La verità è indefinibile

Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario“, diceva George Orwell. Già…ma che cos’è la verità?

Oggi, in un’epoca in cui la stragrande maggioranza delle persone si ritiene detentrice di verità assolute, provo a scrivere un articolo impopolare nel tentativo di fornire ai lettori qualche spunto di riflessione in merito a un tema che, a mio avviso, mai come nella società contemporanea andrebbe approfondito. Per poterlo trattare in modo sufficientemente esaustivo, per quanto sia possibile farlo all’interno di un articolo di giornale, credo non ci sia strada migliore che quella di cominciare estrapolando dalla filosofia antica a quella moderna alcune tra le più sagge delle considerazioni.

Già nella Magna Grecia, Parmenide provò a spiegare il concetto dicendo che la verità è rappresentata da quel filo conduttore che unisce logica e ontologia. Sulla stessa linea ritroviamo anche Platone e Aristotele. Il primo, infatti, assentiva che l’essenza della verità in un discorso sta nell’affermare gli enti “come sono”, mentre la proprietà del falso è quella di “dire come non sono”. Aristotele resta più o meno sulla stessa linea, asserendo che la verità è dire ciò che è, mentre dire ciò che non è, è falso.

Nella tradizione cristiana, la verità è dettata dai dogmi che sono stati eretti dalla Chiesa, o come diceva Agostino d’Ippona, la verità si rivela attraverso un’illuminazione dell’anima che avviene solo per Grazia divina.

Nel XVIII secolo, Kant non approfondì il discorso sulla verità, ma si preoccupò opportunamente delle possibilità di accesso per potervi giungere.

Gli spunti di riflessione più interessanti, per quanto concerne il concetto di verità, emersero nel ‘900. Karl Popper ad esempio, asserì che la verità, per essere tale, deve possedere due elementi: l’universalità e l’indispensabilità. Una verità indiscutibile, secondo Popper, è che se un uomo smette di respirare, muore; inspirare ed espirare, infatti, sono atti necessari e universali per qualsiasi essere vivente. Tutti i concetti che non posseggono tali caratteristiche, cioè quelli dell’universalità e dell’indispensabilità, secondo il filosofo austriaco naturalizzato britannico, restano arbitrari, e pertanto rientrano nella gamma delle opinioni.

Martin Heidegger invece, ha individuato nell’essere stesso il luogo in cui la verità alberga e si rivela. La verità si svela attraverso l’attento ascolto del linguaggio; non a caso, nella sua discussa opera “Lettera sull’umanismo”, Martin Hedegger afferma che “Il linguaggio è la casa dell’essere”.

Hans-Georg Gadamer, suo allievo, prese le distanze da Heidegger e sottolineò l’importanza della soggettività nella ricerca della verità. Gadamer sosteneva che la verità la si può trovare solo nell’ermeneutica filosofica e cioè attraverso l’interpretazione dei fatti. Solo l’arte del comprendere ci conduce sul sentiero della verità, che resta indefinita e mutevole.

Dopo aver risvegliato in molti lettori ricordi di studi classici, provo a mettere un po’ d’ordine in merito a questo concetto tanto complesso quanto spigoloso.

Dal punto di vista logico, esistono diverse forme di verità. Eccone alcune.

1) Una verità matematica, fatta di numeri e di leggi universali, che pertanto risulta insindacabile. Se ho 10 euro e compro delle uova che costano 2 euro, la verità è che mi restano in tasca 8 euro, indipendentemente dal fatto che le uova siano grandi, piccole, scadute o se si sono rotte durante il trasporto. Questo è un concetto di verità indubitabile e senza alcuna eccezione.

2) Una verità scientifica, che si fonda su dati oggettivi dimostrabili, ma che non è universale, sia perché presenta le sue eccezioni, sia perché le sue teorie possono essere rivisitate attraverso nuovi elementi. La scienza è l’unica materia che, ogni qualvolta smentisce se stessa, acquista maggiore credibilità invece di perderla.

