Vivere di arte teatrale in una società di maschere

Originario di Cerrè Sologno, piccolo borgo dell’Appennino reggiano nel Comune di Villa Minozzo, Fabio Gaccioli è riuscito, non senza difficoltà, a rendere la propria vita specchio della passione artistica teatrale.

Fabio, che faccia fanno le persone quando ti chiedono che lavoro fai e tu rispondi l’attore?

In genere nessuna faccia. Anche perché sono io il primo che fatica a definirsi nella parola “attore”, cosa che non sono, o che sono solo in parte. Di solito rispondo semplicemente che faccio teatro, che lavoro nelle scuole, con la disabilità… oppure che scrivo e porto in scena i miei spettacoli.

Quando hai iniziato? O compreso che era la tua strada?

Ho cominciato a fare teatro nel 1998, in Danimarca, in modo del tutto casuale. All’epoca in Italia verniciavo parafanghi in una fabbrica a Fora di Cavola, avevo poco più di vent’anni e sapevo poco o niente, se non che volevo andarmene via.

Così, quando mi è capitata l’occasione l’ho presa al volo: un progetto di formazione totalmente finanziato dalla Comunità Europea. Il paese di destinazione, la Danimarca, e il percorso formativo di tipo teatrale, non sono stati una scelta orientata. Molto semplicemente era il primo progetto in partenza e io smaniavo di andarmene. Alla fine sono rimasto lassù per quasi due anni. È lì che ho incontrato il teatro. Ci sono inciampato sopra senza quasi rendermene conto. Non ci avevo mai pensato prima d’allora. Poi c’è stato il training, l’esercizio fisico e mentale, la scoperta della voce, l’incontro con il palcoscenico, le tournée in Germania, Francia, Lussemburgo, le scenografie da costruire, il testo da scrivere, le luci da montare… insomma, il teatro nella sua complessità e pienezza.

Chiunque faccia un’esperienza simile – può succedere a venti, trenta o cinquant’anni, non importa – ne esce cambiato. Per me è stato l’incontro fondamentale, la stella più luminosa. Mi ha cambiato sul serio la vita.

Da cosa viene la necessità di espressione teatrale?

Ma sai che non lo so? Voglio dire… non so spiegarlo a parole. È qualcosa di innato in noi, come la religiosità. Un senso religioso però che non trascende l’uomo verso il divino, ma fa esattamente il contrario: riporta il divino nell’uomo. Il teatro è il luogo in cui, da sempre, l’uomo cerca se stesso.

– È noto che, soprattutto agli inizi, non si vive di sola arte, quali mestieri hai fatto?

Faccio prima a dirti quelli che non ho fatto: lo spacciatore e il dog-sitter. Scherzi a parte… mi è capitato di farne parecchi: operaio, carrellista, facchino, imbianchino, manovale, disinfestatore, fabbro, gommista, boscaiolo, barista, cameriere… e l’assistente alla poltrona di una dentista, per ben due settimane.

– Ora riesci a vivere solo della tua attività attoriale?

Ora riesco a vivere di teatro. Negli ultimi anni, insieme alla mia compagna di vita, Ilaria Andaloro, bravissima regista, mi sono avvicinato al cosiddetto teatro sociale. Lavoriamo principalmente con attori non professionisti, intervenendo sulle fragilità del nostro tempo, là dove percepiamo una “necessità” di espressione. Usiamo il teatro principalmente come mezzo per incontrare e, nel possibile, agire sul mondo che ci circonda.

– Scrittura e recitazione sono connesse? A una segue facilmente l’altra?

No, non lo sono. In teatro la parola non è tutto, men che meno quella scritta. Il teatro accoglie la parola, così come accoglie tutto il resto, ma può farne tranquillamente a meno. Nel mio caso però, scrittura, teatro e recitazione sono strettamente legati. Ti dicevo all’inizio che non mi sento un attore puro, e infatti non lo sono. Basti dire che non ho mai partecipato a un solo provino in vita mia. Ho recitato in spettacoli di altri, ma preferisco di gran lunga recitare cose mie, quando mi capita l’occasione. Questo perché, per quanto mi riguarda, il primo amore è stata la scrittura. Il teatro è arrivato in seguito e la recitazione mi ha aiutato ad esplorare altri aspetti creativi della mia personalità.

