Canone in-verso

Nel gymnasium di Pompei

un Doriforo in armi

Il Dorifero di Messene

un Teseo a Pompei

 

Un Doriforo a Salerno

in Portanova senza armi

Inizio questo mio articolo con tre chiasmi che mi sono divertita a comporre, dopo aver dato la mia solita sbirciatina quotidiana alla home di fb ed essermi soffermata su un post di una simpatica e intelligente giovane signora di Salerno, Emanuela Ferraro, giornalista e grande appassionata di letteratura, ideatrice e responsabile de Il Club dei grafomani , che conobbi qualche anno fa quando fui invitata da lei a tenere una lezione sugli haiku, davanti ad una platea interessata, coinvolta e coinvolgente.

Esci per portare fuori il cane e sotto casa ti appare una gigantesca statua del II secolo a.C: il Doriforo, copia di una ancora più antica scultura bronzea.
Non so quando l’abbiano messa lì, non lo so, né immagino perché, ma voglio pensare che sia un piccolo segno, un regalo per continuare a sperare e ad andare avanti, consapevole che l’Italia è questo, più di tutto il resto.”

(Doriforo di Policleto, Piazza Portanova – Salerno)

Questo il post della Ferraro, responsabile indiretto dei miei chiasmi su scritti.

Vi chiederete cosa hanno a che fare i chiasmi con quel felice allestimento in piazza Portanova ed io vi risponderò che c’ entrano…eccome se c’entrano!

Tanto per cominciare andrò a spiegarlo in poche parole, per i “non addetti ai lavori”.

Il chiasmo o chiasma (dal greco χιασμός) è una struttura a croce ed è la figura retorica in cui si crea un incrocio immaginario tra due coppie di parole, in versi o in prosa, con uno schema sintattico di AB,BA

La disposizione contrapposta delle parole può essere raffigurata mediante la lettera greca χ (“chi”) dell’alfabeto greco, corrispondente a “ch” aspirata, da cui origina il termine “chiasmo”.

Chiasmi illustri sono:

Da: L. AriostoL’Orlando furioso, Canto XXIII, 111 ottava
“…
fissi (A) nel sasso (B), al sasso(B’) indifferente (A’)…”

Da: F. Petrarca, Canzoniere, sonetto 134
“…Pace(A) non trovo (B) et non ho da far(B’) guerra
(A’)…”

 

Da: G. Leopardi, Il passero solitario, v.8
“…odi greggi (A) belar (B),muggire (B’) armenti (A’) 
…”

Da: G. Pascoli, Lavandare, v.7
“…Il vento (A) soffia (B) e nevica(B’) la frasca(A’)…” 

Ma ne potrei citare altri e altrettanto magnifici, antichi e meno antichi , fino a giungere ai miei un po’ approssimativi ma che sono serviti per introdurre l’argomento.

Questa struttura particolarissima che ricorda la lettera greca χ non la troviamo solo in letteratura, ma anche in altri contesti. Per esempio in biologia si utilizza chiasmo per indicare un punto di contatto tra cromosomi omologhi, in anatomia il suo uso è legato al risultato dell’incrocio delle fibre ottiche. Nel campo della scultura richiama alla mente una specifica formula compositiva:

il chiasmo Policleteo (incrocio degli elementi). Questa invenzione di Policleto, uno degli artisti più importanti dell’Antica Grecia, celebre per le sue statue in bronzo raffiguranti giovani atleti, purtroppo andate tutte perdute, cambiò la visione e la tecnica nella scultura per scolpire ed esprimere il movimento e i corpi. Infatti Policleto fu autore di un trattato sulle proporzioni del corpo umano, intitolato Canone, anche questo perduto, ma noto a noi attraverso le citazioni di autori successivi. Policleto studiò attentamente le parti anatomiche del corpo umano e ne definì le corrette proporzioni in base a calcoli matematici. Arrivò così alla conclusione che, stabilita la misura di un elemento quale il dito o la testa, tutte le proporzioni si potessero calcolare armoniosamente. Ad esempio, la testa è 1/8 dell’altezza, mentre 3/8 sono occupati dal busto e 1/2 dalle gambe.

