Ogni donna conosce il suo albero

Quando vengo da te

Voglio aprire le mie ali

Tessute con pietre nere

In una città desolata

Vorrei posarmi sui rami di un albero

E vorrei urlare con pena.

Ogni donna conosce il suo albero.

Quella notte ho volato

Sulla città che fa paura persino all’oscurità.

Sono passata.

Un’anima senza ombra è sola.

Ho urlato

 

Voglio aprire questo mio articolo su Zehra Dogan, attivista e giornalista curda, reclusa nelle carceri turche dal 2016 al 2019, oggi esule a Londra, con la poesia di Bejan Matur, scrittrice e poetessa curda di Maras, nel sud est della Turchia, che , come la Dogan, ha sofferto per la detenzione nelle carceri turche in cui è rimasta per 12 mesi dal 1988 al 1989.

Ma la similitudine tra queste due donne non sta tanto nella loro dolorosa esperienza, quanto nel riuscire a fare della detenzione un punto di forza.

Così si espresse la Matur:

“Ero stata tenuta nel buio totale, sola. Un luogo senza tempo. Fuori mio padre contava i giorni. E’ stato nell’oscurità della cella che sono cominciati gli interrogatori. Il tuo mondo viene tirato fuori nell’oscurità pura e totale. E quando gli interrogatori sono finiti, ho pensato: non posso sentire il passare del tempo qui e devo trovare un modo per avvertire la mia esistenza. Così ho iniziato a scrivere poesie nella mia testa. Per riportare alla vita una esistenza che loro volevano cancellare. I miei testi parlano della ricostruzione di una esistenza distrutta”

 

Così si è espressa la Dogan circa trenta anni più tardi in una lettera scritta alla sua amica Naz Oke:

“Ti prometto che in prigione terrò il morale alto. Troverò nuovi mezzi, nuove idee per resistere. Perché le prigioni sono anche luoghi di resistenza. Continuerò a creare. Ti manderò tantissimi disegni e dipinti .

La mia incarcerazione non sarà un tempo morto, non saranno mesi, anni persi per niente. E poi continuerò a imparare. Perché in prigione si impara tutti i giorni. E vedrai, il mio rilascio sarà magnifico !”

 

Ma ora vorrei focalizzare la mia narrazione su Zehra Dogan.

Conoscevo a grandi linee la sua storia politica e artistica, il suo impegno nell’ agenzia di stampa femminista JINHA. Per aver fatto conoscere la storia delle donne Yazide, una minoranza nel nord dell’Iraq, violentate e ridotte in schiavitù dal Califfato, aveva ricevuto nel 2015 il premio Metin Goktepe. Dopo il fallito golpe contro Erdogan del 2016 i diritti umani e la libertà di espressione in Turchia hanno subito un duro colpo ai danni soprattutto delle minoranze.

Zehra Dogan è stata messa in carcere per aver pubblicato su Twitter una foto presa dall’account delle polizie speciali che ritraeva le rovine della città di Nusaybin con commenti vittoriosi e su cui lei aveva disegnato carri armati come scarabei, simboli offensivi per la cultura medio orientale. Da qui l’accusa di propaganda terroristica.

 Ho ricevuto una condanna di 2 anni e 10 mesi solo perché ho dipinto bandiere turche su edifici distrutti”, si è difesa la giornalista su Twitter, “ma è stato il governo a causare tutto ciò. Io l’ho solo dipinto”. 

Dopo questo drammatico episodio, avevo visto l’immagine dell’opera muraria sul Bowery Wall di Manhattan, che Banksy, uno dei maggiori esponenti della Street Art, nel 2018, le ha dedicato, ritraendola dietro le sbarre con una matita in mano. Seppure colpita da tutto ciò, non ero riuscita a penetrare la sua anima prima di aver visto dal vivo le sue opere.

L’occasione mi si è presentata il 17 novembre con la visita alla mostra dal titolo “Avremo anche giorni migliori” nell’auditorium di Santa Giulia a Brescia, allestita in occasione del Festival della Pace.

