Un’improbabile intervista alla forchetta

E’ una serata strana.  sono seduto al ristorante, solo, la tavola è bene apparecchiata, la luce è soffusa e una musica accompagna la pioggia che fuori scroscia. Il cameriere si fa attendere ed io dopo una giornata di quelle da dimenticare, mi guardo intorno mentre lo aspetto.

Poggio le mani in modo distratto sulla tovaglia in cerca del tovagliolo, quando la forchetta girando le punte dei rebbi, mi rivolge la parola.

Ormai lo sapete, le cose mi parlano ed io non mi meraviglio più.

–              Hai fame? – mi chiede

–              Non più di tanto, ma non mangio nulla da stamattina e forse, mi farebbe bene anche al morale, che stasera non è tra i più alti. Ho dovuto convincere alcuni clienti ad usare un nuovo attrezzo prodotto dalla mia fabbrica senza molto successo.

–              Sai che è capitato anche a me?

–              A te cosa?

–              Che dopo essere stata inventata, forse, dai bizantini, nel quarto secolo dopo Cristo, sono stata utilizzata per un certo periodo anche dai romani, per poi essere abbandonata del tutto.

–              Perchè? Mi sembra impossibile pensare ad un tempo senza di te.

–              Eppure è così, dicevano che i ditali d’argento per non far scottare i polpastrelli delle dita erano l’unica cosa permessa sulla tavola, oltre alle dita stesse, naturalmente. Dicevano che ero pressoché inutile, e chi mi usava era un esibizionista, tanto è vero che mi pare che ancora oggi si dica “parlare in punta di forchetta”, quando una persona fa sfoggio di un linguaggio eccessivamente forbito.

–              E quando hai avuto dignità sulla tavola?

–              Oh! Ce ne è voluto del tempo! Dobbiamo arrivare all’undicesimo secolo, a Venezia, precisamente quando il doge Orseolo II, si unisce in matrimonio con Teodora.

Teodora era una principessa bizantina che in dote aveva portato bauli di stoffe, vasellami e monili e una piccola forchettina d’oro con due rebbi, per non rinunciare alle belle abitudini della sua casa natale. La prima donna che ha avuto il coraggio di propormi e di affrontare lo scandalo di avermi usato in pubblico per portare il cibo alla bocca.

–              Scandalo?

–              Sì, tutti gridarono alla scandalo e San Pier Damiani scrisse su di lei cose terribili quando questa poverina si ammalò, decretò che ciò era avvenuto per il pericoloso uso della forchetta… (sic!) che la metteva in contatto con chissà quali potenze infernali, se non demoniache addirittura, avendo quelle punte che i malpensanti paragonavano al tridente di Satana.

–              E poi?

–              La mia storia è lunga e travagliata, ignorata per secoli sono stata comunque usata di nascosto. In Francia, nonostante Caterina de Medici mi avesse portato alla corte del re, sposando Enrico di Valois, faticai a farmi strada; in Inghilterra, fino al seicento, rimasi sconosciuta; in Italia servivo, non ridere, per distinguere i Guelfi e i Ghibellini secondo la posizione che davano alle posate sulla tavola ed il mio posto era sempre seminascosto.

–              Eppure eri così utile!

–              Sì, se ne accorsero in tanti, ma fu il popolo dei mercanti, dei commercianti ad usarmi, i nobili lo ritenevano non elegante. Poi, a Firenze, quella che doveva essere una grande svolta nel 1483. Fu quando Sandro Botticelli mi dipinse in una grande tela che raffigurava un banchetto di nozze nel terzo episodio delle Nozze di Nastagio degli Onesti – ( oggi al Museo del Prado – Madrid )- e invece non successe nulla…

–              Nulla? Hai detto che ti usavano, se pure di nascosto!

–              Sì ma avere la dignità dell’essere senza doversi nascondere è un’altra vita!

Solo alla fine del seicento venni accettata sulle tavole dei popoli europei praticamente da tutti: nobili, borghesi e dal popolino. Ma nei monasteri e nei conventi il mio uso fu ancora proibito fino al 1700. Pensa che recrudescenze sull’ostilità che mi ha accompagnato, le troviamo ancora nel 1821, quando Silvio Pellico fu rinchiuso nello Spielberg, a cui gli fui negata.

–              Però ti sei presa una bella rivincita. Sei in molti aforismi e modi di dire. Ad esempio:

Essere una buona forchetta ovvero essere dei mangiatori.

In musica indichi una particolare posizione delle dita sugli strumenti.

Essere in punta di forchetta come hai detto prima, è essere una persona affettata.

In statistica indichi l’oscillazione tra il minimo e il massimo.

Se al ristorante inseriscono il coltello tra i rebbi, vuol dire che il pranzo non è stato gradito.

Se poi sogni la forchetta basta aprire il libro della Smorfia napoletana per accorgersi di innumerevoli significati.

–              Grazie! Mi consoli, anzi a proposito di napoletani, devo ricordarti una cosa fondamentale, il mio orgoglio: E’ stato a Napoli che ho assunto ogni dignità. Il ciambellano di Ferdinando IV di Borbone, avrebbe portato i miei rebbi, inizialmente due e poi tre, al numero di quattro, per rendere più facile avvolgere i vermicelli e gli spaghetti per portarli alla bocca. Come vedi, non sconfortarti. Ogni innovazione porta con sé diffidenza e sfiducia, ma tempo al tempo, se ciò che proponi è veramente utile, riuscirai nell’intento di diffonderlo. Adesso devo lasciarti, il cameriere sta arrivando.

La forchetta si è nuovamente rigirata verso il piatto, la prendo tra le mani e con gioia la immergo nel mio piatto di spaghetti. La storia non è tutta qui, ma a noi basta per essere buoni amici.

Nadia Farina

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