però, che affrontando in questo modo il tema della violenza, ci togliamo due elementi di conoscenza. In primo luogo allontaniamo da noi stessi (come individui e come collettività) la possibilità di conoscere un’area certamente spaventosa, come lo sono tutte le passioni umane condotte al loro estremo.

Dunque viviamo una esistenza amputata in termini di consapevolezza. Ma soprattutto abbandoniamo, in favore di giustificazioni discutibili, la risposta che alla violenza hanno dato tutte le grandi civiltà del passato. La violenza, ove non si cerchino giustificazioni, richiede riparazioni.

La pena, la sanzione sorge come risposta all’atto violento. Quando si esagera l’aspetto delle attenuanti (ma anche della aggravanti), si esagera invece anche l’aspetto della rieducazione (che ha senso invece solo come corollario della pena.

 

 

 

Alessandro Porcelluzzi

 

 

 

Su un’unica strada

 

Notizie che riscaldano gli animi,

notizie che raffreddano il cuore,

notizie di sempre ritornano ancora,

ed hanno un sapore di fiele.

 

Ognuno ricerca un senso e una trama

per dare risposte al dolore,

io più non so dire che cosa ci vuole,

magari soltanto l’azzurro del cielo.

 

Oggi negli occhi di ognuno c’è un velo,

qualcosa che raschia le gole,

c’è poco da dire però quando un giovane muore:

su un’unica strada Caino ed Abele.

 

(Opera DI Gianfranco Domizi)

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Antimo Pappadia Direttore responsabile.

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