Covid19 ecco cosa sta accadendo nella nostra mente

Sicuramente ci sarà capitato spesso di guardare film catastrofici, in cui virus sconosciuti infestano intere popolazioni, provocando effetti devastanti, ma, molto probabilmente, non avremmo mai immaginato che un giorno, i protagonisti di uno di quei film, saremmo stati proprio noi!

La diffusione del coronavirus, con la violenta pandemia che si è sviluppata, ci ha catapultato in una realtà dai contorni surreali.

Inizialmente, come accade in tutte le situazioni allarmanti e catastrofiche, abbiamo reagito con incredulità: la negazione è uno dei primi meccanismi di difesa adoperati in queste circostanze, respingere l’esistenza e la gravità di qualcosa aiuta ad allontanare l’angoscia e il senso di impotenza che ne derivano.

Generalmente, nelle situazioni di allerta e stress, attraverso l’assimilazione della realtà, che viene messa a confronto, per somiglianze e differenze, con realtà precedentemente sperimentate, vengono prodotti, in maniera quasi automatica, meccanismi mentali e comportamentali che tendono alla salvaguardia dell’individuo. Ma quando ci troviamo di fronte ad un evento sconosciuto, imparagonabile ad esperienze pregresse, in cui ciò che era funzionale fino a ieri non lo è più, sperimentiamo la terribile sensazione dell’ignoto. L’ignoto genera un senso di angoscia e di paura che si amplifica nella mente e nell’anima, perché ci rimanda un vissuto di mistero e incertezza e la sensazione di perdita del controllo. Situazioni di emergenza, come questa, sovvertono ogni ordine e certezza e lo stato di allarme del nostro sistema cognitivo ed emozionale diventa difficile da gestire, perché sopraffatto dalla paura. La paura è un’emozione funzionale alla sopravvivenza, produce un’attivazione fisiologica immediata dell’organismo per fronteggiare la minaccia, focalizza l’attenzione e il pensiero su di essa, portandoci ad analizzare con cautela rischi e conseguenze, a sviluppare strategie per governare il pericolo. Ma in situazioni di stimolo spropositate è facile che degeneri in panico e angoscia, diventando più facilmente esposta a derive incontrollabili.

Questo virus sconosciuto ci impone procedure di protezione e contenimento del contagio che stanno minando la nostra vita quotidiana attraverso la limitazione delle libertà personali di base, costringendoci ad aumentare le distanze sociali, sottraendo fonti di gratificazione primarie, come vicinanza e contatto, obbligando all’uso di presidi, come guanti e mascherine, che diventano filtro e barriera tra noi e gli altri, con effetti inquietanti e insidiosi sui sentimenti di fiducia e sicurezza. La maggior parte della popolazione ha compreso ed introiettato responsabilmente le regole imposte dall’emergenza sanitaria, accettando di modificare le proprie abitudini e assumere comportamenti mirati alla ricerca di un nuovo, seppur difficile, equilibrio. Una parte ha reagito invece con un senso di rabbia, sfiducia e ribellione, seguendo un pensiero fatalista e ostinandosi a percepire il pericolo distante da sé, assecondando bisogni egoistici e comportandosi in maniera opportunistica e scarsamente responsabile sul piano sociale. Una cosa è certa, che tutti i suggerimenti e le indicazioni comportamentali di prevenzione mirati a ridurre il rischio di contagio, entrando in contrasto con norme e abitudini della nostra vita, comportano gravi costi e conseguenze non soltanto a livello fisico ma anche psichico. Al rischio sanitario si accompagna quello di una traumatizzazione psicologica, sia individuale che sociale, nelle immagini e nei rimandi dell’inconscio collettivo e dell’angoscia generale. L’isolamento prolungato, aggravato dalla frustrazione per la privazione della libertà, la carenza di rifornimenti di beni di prima necessità, la paura della malattia e l’inadeguatezza delle informazioni, genera flessioni depressive dell’umore. Paura e irrazionalità rischiano di prendere il sopravvento, l’impoverimento di stimoli di indebolire le abilità cognitive, l’alterazione dello stato emotivo di interferire con la corretta elaborazione delle informazioni, fino a condurre, nei casi più gravi, ad alterazioni della percezione della realtà.

Gli operatori sanitari sono esposti ad un elevato rischio di contagio, ma nondimeno a disturbi psicologici, più o meno gravi, quali ansia, stress, paura incontrollata di contagiarsi e contagiare amici o colleghi. Turni massacranti e intensa concentrazione di esperienze traumatiche, possono favorire l’insorgenza di un disturbo post-traumatico da stress. Nelle persone ammalate e nei casi sospetti, posti in quarantena nelle strutture sanitarie o presso le abitazioni, i livelli di ansia e stress sono elevati, sia a causa dei sintomi stessi della malattia, sia perché la corsa alla ricerca dei contatti, e la quarantena obbligatoria per amici e parenti, scatena un senso di colpa nei confronti dei propri cari. Ma l’isolamento prolungato può produrre forti disagi anche in chi non combatte direttamente il virus: l’impossibilità di stare vicino ai propri cari, la percezione di solitudine, rabbia e impotenza, possono scatenare sintomi ansioso-depressivi intensi, che rendono ancora più difficile la permanenza a casa, provocando una sensazione di assoluta costrizione e allo stesso tempo la paura di uscire ed esporsi al rischio di contagiare o essere contagiati, fino a compromettere le condizioni psicofisiche dell’individuo, indebolendo il sistema immunitario e favorendo, in un circolo vizioso, l’insorgere della patologia. A questo bisogna aggiungere che i social network e i canali di informazione non aiutano sul versante dell’allarmismo. Stampa, social e media per quanto fondamentali a veicolare informazioni, non sempre garantiscono comunicazioni univoche, chiare e tempestive relative alla diffusione del virus, si prestano talvolta ad un giornalismo allarmistico, amplificando la risonanza delle notizie negative, nel rischio di creare un dannoso bombardamento di informazioni che, mantenendo in uno stato perennemente eccitatorio, il nostro sistema di allerta, alimenta paura e confusione.

Le conseguenze di tutto questo non spariranno tanto facilmente, nemmeno quando l’epidemia sarà superata: i sintomi dello stress post-traumatico possono perdurare a lungo, soprattutto negli operatori sanitari, nelle categorie impegnate in prima linea, e nei soggetti già affetti da disturbi psichiatrici. Si tratta di una situazione in grado di provocare effetti pari a quelli di guerre e attacchi terroristici, o di calamità naturali come terremoti e alluvioni, con ripercussioni a breve, medio e lungo termine.

Le misure di emergenza sanitaria devono dunque essere accompagnate da servizi volti a tutelare benessere psicofisico e salute mentale della popolazione. Se risulta fondamentale introdurre misure restrittive della libertà personale, per arginare la diffusione dell’infezione, lo è altrettanto preoccuparsi di fronteggiare le prevedibili conseguenze.

 

Nunzia Manzo

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