Un’ipotesi sul Paziente Zero

La SARS-CoV-2 meglio conosciuta come CORONAVIRUS, è l’argomento in assoluto che in questi giorni viene più discusso sui media (e non solo). Medici, psicologi, imprenditori, economisti, virologi,  giornalisti e tuttologi, si scontrano in diretta su tutti i canli televisivi a colpi di argomentazioni e ragioni non sempre razionali e qualche volta, mi dispiace riconoscerlo, perfino contraddittorie. Nonostante si parli del CORONAVIRUS  fin troppo, in pochi hanno però dato un valido contributo nel cercare il bandolo della matassa e cioè il soggetto che ha dato origine ai vari focolai contagiosi nel Nord Italia.  IL PAZIENTE ZERO.

A tale proposito Marzia Schienetti e Gianfranco Domizi hanno abbozzato (facendo però riferimento a dati oggettivi e verificando personalmente gli eventi), il “potenziale” percorso che avrebbe potuto fare appunto il paziente zero.

Trattasi di una teoria che potrebbe essere smentita in qualunque momento, ma che a nostro avviso potrebbe anche rappresentare un valido spunto di riflessione per gli addetti ai lavori e non solo…

Antimo Pappadia

 

* * *

 

Ha ragione il Direttore, si tratta di un’ipotesi fantasiosa, ne abbiamo immediatamente convenuto …

ma comunque ben sorretta dai fatti, e dalla logica dei fatti.

Secondo noi, i primi diffusori di contagio in Italia sarebbero i due cinesi anziani ricoverati a Roma, che durante i loro viaggi nel Nord Italia (Malpensa, Verona, Parma) avrebbero infettato un tuttora sconosciuto paziente 1.

E fin qui non solo non abbiamo comprovato nulla, ma abbiamo descritto una dinamica quasi banale.

Il passo successivo ci sembra più che logico, tuttavia ci risulta inesplorato, almeno per adesso: il paziente 1 diffonde il virus nel Pronto Soccorso di Codogno, al quale arriva per tutt’altro motivo, ovvero perché ERA SUL FRECCIAROSSA DERAGLIATO A LODI.

(Stiamo ovviamente parlando di un “untore” totalmente inconsapevole.)

 

Quindi, in sequenza:

1)   Il 23 gennaio la coppia di cinesi, rivelatasi successivamente positiva, a Roma, dopo aver lasciato il resto della comitiva, comincia a viaggiare per il Nord Italia, infettando il paziente 1;

2)   costui, accusando vaghi sintomi, e ritenendo comunque più importanti quelli dermatologici, va a farsi visitare, nei primi giorni di Febbraio, dal medico milanese, che risulterà positivo due settimane dopo;

3)   il paziente 1 si trova il 6 Febbraio sul Frecciarossa che deraglia a Lodi, e nel Pronto Soccorso di Codogno ha modo di diffondere il virus, non solo a Codogno stessa, ma anche a Pavia e Piacenza, attraverso il contatto con altri pazienti successivamente portati negli altri due ospedali;

4)   il “famoso” 38enne arriva al Pronto Soccorso di Codogno per due volte a metà mese con i sintomi del virus, ma dopo essersi peraltro infettato anche lui il 6 febbraio, per esempio al bar della Stazione, attraverso un qualsiasi ricoverato che fosse in attesa di ritornare a Milano, essendo oramai impossibile proseguire il viaggio intrapreso.

Le date coincidono con i tempi di incubazione.

 

Fin qui le ipotesi.

Sta di fatto (verificato personalmente) che il treno del 14 Febbraio delle 15,50, diretto da Bologna a Milano, non va direttamente al capolinea, ma, a causa dei problemi successivi al deragliamento, si ferma … a Codogno; da qui, i passeggeri vengono tradotti su un bus sostitutivo.

Non ho assistito a questa operazione (mi fermavo a Reggio Emilia), ma questo sovraccarico di contatti e relazioni si sarà verificato per numerosi treni in numerosi giorni. Per esempio, oggi, 24 Febbraio, stessa tratta, stesso avviso, ma con bus sostitutivo da Piacenza (non più Codogno) a Lodi.

Non so quantificare il fenomeno, ma si è evidentemente ripetuto per diverse volte: svariati scali in zone “sospette”, già provate dagli eventi, con possibilità di ulteriori contagi.

 

 

Gianfranco Domizi e Marzia Schenetti

 

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