Chi se ne frega della musica

E il giorno esatto, 26 Gennaio, in cui veniva debellato, almeno per qualche settimana, l’infame Salvini, nemico pubblico numero 1, ne veniva individuato un altro: la musica giovanile attuale per eccellenza, il RAP e la TRAP, complice la partecipazione a Sanremo di Junior Cally, che molti non vorrebbero. Addirittura con raccolta di firme!

E questa sciocchezza sta riscuotendo un ampio consenso “politico”. Del resto, trova daccordissimo, nonostante le apparenze, i “censori di Sinistra” (contro la violenza sulle donne) e i “censori di Destra (contro l’attacco ai valori tradizionali).

“Piatto ricco, mi ci ficco”. Ecco un frammento della trasmissione di Giletti, con l’involontario sodale di Junior Cally, Skioffi (da “Amici”), costretto a rinnegare la sua produzione precedente, e ad esibirsi in canzoni “omologate” e “carine”.

Ma che bravo ragazzo!

https://www.youtube.com/watch?v=nUQRasph_gI .

Cantava paradossalmente Caparezza: “Chi se ne frega della musica”.

Ma “Chi se ne frega della politica”, no? (Mi riferisco ovviamente ai politici di professione.)

https://www.youtube.com/watch?v=51JyRMtWc5k

La società vive di “nemici”, e quella attuale, rifuggendo la guerra, li ha costantemente sotto pelle. Stavolta tocca a loro. Ma ha un senso tutto ciò?

Cominciamo dalle basi: la tesi per cui Arte e Comunicazione (i cui reciproci confini non esistono più da 60 anni) spingerebbero all’emulazione è sostanzialmente priva di fondamento.

Nessuno è diventato un assassino a causa de Lo Straniero di Camus (1942 il libro, 1967 il film), che, lo ammetto, trattandosi di un libro, circolava già in partenza nelle mani giuste, ma neanche a causa di Arancia Meccanica (libro, 1962; e film, STRAVISTO, del 1972); e nessuno è diventato cannibale a causa de Il Silenzio degli Innocenti (libro, 1988; e film, anch’esso STRAVISTO, 1971).

E anche in presenza di prodotti cinematografici più grossolani, come la saga del Giustiziere della Notte (cinque film dal 1974 al 1994), con Charles Bronson, nessuno la collegherebbe con le odierne sparatorie nei Campus americani.

Esiste invece una correlazione inversa, nota già dai tempi di Aristotele, che parlava, nella sua Poetica, di Catarsi come meccanismo tipico della tragedia greca: la violenza rappresentata ci purifica (“catarsi”) dall’angoscia che deriva da possibili eventi violenti all’interno della nostra vita

Ma è una teoria scomoda, perché occorre un minimo di cultura per conoscerla, e soprattutto fa a pugni con il meccanismo mentale tipico dei nostri giorni: “Violenti” (“odiatori”, “ignoranti”, “ipocriti”, “stupidi”, “strumentalizzatori”) sono sempre gli altri, mentre per Aristotele, invece, la violenza ci circonda, al punto che ognuno di noi potrebbe ritrovarsi tragicamente immerso dentro di essa.

Parimenti basilare è l’idea che Arte e Comunicazione dovrebbero essere valutate per la forma: ciò che viene “creato”, o “costruito”, suscita in noi emozioni tali da promuovere un’emozione, fosse anche di disgusto? Ben venga!

Ma è proprio qui che si apre il problema: la generazione che sta gridando allo scandalo è proprio quella che ha lasciato i giovani impreparati al compito di passare dall’emozione alla decodifica. E visto che non è stata in grado di indicare e far apprezzare gli strumenti, vuole vietare!

I giovani oggi armeggiano con le infinite possibilità dell’elettronica per creare musica (forse con troppa facilità: vedi oltre), su cui far girare i propri testi. I giovani della generazione di Red Ronnie (tanto per fare un nome) armeggiavano … con le armi. Non dimentichiamolo. E quindi, ben venga la musica, Semmai …

… semmai … si dovrebbe aprire un dibattito “estetico”, non “immediatamente politico”, e comunque “non-censorio” sul fatto che proprio quelle possibilità “facili” derivanti dall’elettronica finiscano per generare musiche tutte reciprocamente assai simili, nonché parimenti similari a quelle degli anni precedenti.

Non c’è evoluzione.

Su una musica banale e ripetitiva (loop, sequencer, campionamenti, vocoder evolutisi in ancor più invadenti autotuner), dovrai mettere forzatamente, per uscire dall’affollamento, testi “esagerati”.

Incitano alla violenza? Secondo me la rappresentano (in prima persona è più espressiva: ha perfettamente ragione Skioffi!). NOI sessanta-settantenni ci ostiniamo a ritenerci in grado di capire, già all’epoca, Arancia Meccanica, mentre LORO, i ventenni-trentenni di oggi, non sarebbero in grado di capire il Rap e la Trap. Mah!

 

Certo, se uno di quei ragazzi finisce per emergere, viene tirato da una parte da Sanremo, o Amici, perché “il caso” comunque fa audience; da un’altra dai produttori e dai discografici, che vogliono cavalcare il successo; da un’altra ancora, da giornalisti, critici e politici (femministe incluse) che celebrano se stessi attraverso l’indignazione continua; e infine dai coetanei, che vorrebbero non la qualità, bensì il “fenomeno”.

Tirati da ben quattro parti (senza considerare il confronto con musiche del passato, dal Rock al Reggae, diventate “mito”, non sempre meritatamente), questi poveri ragazzi finiscono per fare una figura imbarazzante.

 

Lo confesso: ho dovuto cambiare canale. Ma forse è un problema mio: chiedere “autocritiche obbligatorie” alle persone, al fine di riammetterle in un consesso, mi ricorda lo stalinismo. Che è dentro la mia generazione, e fa danni proprio perché non ce ne accorgiamo più. Si chiama, come ho scritto tante volte (è un po’ il mio “cavallo di battaglia”), IDEOLOGIA.

A me, vedere Skioffi obbligato a rinnegare la sua produzione precedente, e a “fare il bravo ragazzo” per Giletti e per Red Ronnie, ha fatto proprio una gran pena.

 

 Gianfranco Domizi

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