Scuola e pandemia, le riflessioni di Nadia Farina

Ho conosciuto persone di chiesa sante e persone di chiesa che sante non erano; ho incontrato santi in carne ed ossa, angeli senza le ali e senza aureola; ho appreso da insegnanti che erano veri maestri di vita, meravigliosi docenti, e, docenti, che nulla insegnavano se non l’ingiustizia del concreto demerito di ricoprire un ruolo così importante e prezioso per la vita di ognuno.

La categoria dei maestri degli insegnanti dei professori dei docenti, aiutatemi a dire altro, non è più quella raccontata in un libro ormai desueto e lontano nel tempo, nelle abitudini, nella morale sociale, del libro Cuore. Un volume vituperato, oggi considerato quasi in negativo, ma qualcosa di buono l’aveva di per certo. La maestrina dalla penna rossa era l’emblema di chi mette tutto se stesso nel suo ruolo, di chi è capace di sacrificare il suo tempo, di chi ha voglia di DARE, semplicemente dare…

Quanti oggi, di coloro che stanno dietro una cattedra fanno altrettanto? Quanti vivono l’insegnamento come una crescita, un arricchimento personale? Quanti sono gli insegnanti capaci di creare attenzione, di coinvolgere con entusiasmo gli studenti? Quanti insegnano materie che non sono proprie? Quanti, gli insegnanti che per correggere un compito, non si limitano a sottolineare l’errore ma stravolgono il pensiero dello studente?

I tempi è vero, sono cambiati, agli insegnanti si chiede, come si usa dire, di tutto e di più, non hanno più tempo libero da dedicare a se stessi, la scuola viene portata a casa con compiti e verifiche da correggere, le riunioni sono incalzanti, gli aggiornamenti pressanti e continui, (utili?), la demotivazione che nasce dalle continue richieste della Istituzione Scuola, la cancellazione di materie importanti, l’ingiusta retribuzione a altre cose ancora, certamente non aiutano il corpo insegnante a spendersi più di tanto.

MA…

Ma è anche ingiusto che paghino i ragazzi, è ingiusto che debbano soggiacere alle ingiustizie, alla “ignoranza “ di certi insegnanti, dove a chi si ribella è riservato un trattamento che induce, purtroppo, all’omertà. Meglio tacere che essere preso di mira da un insegnante non tale. E così tra silenzi ed ingiustizie, si crea una società che non si ribella, che accetta l’inaccettabile, per non soffrire di più, che cancella lentamente dentro di sé i fondamentali valori della vita. La dignità, il merito, la differenza tra bene e male …

Forse le cose sono andate sempre così, forse sì forse no, buoni e cattivi, bravi ed incapaci, il mondo ha girato sempre in questo senso. Eppure mi sembra che sia cresciuta la coscienza civile, il concetto di autorità è stato sostituito dal bisogno di autorevolezza ma una maggiore consapevolezza senza possibilità di cambiamento, rende tutti più infelici. Gli insegnanti hanno il compito di ridare a questa società ciò che ha perduto. Mi piacerebbe se ne rendessero conto tutti e quale soddisfazione avrebbero nell’aver contribuito al cambiamento! Ancora una volta Utopia? Forse sì, forse no!

Questo scrivevo, tempo fa, ante Covid, sperando in un vero ed effettivo cambiamento. Poi, questa pandemia, ha travolto tutti; famiglie intere, ragazzi, insegnanti, e, perfino la stessa scuola è diventata online, la cattedra ed i banchi sono stati sostituiti dai computer, dagli smart, dai cellulari. Mi illudevo che gli studenti vivessero questo momento, dapprima come una sospirata libertà, poi, con senso di responsabilità, accompagnati dai video dei loro insegnanti. Pensavo che questi dessero loro una nuova partecipazione, una nuova visione della scuola. Molti, tanti di loro, si sono spesi per non abbandonarli, per non lasciare i ragazzi in balia dei loro pensieri, ma tanti, ne hanno approfittato per caricarli di compiti, a dimostrazione che erano bravi a portare a termine il programma di studio. In realtà nulla è cambiato. Covid o non Covid, un bravo insegnante rimane un maestro di vita, ma chi non lo è, è doppiamente colpevole di non saper attendere al suo ruolo.

E così la dispersione scolastica aumenta, i disabili sono stati completamente dimenticati, e i fragili, sono ancora più fragili. In dieci giorni, in una città come Salerno si sono lanciati nel vuoto due adolescenti. Di chi la colpa? Della pandemia, delle famiglie, della società? Della burocrazia che rallenta, dilata i tempi e toglie l’anima disumanizzando, incasellando, schematizzando ogni cosa, delle ordinanze ripetute e confuse, che hanno avallato le mancanze? Le domande sono tante e non hanno risposta.

Nadia Farina.

 

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