Policleto ai suoi modelli fece alzare un braccio, spostare leggermente una gamba indietro e vide come il peso e l’equilibrio del corpo rispondevano a tutto ciò, infatti aveva capito che ogni movimento o tensione di una parte del corpo doveva coinvolgere tutto il resto della figura.

Il Chiasmo Policleteo quindi si basa appunto sull’incrocio di elementi e sulle opposizioni delle parti del corpo per raggiungere un equilibrio perfetto di baricentro e pesi.

A arriviamo così al nostro Doriforo, che doveva esprimere i valori estetici e etici (molto importanti nella Grecia classica), ossia il giusto mezzo, il bene e la bellezza.

Capolavoro di Policleto, la statua raffigurava un giovane uomo che portava una lancia: un atleta, oppure Achille o Teseo, mitici eroi greci. L’opera originaria in bronzo, risalente al V sec a.C fu tra le più replicate del mondo antico e se ne conoscono numerosissime versioni, tra cui il Doriforo del Braccio Nuovo (Musei Vaticani), il Doriforo nel Museo Puškin di Mosca e il Doriforo di Vienna (Kunsthistorisches Museum). Tra le migliori quella proveniente da Pompei e conservata nel museo archeologico napoletano, praticamente completa, a parte l’assenza della lancia. La versione napoletana fu rinvenuta durante gli scavi archeologici vesuviani, nella palestra Sannitica, il 12 giugno 1797. Gli scavi di Pétros Thémelis, in Grecia, hanno portato alla luce nella stoá occidentale del ginnasio di Messene tre statue: le prime due rappresentano Eracle ed Ermes, mentre la terza è una replica marmorea di età augustea di un altro Doriforo di Policleto. Praticamente una statua dello stesso periodo di quella rinvenuta a Pompei, a conferma della sua indiscussa fama nel mondo dell’antica Roma anche grazie a Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) che, nella sua ”Storia Naturale” raccontava l’ esistenza dell’ artista Policleto e del suo Doriforo.

Policleto non ebbe lo scopo di raffigurare l’uomo come “é” realmente, pieno di difetti e imperfezioni, ma come “dovrebbe essere”, un modello ideale di bellezza e proporzione. Dopo la lunga pausa del Medioevo, eccolo riemergere nel Rinascimento, periodo in cui si assistette ad una ripresa del chiasmo policleteo, la cui riscoperta fu una delle massime conquiste dell’Arte Rinascimentale. La massima espressione della rimodulazione del chiasmo policleteo, sia in senso tecnico-artistico che filosofico, si ebbe con Michelangelo, con il suo David.

Ed ora potete immaginare lo stupore della Emanuela Ferraro, quando la mattina del 7 luglio si è trovata davanti la statua di un giovane atleta, nudo e bellissimo, dalla poderosa muscolatura. Un Doriforo salernitano apparso quasi per miracolo a ricordare quell’ideale di bellezza e armonia a cui tutti dovremmo tendere.

Mi piace concludere questo mio articolo con il ricordo di una intervista di Franco Marcoaldi, sul giornale La Repubblica, di qualche anno fa, al filosofo Cvetan Todorov, autore del saggio:“Les Aventuries de l’absolu” dove si parla dell’aspirazione all’assoluto, ricercata attraverso l’Arte.

Nelle sue pagine il filosofo bulgaro analizza la vita di tre grandissimi: Oscar Wilde, Rainer Maria Rilke e Marina Cvetaeva che hanno messo la loro opera al servizio della bellezza e della perfezione. Mi colpirono le ultime frasi dell’intervista in cui il filosofo disse parole per me illuminanti:

«L’ assoluto individuale, se diventa solipsistico, è sterile. E lo dimostra il fatto che il primo a voler condividere con gli altri l’ oggetto della sua creazione è proprio l’ artista. Del resto, la forma più comune di bellezza è legata alle relazioni umane. E allora, se non crediamo nell’ immortalità del corpo e dell’ anima, l’ unica trascendenza che ci resta è la traccia che lasciamo nella memoria degli altri. Tanto vale che sia la più bella possibile».

 

Il titolo del saggio in italiano, riprendendo una frase tratta dall’Idiota di Dostoevskij, suona come una premonizione: La bellezza salverà il mondo. Wilde,Rilke,Cvetaeva.

 

 

Anna Bruna Gigliotti

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