L’onesto non è fesso e il disonesto è solo un ignorante funzionale

La parola onestà, oggi, va molto di moda! Trattasi di un termine che ultimamente sentiamo ripetere ovunque: nei talk show, nei dibattiti politici, nelle manifestazioni di piazza e non di meno nei bar. Ma quando sentiamo parlare di onestà, a quale qualità sociale facciamo riferimento?

Nel corso dei secoli, la filosofia si è dedicata molto poco a questa importante virtù umana e, se escludiamo “De officiis” di Cicerone (l’opera morale più letta e discussa nell’antichità) e qualche riflessione Kantiana (si ricordi la famosa massima: L’onestà è la miglior politica), su questo tema non c’è molto altro su cui poter studiare e meditare.

L’onestà, secondo la popolare Wikipedia, indica “la qualità umana di agire e comunicare in maniera sincera, leale, e in base a princìpi morali ritenuti universalmente validi, evitando di compiere azioni riprovevoli nei confronti del prossimo“.

Per poter bene comprendere il significato di questa parola però, è indispensabile fare alcune riflessioni.

Individualmente, essere onesti non è particolarmente difficile.

Basta osservare due dei Dieci Comandamenti dalla Bibbia, e cioè: Non rubare e Non deporre falsa testimonianza e il gioco è fatto. Talvolta è possibile essere onesti perfino quando non si possiedono particolari virtù morali e/o etiche. Infatti, non di rado, può essere sufficiente aver paura delle potenziali conseguenze (legali, sociali o lavorative), per non cadere in tentazione ed evitare di rubare, testimoniare il falso, non pagare le tasse ed essere fedeli ai propri giuramenti.

Le cose però si complicano nel momento in cui il proprio senso di onestà entra in contrapposizione (almeno nell’immediato), con gli interessi propri o di un gruppo di cui si fa parte. Già quando la scelta di rimanere onesti coincide con la perdita di un’opportunità, la tentazione di trasgredire diviene forte, figuriamoci quanto possa diventare difficile restare integerrimi nel momento in cui tale scelta comporta addirittura un peggioramento delle proprie condizioni economiche, sociali e professionali. Mi vengono in mente tutti quegli impiegati della pubblica amministrazione che sono finiti sotto inchiesta perché pur sentendosi moralmente turbati, hanno compiuto azioni scorrette e/o truffaldine solo per la paura di non fare carriera o per timore di perdere il loro posto di lavoro.

Certo, il mondo non sarà mai perfetto. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che, nonostante il nostro impegno, alcuni meccanismi non potranno mai diventare perfettamente congrui, che le ingiustizie ci sono e ci saranno sempre e che la cattiveria continuerà a contaminare la vita, non solo nel presente, ma anche in futuro.

Tuttavia, oltre certi limiti non si può più far finta di nulla, se si è persuasi di essere persone oneste. Se siamo convinti di questa scelta, non possiamo vedere bambini strappati dalle braccia dei propri genitori e consegnati ai servizi sociali senza una motivazione plausibile e far finta di niente per timore di perdere un lavoro. Non è assolutamente accettabile sentirsi persone oneste ed essere al corrente che ci sono operatori sociali che usano violenza verbale e fisica nei confronti delle categorie più fragili, e girare la testa dall’altra parte. Non è per nulla concepibile continuare a restare seduti accanto a quei politici che si arricchiscono sulle tragedie sociali e tacere per la sola paura di perdere una poltrona. Se si desidera continuare a considerarsi cittadini integri non possiamo “distrarci” di fronte alle ingiustizie. No, non è proprio possibile!

A tutto c’è un limite, oltre il quale non possiamo più considerarci persone perbene, ma dei disonesti, e per giunta anche ipocriti.

L’onestà non è qualcosa che può essere misurata con la pena o con le conseguenze che possono sopraggiungere in seguito alla mancata osservanza di alcune norme, ma è direttamente collegata a un concetto di etica empatica. Già, proprio così: etica empatica.

L’onestà è quel modello comportamentale secondo cui noi dovremmo permettere al nostro prossimo di fare e di dire agli altri solo quelle cose che consentiremmo di dire e di fare a noi stessi. Se si rispetta tale principio, allora sì che siamo onesti.

Detto questo, sfatiamo un altro mito, e cioè quello che “chi è onesto è fesso“! Questo pensiero è un pregiudizio, anzi, direi una vera e propria superstizione. Essere onesti, conviene.

L’onestà è una virtù che, se viene valutata a lunghi cicli, ci arricchisce, ci rende liberi, e anche più contenti.

Più si è onesti e più si è liberi, in quanto non si resta invischiati in dinamiche di compromesso che vanno a circoscrivere la nostra indipendenza. Anche se essere disonesti nell’immediato sembra conveniente, nella maggioranza dei casi i vantaggi sono solo a breve tempo.

Provate ad osservare a medio e lungo termine la vita che conducono tutte quelle persone che hanno fondato la propria esistenza sulla scorrettezza. Giuridicamente parlando, sarà plausibile osservarli alle prese tra avvocati e tribunali. Dal punto di vista umano, nelle migliori delle ipotesi, saranno sole, senza né la stima né l’affetto di nessuno e probabilmente dovranno sopportare anche il biasimo della collettività.

Ma allora, se la disonestà non paga, per quale motivo moltissime persone continuano a scegliere lo stesso la disonestà? Semplice, perché sono analfabeti emozionali.

L’analfabeta emozionale non ha la capacità cognitiva di valutare concetti complessi e articolati a medio e lungo termine e si lascia sedurre dal vantaggio apparente o immediato: così facendo, nella maggioranza dei casi, non fa altro che firmare la propria infelicità futura, proprio come fece Pinocchio quando fu persuaso a recarsi nel Paese dei Balocchi.

Anche se oggi si parla spesso di onestà, credo che questo resti un concetto che viene ancora troppo spesso sottovalutato e frainteso. Non a caso spero che questo breve articolo possa rivelarsi un valido spunto per opportune considerazioni.

Ho cominciato il pezzo citando Cicerone e pertanto credo che la cosa migliore sia quella di lasciarvi con un Suo motto, che a mio avviso ritengo non solo perfettamente compatibile con quanto detto fino ad ora, ma penso sia anche congeniale per giungere alla logica deduzione che essere onesti non significa essere fessi, mentre essere disonesti vuol dire anche essere degli ignoranti funzionali:

“IL VERO UTILE COINCIDE CON L’ONESTO”.

 

Antimo Pappadia

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Antimo Pappadia Direttore responsabile.

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