Uguaglianza

Continua la collaborazione con Alessandro Porcelluzzi, che anche stavolta affronta un vero e proprio “classico” … per meglio dire, il “classico” della Sinistra, il concetto di “Uguaglianza”.

Tale collaborazione diventerà organica nel 2020, quando Alessandro si intesterà, prevalentemente o totalmente, Pòlis, ed io lo chioserò in poesia! Grandi novità, pertanto, ed anche sufficientemente bizzarre, per il lettore de “lintelligente”!

 

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Nel 1994 Norberto Bobbio pubblicava un agile libretto, “Destra e Sinistra” (Donzelli). Secondo Bobbio la linea di divisione tra destra e sinistra è costituita dal rapporto con la categoria della uguaglianza. Allora provò a rispondergli, tra gli altri, Marcello Veneziani.

Oltre vent’anni prima John Rawls dava alle stampe “A Theory of Justice”, un testo che cambiò la storia della filosofia politica americana. Rawls, che immaginava se stesso e la propria opera come crocevia tra socialismo, liberalismo e democrazia, proponeva un modello di giustizia distributiva fondato sul velo di ignoranza.

Per spiegarlo in modo semplice: ognuno di noi dovrebbe immaginare di dover decidere del modo in cui ripartire risorse (economiche e di opportunità), servizi e premi, facendo astrazione dalla propria personale condizione.

Dietro il velo di ignoranza, appunto, ciascuno di noi non sa se sarà al vertice o alla base della piramide sociale. In questo modo sarà portato a delineare un modello che, se non mortifica sforzi e successi di coloro che hanno raggiunto i posti più importanti della società, allo stesso tempo avrà cura di non abbandonare chi è rimasto indietro e costruirà un sistema di supporto e chance per chi parte in svantaggio relativo.

Allora Rawls fu accolto da critiche feroci da parte dei libertarian americani, che lo vedevano come pericoloso socialista, ma anche da parte degli intellettuali di sinistra europei, e soprattutto italiani, per la ragione opposta (fortissima era l’egemonia marxista).

Più che decenni sembrano trascorsi millenni. Oggi la categoria della uguaglianza (intesa ovviamente come eguaglianza sociale) è completamente assente dal dibattito. Non solo non è più linea di divisione e demarcazione, ma appare proprio come un vecchio arnese dimenticato in soffitta.

La spinta all’uguaglianza, potremmo dire, scompare nel momento in cui nessun dato della nostra vita individuale sembra connettersi con dinamiche collettive. Se la nostra esperienza come singoli è percepita come una lotteria, per quale ragione dovrebbe interessarci la distribuzione delle risorse?

L’uguaglianza, perché possa essere tematizzata, richiede il riconoscimento di un debito: il debito del singolo nei confronti della collettività. Sono disponibile a cedere una parte del mio denaro, delle mie proprietà, delle mie opportunità perché riconosco che senza il sostegno della collettività quei premi non sarebbero stati alla mia portata. E si badi bene: questo vale per ogni posizione sociale, dalla più umile alla più ambita.

Si può declinare l’uguaglianza come riduzione delle distanze di partenza. O ancora, come limite alle disparità di salario e stipendio. Più in generale, almeno così ci insegna l’esperienza storica, la ricerca della eguaglianza passa per la sottrazione di alcuni settori o ambiti della vita individuale alle dinamiche del mercato e del profitto. Sicuramente, qualunque interpretazione si dia della categoria, occorre riconoscere un legame comunitario. E invece le nostre società sono da molto tempo sulla via della rottura di qualsiasi legame di solidarietà e reciprocità.

Solo a titolo di esempio: i vari movimenti no tax, e le sigle che di volta in volta ne accolgono le istanze, sono fondati su un assunto piuttosto semplice. Non riconoscono alcun merito, alcun ritorno alla entità collettiva cui versano parte del proprio denaro sotto forma di tasse.

Ovviamente, perché la protesta sia credibile, si ricorre a un espediente ragionieristico: io (il mio borgo, la mia provincia, la mia regione) verso X allo Stato, e me ne ritorna X meno Y. Non c’è in questo modo di ragionare alcun tipo di riflessione sugli effetti moltiplicatori, sulle scelte discrezionali, sui vantaggi di coesione di una distribuzione diversa dal semplice pareggio di entrate e uscite.

L’esempio serve solo a rimarcare il punto: non è possibile alcuna riflessione sulla uguaglianza quando si rompono i legami di riconoscenza nei confronti della collettività.

Le generazioni che si incontrano in questo scorcio di inizio ventunesimo secolo o sono nate in questa temperie culturale o ci sono arrivate al tramonto dei miti del secolo precedente. In entrambi i casi le biografie sembrano essere governate dal caso. Una corsa al buio, in cui ogni meta sembra essere momentanea, precaria, mai definitiva. E ciò vale per tutto ciò che un tempo si sarebbe definita sicurezza sociale: un lavoro, una casa, un reddito.

Più che al velo di ignoranza di Rawls, la condizione dei cittadini del secolo XXI somiglia allo stato di natura hobbesiano, in cui esiste certo una uguaglianza, ma di natura completamente diversa. Ciascuno sembra, in ipotesi, avere diritto a tutto. Ma, in realtà, questo teorica disponibilità di tutto si traduce in un conflitto permanente. Nessun bene, nemmeno la sussistenza, nemmeno la stessa sopravvivenza, è garantito.

Lo ius omnium in omnia si traduce in bellum omnium contra omnes. Non è in fondo questa la chiave di tutti i nostri dibattiti politici? Garantiti contro non garantiti, anziani contro giovani, regioni ricche contro regioni povere. La disintegrazione di ogni legame di comunità non risparmia niente e nessuno. L’assalto al pubblico in ogni sua forma e manifestazione non è che la punta dell’iceberg. Nulla viene risparmiato, nemmeno la più elementare e meno politica delle aggregazioni comunitarie, la famiglia.

Il cittadino del secolo XXI vive una condizione di allerta permanente, si sente minacciato, avverte la propria condizione (qualunque essa sia) come precaria, sotto attacco. Ovvio che non abbia alcuna disponibilità, da un lato, a riconoscere il contributo che la collettività ha avuto nel raggiungimento delle mete (la scuola in cui hai studiato, l’università in cui ti sei laureato, l’ospedale in cui sei stato curato, le strade su cui hai viaggiato), e dall’altro a immaginare di contribuire, in una qualche misura, a rendere meno dura, pesante, complicata l’esistenza di chi gli cammina alcuni passi indietro.

Esiste un limite al grado di conflittualità che un essere umano può sopportare, anche quando il conflitto non è una guerra in campo aperto, ma è una sirena ininterrotta che annuncia un bombardamento che non arriva mai. Su questo forse occorre un sovrappiù di riflessione: non è (più) sufficiente proporre programmi politici con maggiori contenuti di giustizia sociale, di prospettive di uguaglianza, per questo falliscono miseramente i tentativi di certa sinistra radicale (o delle componenti più radicali della sinistra riformista).

Perché non è solo l’offerta politica a mancare: è la domanda che scarseggia. In società di guerra permanente, di allerta di guerra permanente tra individui, nessuna attenzione ai legami di solidarietà sarà accettata. Prima di ritornare a discutere di eguaglianza, occorre spegnere le sirene, riprendere confidenza con concetti quali comunità, collettività, trasmissione, eredità.

 

 

Alessandro Porcelluzzi

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