Dopo la politica

Ho raccontato più volte del mio progressivo allontanamento della politica.

All’inizio ho perso interesse per le attività di partiti e leader, conservandolo invece per le opinioni della gente, anche se spesso mal fondate (“ideologia”).

Poi, anche queste mi sono venute a noia, in quanto eccessivamente contaminate dal mero desiderio di “vincere” sull’avversario, e di “avere ragione”, anche a prescindere dai fatti …

… ovvero difendendo ad occhi chiusi la propria appartenenza. (Che poi è il male supremo della politica, ed è ciò che la rende un’occupazione irrimediabilmente “novecentesca”, quindi estranea ai temi e ai problemi della contemporaneità.)

Tuttavia, se è vero, secondo l’insegnamento di Aristotele, che l’uomo è un animale necessariamente “politico“, dovrà pur esistere una “politica” che prescinda dai partiti, dai leader e anche dall’opinione triviale. Una “metapolitica”, come direbbero i dotti.

La si può ricercare nell’etica, nell’estetica, nella religione, nell’educazione. Ma ognuna di queste “sfere” ha le sue ragioni, e, contemporaneamente, i suoi punti oscuri: l’etica può diventare moralismo, l’estetica dandismo e decadentismo, la religione dogma, l’educazione indottrinamento.

A maggior ragione, l’educazione “civica”.

Dell’educazione mi ha sempre colpito il paradosso estremo, secondo cui le generazioni “anziane” dovrebbero impartire un insegnamento, con parole e (ancor meglio) esempi, alle generazioni “giovani”, ben sapendo, tuttavia, che quest’ultime le seguiranno comunque negli stessi errori.

Il “Non fare come me!”, insomma, non funziona quasi mai, perché molto semplicemente, essendo giovani, una cosa la sanno bene, istintivamente: che il cammino è il loro.

In questo numero de “lintelligente” non solo chioso l’amico Alessandro Porcelluzzi sui temi politici con una poesia, ma similmente chioso me stesso!

La poesia (che è quasi un rap) inizia così: “Hanno diritto i giovani ad essere dei pirla, sono stato maoista, e posso ben dirlo”.

Potete leggerla tutta, se volete, a fine articolo.

Sì, ero un pirla, anzi lo ero doppiamente: sia perché immaginavo il comunismo cinese migliore di quanto effettivamente fosse (era invece una tremenda dittatura), sia perché, conoscendo Marx, avrei dovuto ricordarmi della sua indicazione-previsione: costruire il Socialismo, e poi il Comunismo, in società economicamente sviluppate (e non “feudali” e “contadine”, come la Cina, e la Russia stessa).

Mi viene da chiedere cosa sarebbe successo se un adulto, o un “anziano”, affrontandomi, mi avesse detto: “Ma brutto pirla che non sei altro, come ti viene in mente che l’Italia, o l’Europa, possano ispirarsi alla Cina, per trapiantare qui quel modello? Perché non vai a vivere lì per qualche anno, prima di affermare delle sciocchezze con tanta apparente sicurezza?”.

Già: cosa sarebbe successo? L’avrei considerato un idiota?, un provocatore?, avrei reagito con violenza (verbale, si intende)?

Oppure gli avrei dato ragione?, o avrei quantomeno iniziato una riflessione che avrebbe dato i suoi frutti negli anni successivi? … o anche (la più probabile): me ne sarei ricordato in tempi successivi, una volta che fossi diventato sufficientemente saldo e maturo per poter rivedere le mie idee, senza attaccarmi ad esse come alla coperta di Linus?

L’adulto (o l’ “anziano”) non ci fu … non lo incontrai, né lui mi incontrò … o ci fu, e preferimmo parlare d’altro, essendo probabilmente chiaro che sarebbe stato un dialogo con almeno un sordo.

C’è però un vecchio tarlo dentro me: erano “filocinesi” Sartre e Godard, ed io dovetti confusamente pensare che la loro posizione fosse “giusta”, o quantomeno “plausibile”, a causa della loro autorevolezza.

Insomma: per un pirla che parla a vanvera, esiste talvolta un pirla al quadrato, che gliene fornisce l’opportunità.

Con questo non voglio deresponsabilizzarmi dalle mie sciocchezze giovanili. Questa, per intenderci, fu solamente una delle tante.

Ma in fondo così folklorica da meritare un riesame scherzoso attraverso una poesia!

(Per quanto riguarda l’immagine che accompagna l’articolo, proviene proprio dal film “incriminato” di Godard: https://it.wikipedia.org/wiki/La_cinese .)

 

 

Gianfranco Domizi

        

 

         HANNO DIRITTO I GIOVANI  

 

            Hanno diritto i giovani ad essere dei pirla,

            sono stato maoista, e posso ben dirlo,

            ad essere coglioni, credendosi i più dritti,

            a dire ciò che vogliono, a starsene zitti,

            a promuovere diritti trascurati dagli altri,

            a nuotare da sardine, nel mare degli scaltri

                                                                                        

            Hanno diritto i giovani ad ascoltare i rapper,
            testi improbabili, musica da schiappe,

            è successo un po’ a tutti di avere dei miti,

            quelle musiche toste ci rendevano uniti,

            hanno diritto i giovani a ignorare gli editti,

            ad imparare il blues su una base di Alex Britti.

 

            Non credere ai noiosi moralisti,

            nei testi degli Stones c’eran versetti satanisti,

            non credere ai maniaci dell’etica e del bello,

            un concerto famoso ci fu

            in cui il cantante prese a morsi un pipistrello.

 

 

            Hanno diritto i vecchi a fare i giovani invecchiando,

            si dicono l’un l’altro che il presente sembra fango:

            “Noi sì che ai nostri tempi abbiamo fatto grandi cose,

            noi che in piena notte ascoltavamo i Guns N’ Roses,

            e non c’erano a quei tempi noiosi moralisti,

            a dire cos’è giusto, con dei bei discorsi tristi.                                                    

 

            Hanno diritto i giovani a coprirsi le orecchie,

            vecchie volpi noi siamo, quando c’è da indottrinare,

            io non conobbi il Diavolo, non parlo mai con Cristo,

            ma ho visto Che Guevara in Parlamento al Gruppo Misto,

            sappiate che a Woodstock si gridava “No Rain!”,

            oggi ingoiano tutto, pur di avere dei fan.

 

            Negli Anni Settanta siamo stati di passaggio,

            abbiamo perso da stupidi il calore di quel Maggio

            e se oggi conviviamo con cattivi ricordi,                                                     

            hanno diritto i giovani, si,

            di voler vivere da vivi e non da morti.

 

(-HANNO DIRITTO I GIOVANI- Opera di Gianfranco Domizi)

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Antimo Pappadia Direttore responsabile.

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