Tre sale dove sono esposte sessanta opere, quasi tutte fatte in carcere.

Il titolo è un omaggio al poeta turco Nâzım Hikmet Ran (1902-1963) con cui Zehra condivide la carcerazione per fini politici, ma soprattutto la resistenza culturale in prigione, e di cui sono riportati sui muri del museo alcuni frammenti poetici.

Le sessanta opere, quasi tutte fatte in carcere, sono esposte in tre sale.

La prima sala è quella delle macchie, astratte e inquietanti. In questa sezione sono presenti anche disegni e dipinti realizzati con il mestruo, che da un lato rimanda al sangue versato ai confini turchi, dall’altra era uno dei pochi mezzi di cui Zehra disponeva in carcere per qualche giorno al mese.

Nelle due sale successive disegni di corpi femminili sensuali ma a volte inquietanti perché spesso i dipinti rappresentano gli incubi delle compagne detenute.

Bellissimo quello che raffigura una donna dalla cui testa esce la mano di Fatima. Simbolo della cultura popolare ma soprattutto la rappresentazione dell’occhio vigile del giornalista.

Nell’ ultima sezione, oltre ai numerosi simboli – soprattutto animaleschi – anche episodi dallo sfondo sociale e politico

Giro per le stanze catturata dalla fascinazione che le opere emanano.

Penso a Zehra e a come ha messo a frutto la sua abilità acquisita all’università di Dicle dove si è diplomata in Arte e Design. Alla sua stupefacente abilità di utilizzare materiali di fortuna: matita nera, succo di melograno, vernice procurata clandestinamente, cenere, federe già ricamate, carta da lettera, penna a sfera, tè su asciugamano, curcuma, caffè, succo di prezzemolo su giornale,  cavolo nero, pezzi di camicia, carta di sigaretta, sangue mestruale.

Penso alla forza dei materiali, delle mani operose, dei gesti. Al pensiero libero e indomito che nonostante tutto aleggia a dispetto di ogni sua negazione, di ogni volontà di oscurarlo. Di ogni violenza.

Rivedo la mostra dopo qualche giorno per respirarne ancora la straordinarietà.

Corro a conoscere la stessa Artista ospite in Loggia, nella sala vanvitelliana.

Non è solo curiosità la mia, è soprattutto voglia di accarezzarla con lo sguardo. Di sentire il timbro della sua voce. E’ piccola, un viso rotondo come una luna, occhi bellissimi e capelli neri. Parla nella sua lingua e la sua voce ha un timbro forte, profondo. Quasi non sembra appartenerle. E’ seria, composta. Talvolta sorride. Ringrazia per l’allestimento della mostra. Ma io penso che il suo pensiero vada alla sua prima fatta in carcere quando le opere sono state appese a fili con mollette di bucato.

E’ meravigliosa.

Voglio terminare questo mio articolo con uno stralcio di una sua lettera datata 1 agosto 2016 a cui farà seguito la poesia di Nazim Hikmet da lei stessa citata. Da ambedue si evince l’amore per la vita nonostante tutto.

“Oggi sono uscita per la prima volta al sole. Adesso capisco meglio il verso di Nazim. “ Per la prima volta mi hanno portato al sole oggi”. Il sole, il cielo sono indispensabili alla vita. A noi vengono concessi meno di due o tre volte al mese e per un’ora. Mi sono persa nell’azzurro infinito del cielo. Sono salita su una nuvola per correre verso il mare” ( Zeha Dogan)

 

Oggi è domenica.

Per la prima volta mi hanno portato al sole oggi.
E per la prima volta nella vita,
sono rimasto immobile
sorpreso di quanto il cielo sia lontano,
e blu
e immenso.
Poi mi sono seduto sulla terra con rispetto,
la schiena contro il muro.
Adesso niente scherzi,
nè lotta e libertà, niente donne.
La terra, il sole ed io.
Sono un uomo felice.         ( Nazim Hikmet)

 

 

Anna Bruna Gigliotti

 

 

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