Riapriamo i Centri diurni

Il momento storico che stiamo attraversando è indubbiamente quello più difficile dall’ultimo dopoguerra ad oggi. Tutti siamo in difficoltà! Abbiamo paura. Siamo frastornati e sbigottiti. Ognuno di noi sta affrontando questa battaglia con il cuore pieno di angoscia e la mente intrisa di interrogativi.

Ci sono famiglie però che hanno un peso sulle spalle più grosso rispetto ad altre e sono quelle al cui interno vive una persona disabile. Infatti, questi nuclei familiari che già in periodi di “normalità” hanno maggiore difficoltà a condurre un’esistenza serena, oggi sono veramente messi alla prova. Non parlo da tecnico dei servizi sociali, né da Consigliere  e nemmeno da giornalista, ma per esperienza personale.

In queste settimane mi è capitato sovente di domandarmi: ma se mio padre disabile fosse ancora vivo, come avrei fatto oggi a districarmi tra le mille difficoltà che questo periodo comporta?… Non sono stato in grado di darmi una risposta; in qualche modo me la sarei cavata, ne sono sicuro, tuttavia sono anche certo che questi giorni per me sarebbero stati un vero incubo.

Non ho intenzione di dire cosa si sarebbe potuto fare e non è stato fatto e non voglio nemmeno rischiare di cadere nella retorica di chi, grazie al senno di poi, estrae a posteriori il coniglio dal cilindro, posso dire però cosa andrebbe fatto al più presto: RIAPRIRE I CENTRI DIURNI.

La cosiddetta fase due deve essere assolutamente caratterizzata dalla riapertura dei Centri diurni. Le famiglie più fragili hanno un bisogno disperato di questo servizio che il mondo civile offre. Attenzione però a non farlo in modo approssimativo. La pianificazione va programmata, ponderata e condivisa da tutte le parti interessate (genitori, operatori, istituzioni).

E’ necessario che si facciano test sierologici sia agli ospiti, sia agli operatori e inoltre è fondamentale provvedere alla fornitura per tutte le strutture dei dispositivi di protezione previsti dalla legge. Importante sarebbe anche stabilire un piano di sostegno al disabile in caso il Caregiver si dovesse ammalare di coronavirus.

Il nostro Paese ha dimostrato di avere una capacità di reazione straordinaria.

Abbiamo riportato in Italia cittadini sparsi in tutto il mondo, ci siamo messi a produrre mascherine, camici monouso, gel disinfettante e l’abbiamo fatto partendo dal nulla e in breve tempo; ingegneri hanno trasformato maschere da sub in respiratori, cuochi si sono messi a cucinare per gli ospedali e pizzaioli a fare pizze per i pronto soccorso, abbiamo costruito ospedali in pochi giorni, mentre nel giro di qualche ore siamo stati capaci di trasformare completamente interi reparti secondo le diverse necessità.

Seppur polemici, abbiamo dimostrato di essere bravi, di possedere sani principi morali e grande senso di solidarietà e responsabilità. “Nessuno deve restare indietro” si sente dire ripetutamente dai vertici istituzionali, speriamo solo però che i disabili con le loro famiglie non siano ancora una volta l’eccezione, lasciandole un passo indietro rispetto alle altre categorie sociali.

 

Antimo Pappadia

 

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