Il lavoro mette a rischio l’equilibrio psichico delle donne.

L’Onda, l’Osservatorio Nazionale della salute della Donna, in collaborazione col dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano, un po’ di tempo fa ha snocciolato dati inquietanti sui rischi che l’affaticamento da lavoro arreca agli Italiani.

Irritabilità, insonnia, tendenza al pianto, sono solo alcuni dei tanti disturbi riconducibili allo stress da lavoro. Da questa ricerca però, si evince anche un altro importante dato, e cioè che a soffrirne di più sarebbero proprio le donne. Per quale motivo il gentil sesso, confrontato con quello maschile, risulterebbe più sensibile all’affaticamento dovuto al lavoro? I motivi sono molti. Uno dei tanti, è che a livello familiare le donne, rispetto al sesso opposto, svolgono molte più faccende di ordine comune: fare la spesa, aiutare i figli nel fare i compiti, preoccupazione di preparare pranzo e cena, riordinare la casa, fare le pulizie; insomma si sa, buona parte del carico familiare legato alla quotidianità ricade sempre sul “sesso debole”, aumentandone così la fatica settimanale complessiva.

Eppure questo non è ancora sufficiente a spiegare il motivo per cui il lavoro stressi molto più le donne che gli uomini. In effetti esistono anche delle cause molto più profonde, che traggono però origine dalla differenziazione biologica che i due sessi presentano.

Come molti già sanno, la donna utilizza maggiormente l’emisfero cerebrale destro e questo implica che lei anteponga la  parte emozionale a quella logico-scientifica e spazio-temporale, cosa che invece generalmente caratterizza il sesso maschile.

Tale diversificazione di impiego dell’encefalo, in termini pratici, significa che, biologicamente parlando, per un uomo risulterebbe molto più facile scindere ciò che è necessario (o opportuno) da ciò che gli suggerisce il cuore e, qualora le due cose non dovessero combaciare, riesce a farsene subito una ragione; operazione che per una donna risulta sempre estremamente complessa.

Facciamo un esempio. Se per qualsiasi motivo un’azienda, un ente o un’istituzione decidesse di favorire un lavativo anziché un collaboratore meritevole, i dirigenti maschi, seppur mal volentieri, finirebbero per accettarlo senza farsi troppi scrupoli. Una donna invece, con tutta probabilità, ne soffrirebbe profondamente e proverebbe forti sensi di colpa per non essere riuscita a contrapporsi a una tale ingiustizia.

Nonostante l’emancipazione femminile abbia parzialmente plasmato la personalità dei due sessi, in campo professionale, come nella vita e nell’amore, la donna fa ancora molta fatica a scindere la parte pragmatica e razionale da quella emozionale e intenzionale,  esponendola così a maggiori crolli del suo equilibrio psichico.

Come se non bastasse, l’utilizzo prevalente dell’emisfero destro la induce anche ad anteporre il “parlare” al “fare”. Qualsiasi donna, prima di “fare” o di “intraprendere” qualsiasi cosa, ha il bisogno fisiologico di esprimere la componente emozionale, una prerogativa che, nel mondo del lavoro, è considerata una perdita di tempo.

L’uomo infine, ha anche un altro privilegio biologico. Egli, avendo nel sangue un livello più alto di testosterone, dal punto di vista ormonale risulterebbe più adatto alla competizione. Importanti studi hanno infatti dimostrato che il sesso maschile possiede una maggiore sopportazione al logorio quotidiano, dato dalla rivalità lavorativa che inevitabilmente ogni campo professionale comporta.

Nel rispetto della corretta informazione ho l’obbligo di precisare che lo stress da lavoro in generale è un sintomo che non deve essere confuso con la Sindrome del Burn-Out che è una condizione psicofisica specifica e  riguarda solo alcune categorie professionali specifiche.

 

Antimo Pappadia

 

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