La Brexit come punizione elettorale

Le elezioni in Gran Bretagna hanno consegnato una vittoria schiacciante a Boris Johnson. Poiché la sua campagna era quasi integralmente fondata sul portare a compimento la Brexit, il messaggio che proviene dagli elettori del Regno Unito non può che essere questo. Diversamente da ciò che quasi tutti i media, inglese ed europei, hanno tentato di far credere, il candidato che ha puntato tutte le carte sulla definitiva uscita dalla Unione europea è stato premiato dagli elettori.

È molto curioso che, per reagire a questo che è un dato di fatto di estrema evidenza, alcuni commentatori (ovviamente critici nei confronti della Brexit) stiano tentando di sminuire il messaggio. Più o meno il loro argomento suona così: il sistema elettorale non restituisce una immagine corretta degli orientamenti degli elettori; sommando i candidati anti Brexit si ottiene una maggioranza relativa. Che l’uninominale secco (vince chi prende un solo voto in più in ciascun collegio) contenga elementi di semplificazione estrema rispetto alla gamma di opinioni e preferenze non è un mistero. È invece bizzarro che questa osservazione sia sollevata solo ora, in presenza di una vittoria clamorosa di uno dei protagonisti della campagna per la Brexit: se avesse premiato un candidato pro Remain, la stortura sarebbe stata “sana”? Di più e ancora: chi può garantire che con un diverso sistema elettorale le campagne dei candidati e soprattutto l’orientamento degli elettori sarebbe stato lo stesso? Il metodo, la forma determinano sempre il contenuto, anche in politica.

Oltre alla vittoria di Johnson ciò che sta facendo discutere i commentatori, soprattutto nostrani, è la sconfitta di Corbyn. Il programma di Corbyn era infatti nelle proposte di politica industriale, del lavoro e sociale, una assoluta novità se si guarda agli ultimi due-tre decenni. Molto radicale, robustamente socialista: un totale ribaltamento rispetto alla Terza via certamente (che proprio in Gran Bretagna ha avuto il suo luogo di nascita), ma anche una positiva anomalia rispetto ai programmi dei partiti della famiglia socialista del Continente. Secondo i liberisti (o presunti tali) di centrosinistra, Corbyn è stato sconfitto proprio perché il suo programma era radicale. Eppure sembra più calzante sostenere il contrario: Corbyn è stato sconfitto nonostante il suo programma fosse radicale.

Perché, così pare dalle prime rilevazioni, il Labour perde consensi proprio nei quartieri e nei collegi operai, le sue tradizionali roccaforti. È dunque difficile immaginare che gli elettori in fuga, se così caratterizzati a livello sociale, siano scappati perché il Labour è diventato estremista. Al contrario è ragionevole ipotizzare, sia di nuovo perché si tratta di voto popolare, sia perché questo è stato il centro della campagna elettorale, che Corbyn e il Labour siano stati puniti dal voto operaio per l’incertezza sulla questione Brexit. L’ala destra del partito (quella degli eredi di Blair) e la componente giovanile (Momentum e dintorni), per ragioni differenti, e pur essendo distantissime sui temi economici, sociali e del lavoro, erano per il Remain. E hanno spinto il leader a oscillare, tentennare sul tema. Insomma per salvare l’unità del partito, Corbyn ha di fatto castrato il proprio consenso popolare.

Giudicare la Gran Bretagna con il metro dell’Italia è evidentemente una falsa analogia. Nel caso della GB parliamo di una economia completamente riconvertita ai servizi, con ottime performance, da tempo fuori dalla crisi. Un Paese che è stato un impero e dell’impero conserva ancora canali privilegiati, relazioni diplomatiche preferenziali. Senza dimenticare l’asse, il filo diretto con gli USA. Un Paese che nella UE ha agito sempre con prudenza e diffidenza (con un numero impressionante di opting-out) e che non ha mai immaginato di aderire alla moneta unica.

Un dato però di sistema sembra si possa trarre come lezione dalle elezioni inglesi. Gli strati popolari, i lavoratori manuali e il ceto medio impoverito, avvertono sempre di più la sovranità nazionale come unico ombrello sotto cui ripararsi. E dunque al contrario l’Unione europea come una gabbia di regole e indirizzi in cui persino la dialettica tra conservatori e progressisti, tra liberali e socialisti, perde di qualsiasi rilevanza. O si dà risposta a questa richiesta o, qualunque sia la proposta in ogni altro campo, si viene puniti elettoralmente.

 

Alessandro Porcelluzzi

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Antimo Pappadia Direttore responsabile.

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