La malattia come opportunità sociale ed evoluzionistica

La malattia viene vissuta come un danno che ha, come conseguenze, un’alterazione delle condizioni interne ed esterne di normalità, e la perdita dell’equilibrio funzionale (omeostasi).

Ogni malattia ha una causa (eziologia) e uno sviluppo (patogenesi). Alla base della malattia vi sono fenomeni morbosi, prodotti da agenti patogeni, di fronte ai quali le difese del nostro organismo perdono la capacità di controllare i danni.

La malattia viene generalmente percepita come qualcosa di esterno a sé, e non sempre collegato con ciò che avviene interiormente. In una concezione olistica della vita, in cui corpo, mente, e spirito, sono considerate parti integrate tra loro, la malattia è considerata in stretta relazione con la psiche, e rappresenta una forma di squilibrio dell’intero sistema. In questo senso, il dolore e la malattia possono fungere da campanello d’allarme, per avvertirci che qualcosa non va e deve essere risistemato. Dunque, la malattia contiene un messaggio e riuscire a decifrarlo, è fondamentale sia per individuarne le cause che l’hanno generato, sia per creare un’opportunità e avviarci verso un futuro più consapevole e responsabile.

Come ha riconosciuto espressamente anche dall’OMS, il concetto salute non si riferisce alla sola assenza di malattia: esso implica uno stato di benessere totale, comprende aspetti fisici, psichici e sociali che rendano un essere umano sufficientemente integrato nel suo ambiente naturale e sociale. Perché una persona possa essere considerata in salute è necessario che il suo organismo sia fisiologicamente sano e che stia bene fisicamente, abbia cioè le energie sufficienti a fronteggiare stress e fatica; è fondamentale che sia in condizioni psichiche tali da garantire un buon funzionamento cognitivo, uno stato emotivo equilibrato, una soddisfacente vita di relazione; che viva una consistente dimensione spirituale, in cui sia libero di applicare alla propria vita il sistema di valori e di scelte, nonché il credo religioso, che gli appartengono; che sia inserito in un contesto sociale di appartenenza, in cui possa realizzare una buona integrazione.  Dunque, se è difficile pensare di poter stare bene in scarse condizioni di salute fisica, o con un alterato equilibrio mentale ed emotivo, è altrettanto impensabile che un buono stato di salute possa essere realizzato in condizioni di degrado, deprivazione, oppressione, razzismo. Insomma, in una società malata, non si può stare bene.

Siamo portati a temere la malattia, a considerarla evento di un destino avverso, un nemico di fronte al quale dover combattere. Questo ci fa sentire, in qualche misura, esonerati da eventuali responsabilità inerenti alla sua comparsa ed alla sua cura, e non ci stimola a ricercare le cause profonde di disarmonia, né ciò che può consentire di raggiungere, anche attraverso la malattia, uno stato di reale benessere. Questa concezione di malattia interviene anche sul rapporto medico-paziente, che diventa un’alleanza diretta unicamente a combattere la malattia, ad eliminare i sintomi, trascurando l’aspetto umano e la necessità di comprendere e condividere gli aspetti emozionali profondi. Riconoscere un’unità tra corpo e psiche, far prevalere la nozione di organismo su quella di organo, significa considerare la malattia in senso dinamico, come un’azione di difesa dell’organismo, reattiva e complessivamente benefica. Questo responsabilizza il paziente, nel dover prendere coscienza di segnali di disagio profondo ed impegnarsi a modificare i suoi comportamenti, e trasforma il medico in un alleato, che deve esaminare la malattia in senso dinamico, comprendendone la funzione e rispettando il significato dei sintomi, nella ricerca di nuove vie per ristabilire armonia ed equilibrio. Il processo interattivo che ne deriva, amplifica le risposte alla cura e permette di attivare meccanismi di autoguarigione.

Tutti gli organismi, per mantenere una condizione di salute, devono essere in grado di gestire il complesso e dinamico equilibrio omeostatico, costantemente sottoposto a sollecitazioni da parte di forze avverse interne ed esterne, mediante la capacità di mantenere la stabilità attraverso il cambiamento. Il termine ‘malattia’ deriva da mala-actio, dunque qualcosa indotta da un’azione errata, e la cura deve mirare essenzialmente a correggere l’errore. Questa concezione della malattia impone la necessità di reperire quelli che sono gli effetti secondari da essa prodotti, e di riconoscerne la connotazione positiva per la vita della persona.

Si tratta di un concetto che va esteso anche a fenomeni di malattia che possono riguardare sistemi familiari, gruppi sociali, o intere popolazioni, come nei casi di epidemie e pandemie. In queste ultime, in particolar modo, a prescindere dagli aspetti eziologici delle patologie diffuse, alcuni fenomeni possono rappresentare processi di regolazione naturale, attraverso azioni che tendono a proteggere il macrocosmo a spese del microcosmo, fino ad arrivare a sacrificare vite, per preservare la vita.

 

Nunzia Manzo

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