Sulle tracce dell’indaco

Una pianta leguminosa originaria dell’India, cosa può avere in comune con un mollusco del Mediterraneo?.

Per quanto possa sembrare strano, sono “cugini” che si differenziano per un paio di atomi di bromo che conferiscono all’una, il colore bluastro “Indaco” e al mollusco, il prezioso porpora.

Due colori che, da una pianta e da una lumaca, vengono estratti e lavorati, per diventare croce e delizia dei pittori e dei tintori. L’indaco, era comunque un colore difficile da definire con un nome preciso e prima di essere sintetizzato, poichè non era facile neanche trattarlo, fu denunciato come pericoloso, ingannevole e corrosivo. Lo scrittore romano Vitruvio, già nel primo secolo dopo Cristo, sosteneva che bruciando la feccia del vino essiccato, si otteneva un nero ma anche un indaco; mentre Plinio, racconta la storia di questa tinta che proviene dall’India. Pare però che i Romani non lo usassero come tintura, essendo instabile, bensì come pigmento per le vernici. Gli antichi tintori, invece, ebbero la costanza di insistere nello sperimentare l’unione di diverse sostanze per creare questo colore che veniva assorbito dalle fibre di lana in modo totalmente incolore, per poi trasformarsi in blu intenso se esposto alla luce.

Se si potesse visualizzare il colore, se gli si potesse dare una forma, l’indaco si potrebbe paragonare ad un cipresso che si eleva verso il cielo. Ambedue incutono autorevolezza, rispetto e soggezione. Il cipresso, sentinella com’è dei cimiteri, sembra poter raccogliere i pensieri dell’oltre, e l’indaco infonde un senso di pace che apre le porte alla spiritualità. Non a caso, questo colore nasce in India dove alta è la concezione spirituale ed è stato sempre presente nei luoghi e nei simboli dell’oltre. Colore profondo, scuro, carico anche di elettricità, mostra la realtà delle cose e dona autocontrollo liberando il pensiero da una eccessiva emotività. Sembra aprire la mente poichè possiede il potere che si basa sulla conoscenza, donando la capacità di guardare lontano nel tempo

Bambini indaco, infatti, sono definiti in ambito New age, coloro che avrebbero particolari abilità e intelligenza nonchè dotati di capacità speciali o addiruttura soprannaturali.

Conosciuto fin dagli antichi egizi già dal 2400 a.C, che tingevano di indaco le bende delle mummie, ma anche dagli Israeliti, comandati dal Dio di Mosè, che ornavano le frange degli scialli da preghiera con un filo tinto di colore blu intenso detto tekhelet. Un colore ed una tradizione perduta nel tempo.

Purtroppo ha assunto in guerra il valore della terribilità essendo il colore il più usato nelle uniformi militari, fin dal tempo antico, già da quando i Celti si tingevano di “guado” ( un particolare blu, livido e scurissimo) per incutere spavento alle legioni romane.

Come il blu, ha significati controversi ed è difficile definirlo nei toni, chi lo avvicina al quasi nero, chi lo pone al di sopra del viola scurissimo.

Kandinskij, primo astrattista della storia dell’arte, dell’indaco diceva: -”Quando sprofonda vicino al nero, riecheggia un dolore quasi inumano”. E così bisogna cercare di evitare di mescolarlo col nero perché diventerebbe impenetrabile e potrebbe nascondere i peggiori sentimenti.

Picasso, nel suo periodo blu, era l’indaco che usava, e gli dava tonalità fredde malinconiche, statiche. Partecipando alla vita delle sue tele, dipingeva la tristezza sconsolata e senza speranza di personaggi emarginati, girovaghi, saltimbanchi, avviliti suonatori e mendicanti.

Ma quando l’indaco schiarisce nel celeste, è vicino alla perfezione, alla purezza, diventa il colore della Trasfigurazione nelle mani dell’immenso Raffaello ed è la Gerusalemme celeste, la città di Dio che scende dal cielo, il Tempio che si trova nel punto di incontro tra il mondo terreno e quello ultraterreno: L’ ombelico del mondo.

Con questo articolo finisce il mio viaggio intorno ai colori dell’iride e delle molecole colorate che producono particelle di energia. Una energia che fa unire le molecole stesse fino a renderle forma, la forma produce vibrazione e la vibrazione genera musica.

Una musica ascoltata dagli occhi.

Gli occhi trasmettono il colorato silenzio musicale ad ogni piccola parte dell’essere dando al corpo ed alla mente energia e vitalità.

Nadia Farina

(Nella  foto  l’Opera -Albero indaco- di Nadia Farina)

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *