“LA PISTA CIFRATA” della politica italiana

Salvini andrà a processo per il caso Open Arms. Il Senato ha concesso l’autorizzazione a procedere.

Questa notizia può essere letta, anzi: deve essere letta, a più livelli. Salvini non sarà condannato, e di questo hanno piena cognizione anche coloro che hanno votato a favore (e coloro che da casa tifavano per questa soluzione). Le accuse contro di lui sono fumose, i capi di imputazione quasi fantasiosi: a rigore ci si trova al confine, sottilissimo, tra la discrezionalità di una scelta politica, il campo della morale e la propaganda.

Difficile, anzi impossibile, pensare di poter condannare l’allora Ministro dell’Interno come se avesse potuto agire da monade in un organo collegiale come il Consiglio dei Ministri. E poiché Conte, allora e ora Presidente del Consiglio, è nel frattempo divenuto messaggero celeste, incarnazione della perfezione dello statista, la soluzione più facile è e sarà l’assoluzione di Salvini.

Ma non è questo l’unico motivo per cui questa autorizzazione a procedere suona stonata. Gli Italiani non imparano mai e hanno memoria da pesce rosso.

Sono oramai moltissimi gli episodi della storia recente e remota in cui abbiamo avuto prova dei meccanismi che governano la magistratura. Ma stavolta non c’è nemmeno bisogno di ricordare: Palamara, tanto per citarne uno, a capo dell’ANM, citava e ricitava Salvini come bersaglio, oltre a muovere le pedine, attraverso favori e promozioni, traffici con la politica e cooptazioni. In questi giorni, in queste ore, non lustri fa, la magistratura è ai minimi storici in termini di credibilità. Solo foderandosi gli occhi di prosciutto si può ancora avere piena fiducia nella magistratura, o derubricare gli scandali che la investono come “poche mele marce”.

Ciò a cui invece assistiamo da troppo tempo è un pericoloso ping pong. Non riuscendo a sconfiggere o ridimensionare un avversario politico, si invoca la neutralizzazione attraverso la via giudiziaria. Si costruiscono teoremi arzigogolati e intorno a questi si chiede conferma alla politica.

In questo circolo vizioso entrambi i poteri vengono inquinati e indeboliti: la magistratura diviene invasiva e invadente, ma perde in autorevolezza e indipendenza, la politica diviene ancella, residuale, dipendente rispetto ai togati.

Esiste oramai una lunga e consolidata tradizione, all’interno dell’opinione pubblica, di venerazione, di fede cieca nel potere giudiziario. Il giustizialismo, chiamiamolo col suo nome, ha abitato trasversalmente quasi tutte le forze politiche di questa Seconda Repubblica. Perché in fondo il sogno di vedere sparire tra le sbarre di una prigione l’avversario è una suggestione potente per chiunque. Ed è un percorso assai meno faticoso che costruire programmi più persuasivi, istruire militanza, reperire nuovi consensi e vincere le elezioni.

L’alternanza non piace agli italiani, ai politici italiani. Gli Italiani sono consociativi: con l’avversario ci si mette d’accordo e si rimane al governo assieme. Oppure, se proprio deve essere avversario, è sempre un pericolo per la democrazia, che vada in galera.

Il furore giustizialista non sente ragioni, non si accorge di arrivare in ritardo, a scoppio ritardato, anche su Salvini. Che non è più in costante ascesa nei sondaggi e nei consensi: anzi, da settimane è in costante calo. L’esperienza dell’opposizione al Conte 2 non fa bene alla salute (elettorale) di Salvini. E quindi questo processo arriva con il sapore sgradevole dell’accanimento su un oppositore già in difficoltà.

Di più e ancora: arriva in un momento in cui il Governo è investito da sempre più frequenti critiche (e non da parte di trinariciuti sovranisti, ma di giuristi come Cassese) sullo stato di emergenza, sulla disinvoltura con cui continua ad operare con Dpcm e decretazione. Un momento e un atteggiamento che richiamano i pieni poteri, la formula su cui è scivolato, quasi una Nemesi, appunto Salvini.

Nel gioco tra le forze politiche poi questa autorizzazione a procedere sembra già l’ennesimo colpo del PD nei confronti del M5S. Cedendo apparentemente alla cultura politica del M5S, onestà onestà, il PD infila al Movimento un triplo scacco.

In primo luogo l’ha costretto a rinnegare, quasi una abiura, il proprio atteggiamento precedente riguardo il tema in discussione.

In secondo luogo è ovvio che Salvini ricorderà continuamente, fuori e dentro il processo, la corresponsabilità di Conte e Di Maio, in quanto vertici con lui del precedente governo, in quelle azioni.

Infine la assoluzione consegnerà alla memoria e al pubblico una azione vacua, contraddittoria, ondivaga del giustizialismo di cui il M5S è al momento primo alfiere.

Esiste un gioco della Settimana Enigmistica, noto come: “La pista cifrata”, in cui è sufficiente unire i puntini per vedere ciò che prima sembrava complesso, confuso, “astratto”.

Il M5S ha ingoiato terribili rospi nel rinnovo delle presidenze di commissione in Parlamento (di fatto perdendo completamente ogni influenza nelle commissioni economiche); su MES e Recovery Fund è in estremo affanno, poiché è chiarissimo che PD e Italia Viva (con Conte in posizione subalterna) non abbiano alcuna intenzione di entrare in attrito con la UE; l’arma spuntata del processo a Salvini.

Solo l’inadeguatezza di Salvini, e in generale della destra italiana, la scarsa preparazione ideologica, l’incapacità di elaborare un quadro strategico che risponda colpo su colpo alla occupazione delle istituzioni: solo questi elementi permettono all’attuale governo e alla attuale maggioranza di tirare a campare, sostenuti da una opinione pubblica in parte esaltata in parte sonnolenta.

Questo il quadro che emerge. E il processo a Salvini sarà solo uno spettacolo teatrale utile a distrarre la plebe per un po’.

 

 

Alessandro Porcelluzzi

 

 

 

ALZO IL LIVELLO

 

Ascolto le storie di camici e mance

in quest’estate assediata dall’afa,

vicende un po’ amare e un po’ palamare,

favori si fanno, che in molti si sbafa.

 

Se Giuda s’atteggia a censore severo,                    *

clemente sarà qualche buon tribunale,

intanto in tivvù tornerà la Fornero,

ma tu stai sereno, ti portiamo le arance.                 **

 

E’ tutto un copione noioso e già scritto,

a mò di ventaglio puoi usarlo di notte;

nel caldo di Luglio il politico è un guitto,

io alzo il livello … e me ne vado a mignotte.

Gianfranco Domizi

 

 

 

*       Che Salvini si senta tradito da chi, in un governo insieme, avrebbe continuato a votare per il “non luogo a procedere”, ebbene, ci può anche stare;

 

**     “Ti portiamo le arance” si dice a Roma, ma suppongo anche altrove, per conso-lare scherzosamente (ed in realtà per prendere in giro) chi “va in galera” (va in   prigione).

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