Correzioni

Dopo “A sorte”, e “Bambini”, il nostro “Alfabeto della Crisi” approda alla “C” di “Correzioni”.

 Comincerò con un’affermazione: l’essenza della Democrazia non consiste prioritariamente, a mio parere, nella partecipazione di tutti, ma nella possibilità di CAMBIARE OPINIONE.

Ma se guardiamo la frenetica attività nei Social (e la reputiamo rappresentativa dei tempi attuali: per me, in qualche modo, lo è), il fenomeno che appare più evidente è invece la difesa della propria idea, costi quel che costi, e conseguentemente anche a prescindere evidentemente dai fatti.

Anche quando potrebbe esistere la possibilità di una disconferma (fenomeno utilissimo, perché solamente con le disconferme si impara qualcosa, come ben sanno, del resto, gli scienziati, impegnatissimi a “falsificare”, non a “verificare”!, le proprie ipotesi di lavoro, per vedere se “tengono”), si potrà comunque trovare un fenomeno “più alto” (più generale), “più basso” (“un mio amico che conosce direttamente i fatti, sostiene che …”), o “similare e speculare” (“X ha rubato, ma anche Y l’ha fatto” … che ricalca la ben nota argomentazione craxiana ai tempi di Mani Pulite), per RIMANERE DELLA PROPRIA IDEA.

Considerando poi che i tempi attuali non sono quelli della delusione e del disincanto (il ripiegare su se stessi, nella convinzione che il mondo non giri come vogliamo … e ci mancherebbe …), ma quelli della frustrazione, nonché dell’espressione “arrabbiata”, o quantomeno “risentita”, della frustrazione stessa, ne deriva che la DIFESA AD OLTRANZA DELLA PROPRIA IDEA verrà fatta generalmente in modo “aggressivo”.

L’ “aggressività” ha ovviamente molte sfumature: se chi tenta di disconfermare il nostro post è un amico reale, o virtuale, o un follower, si potrà “gentilmente” contro-chiosare, facendo rilevare la “parzialità” della sua critica, in quanto vedrebbe “comprensibilmente” solo una porzione di realtà.

Io sì che posso conoscere e apprezzare la realtà nella sua globalità e nella sua intrinseca complessità!

Ma se si tratta di uno sconosciuto, o di una persona a cui non teniamo particolarmente, si applicheranno le regole più sofisticate dell’ “arte di offendere”.

Ovviamente, anche l’interlocutore sarà particolarmente accanito e attrezzato, e davanti al post sgradito potrà limitarsi, ad esempio, a scrivere: “Fake” (un artificio sempre più diffuso). Che in sostanza significa: la tua opinione è basata su fonti false.

Io sì che posso attingere a un serbatoio di “realtà” e “verità”.

(Ma non è un “serbatoio personale”! Sono appositi siti che potrebbero essere essi stessi diffusori di “fake”, allo stesso modo in cui supposti antivirus risultano essere essi stessi portatori di virus, e sovente lo sono! .)

Tuttavia, “The Winner is”:

colui o colei che si mette a correggere gli errori di grammatica allo/a scrivente.

Fra tutti i frustrati aggressivi è il/la più sgradevole, giacché con un appiglio completamente fuori tema pretende di screditare il contenuto attraverso la forma.

Ma qualcosa “detto male” non è obbligatoriamente falso. E non è detto che non sia comunque verosimile, espressivo, stimolante.

(Aggiungo queste ulteriori categorie perché da sempre, e a maggior ragione OGGI, per quanti possano essere i sedicenti “monopolisti” della “verità” e della “realtà”, districarsi fra “vero” e “falso”, o “reale” e “fantasioso”, o “fantastico”, è veramente arduo. Io ho sviluppato una vera e propria idiosincrasia verso coloro che cominciano le proprie argomentazioni con: “La verità è …”, o “la realtà è …”, una stirpe ben nota in Politica da tempi immemorabili.)

Che si tratti di artifici sgradevoli, non lo dico per esperienze pregresse. Essendo di formazione filosofo e linguista (“si parva licet”), lo “sfondone” mi sfugge solo in momenti di elevato sonno o stanchezza. Più che altro mi dà da pensare un fatto: l’alfabetizzazione, la scolarizzazione e l’acculturazione sono stati a lungo cavalli di battaglia della Sinistra. Si era convinti, a ragione, che il non-alfabetizzato, il non-scolarizzato, il non-acculturato fosse principalmente un “povero”, e avesse pertanto scarse opportunità per emanciparsi, trovando un lavoro per sé, e poi per i propri figli, che non fosse mera “fatica” (al Sud “lavorare” si dice, in dialetto, “faticare”), o addirittura una “maledizione”. Insomma, saper parlare era parte importante per imboccare l’ “ascensore sociale”.

Certo, non tutti i poveri sono incolti, non tutti gli incolti sono poveri (ma i due fenomeni sono correlati, e lo erano strettamente nel Novecento), e non tutti impugnano ideologie “di Sinistra”. Tuttavia, anche i Moderati di vario genere, inclusi i “Padroni”, erano coinvolti nell’obiettivo di creare un’Italia che sapesse leggere e scrivere … anche perché un operaio non-istruito “non fa comodo” all’azienda moderna, e un cittadino non-istruito rimane comunque una “mina vagante”, incapace di esprimere la propria opinione e protesta (un po’ come il contadino del film “Novecento”, dileggiato dal proprietario terriero perché ha le orecchie a sventola, che riesce ad esprimere la propria indignazione solamente tagliandosi un orecchio con il falcetto).

 

L’istruzione è, o dovrebbe essere, un valore condiviso, in una società moderna, e consente non soltanto di esprimere le proprie opinioni, ma anche di riconoscere le proprie emozioni, dando loro un nome. E invece, ti volti un attimo (beh, un attimo … diciamo venti o trent’anni!), ed i “colti”, o, per meglio dire: coloro che pensano di esserlo, rispuntano in massa, ben armati.

Ieri di matita rossa e blu (per chi “non c’era”: correzioni in rosso per gli errori veniali, in blu per gli errori gravi). Oggi, soltanto della loro incoercibile presunzione.

 

Gianfranco Domizi

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