Per tornare alla tua domanda: no, non è facile far coincidere l’una e l’altra cosa. La scrittura teatrale non ha niente a che vedere con la narrativa, ad esempio. Ci sono bravissimi scrittori che, pur cimentandosi, scrivono testi irricevibili sul palcoscenico. Questo succede perché sul palco la scrittura è più fisica che letteraria. Io cerco di fare entrambe le cose, provo cioè a scrivere sia narrativa (breve, perché amo i racconti) che narrazioni e testi per il palcoscenico, e tengo le due cose piuttosto separate.

Attività particolari svolte in ambito teatrale?

Tutte la attività che facciamo io e Ilaria (perché lavoriamo insieme) sono particolari. L’ultima esperienza è stata un progetto che abbiamo portato avanti per tutto l’inverno scorso all’interno del centro di prima accoglienza della città dove ora risiedo, Trento, nella residenza Fersina, coinvolgendo un gruppo di studentesse universitarie e i ragazzi richiedenti asilo ospiti della struttura. Ne è nato uno spettacolo dal titolo “Birds” che è andato in scena a luglio al teatro Sanbapolis.

Ricordo poi sempre con emozione il primo anno al centro Erica di Cavola, in provincia di Reggio Emilia. Era la prima volta che lavoravo con la disabilità ed è stato uno degli incontri più importanti della mia vita. Di quel primo anno conservo ancora una testa di lupo imbrattata di colore, appesa a un muro in camera da letto.

– Prossimi progetti?

Tanti. Vorrei pubblicare un libro di racconti, pronto da un po’ ormai. Poi ho un po’ di letture da organizzare, un bel po’ di laboratori da portare avanti, e un paio di spettacoli in testa. Insomma, non ci si ferma mai.

– Consigli per chi vuole intraprendere la via teatrale?

Chiedersi ogni giorno il perché, e darsi sempre la stessa risposta.

– Quali sono le difficoltà maggiori in cui ci si può imbattere?

I soldi. A costo di sembrare venale devo risponderti così. Per quanto possa essere antipatico da dire, il teatro, il mondo a cui fa riferimento, non è né aperto, né ben disposto, né democratico. Anzi: è un mondo piuttosto elitario e in certa misura classista. Conosco pochi attori, registi o pedagogisti, a qualsiasi livello, che non abbiano avuto un sostegno economico notevole dalle proprie famiglie, ad esempio; o che, più semplicemente, non fossero ricchi o quantomeno benestanti. Le scuole, le accademie, i workshop professionalizzanti, costano un occhio della testa.

Bisogna poi considerare che nel nostro paese è socialmente inaccettabile “lavorare nella cultura”. Qui da noi se fai cultura la fai per passione, non per mestiere. È una visione distorta, in parte dovuta all’ignoranza, in parte alle nostre sacrosante radici cattoliche… Ad ogni modo, per finire il ragionamento: se non rientri nella categoria di chi può permettersi di rimanere dei mesi interi senza lavorare, preparati a farti un mazzo due volte più duro. E non è per niente sicuro che la tua fatica porti poi a qualcosa di concreto.

– Uno degli episodi più divertenti che ti è capitato sul palco?

Parigi, spettacolo in una specie di teatro tenda. Gennaio, un freddo dell’ostia. Appena attacchiamo con lo spettacolo salta il generatore di corrente. Addio luci e riscaldamento. Abbiamo fatto tutto lo spettacolo usando la luce di alcune torce elettriche, dopo aver distribuito delle coperte al pubblico che era venuto a vederci.

– Quando, se ti è successo, avresti preferito sprofondare davanti al pubblico?

Ogni volta in cui ho accettato di fare spettacoli che non sentivo miei per una specie di ansia da prestazione che ti prende, soprattutto da giovane. Ecco, in questi casi si possono fare delle gran figuracce. Dire di no è una lezione da imparare in fretta.

La soddisfazione maggiore nel recitare?

Recitare significa praticare il gesto più antico che l’uomo conosca, quello che ci determina in quanto esseri umani: il racconto. La soddisfazione maggiore che provo è quella di avvertire il senso profondo di quello che faccio nell’atto della narrazione. Quando si stabilisce fra te e il pubblico che ti ascolta e ti guarda quel rapporto particolare e antichissimo fra narratore e comunità. È una sensazione meravigliosa.

 

Ivana Cavalletti

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