3) Una verità giuridica. Essa, pur basandosi su dati oggettivi, viene stabilita da persone che, attraverso il potere a loro conferito, la sanciscono. In un tribunale, la verità espressa dal giudice è insindacabile e questo nonostante non tutti siano sempre d’accordo e malgrado la letteratura giuridica sia ricchissima di errori plateali.

4) Una verità storica. Già… se penso alla verità storica mi viene in mente quella che ho studiato a scuola e mi vengono i brividi se rammento quanto sia distante dalla realtà oggettiva che si conosce oggi. Penso al fenomeno del brigantaggio dopo l’Unità d’Italia e a quanto le cose stessero diversamente da come mi furono spiegate. Tanto per citare un aneddoto su tutti, allora, quando ero studente, non lessi una sola parola circa le centinaia di esecuzioni sommarie di uomini, donne e bambini effettuate dai soldati Piemontesi a danno dei Meridionali.

Quando penso alla verità storica, medito pure sulle cruente stragi di civili (nella maggioranza donne e bambini) commesse sull’Appenino tosco-emiliano alla fine della seconda Guerra Mondiale e al fatto che furono realizzate più dai fascisti italiani che dai soldati tedeschi, ma questo a scuola non mi fu detto. Per non parlare poi delle barbarie realizzate in quegli stessi territori dai partigiani e il fatto che un altissimo numero di vendette personali furono fatte passare come ordinari scontri a fuoco con i filo-fascisti. Di questi fatti, nessuna parola veniva scritta sui libri di storia che ai miei tempi si acquistavano.

5) Una verità di fede, cioè l’accettazione incondizionata di un dato oggettivo, anche se lo stesso è avvolto dal mistero e dall’oscurità.

Concludendo su quanto fino a ora riflettuto, possiamo grossomodo asserire che la verità è difficilmente definibile e che ha vari aspetti; chi avesse volontà di avvicinarla, non può esimersi dal seguire queste linee guida:

  1. Dimostrabilità. In considerazione del fatto che solo di rado è possibile riscontrare in un dato oggettivo l’elemento dell’universalità (come asseriva K. Popper), la ricerca della verità andrebbe fatta attraverso prove e dimostrazioni continue. Un’operazione che aiuta a portare alla luce non una verità statica e immutabile, ma una verità fluida e potenzialmente permutabile nel tempo. Quando le circostanze cambiano, la verità si può modificare (un farmaco efficace potrebbe non esserlo più se il corpo umano sviluppa un’assuefazione  ad un principio attivo). Nello stesso istante in cui un ricercatore si sente appagato e termina il suo processo di ricerca (che sia scientifico, storico, letterario, psicologico o politico), la verità gli è già sfuggita di mano e gli si sta inesorabilmente allontanando;
  2. Soggettività. Noi tendiamo sempre ad aggiungere un elemento di soggettività a un dato oggettivo (come asseriva anche Gadamer nella sua magistrale Opera “Verità e metodo”) e pertanto quanto più si ha questa consapevolezza, tanto più si riesce a essere imparziali e, di conseguenza, più le possibilità di avvicinarci ad una verità oggettiva diventano concrete.
  3. Il dubbio. Chi ha solo certezze possiede la virtù della fede, che non è quella della comprensione. La fede (che sia religiosa, politica o amorosa) pur rappresentando uno dei più nobili sentimenti, resta sempre una barriera che ci separa dalla verità.

La ricerca della verità è una conquista che va ottenuta continuamente e deve avere il senso dell’equilibrio e dell’interpretazione. Così come sarebbe folle per  un motociclista  pensare di aver trovato un equilibrio statico e definitivo andando ad alta velocità sulla sua moto, allo stesso modo per un ricercatore, credere di aver scoperto una verità definita e inscalfibile sarebbe ingenuo e presuntuoso.

Non credo ci sia modo migliore di concludere questo articolo che col seguente paradosso:

Aristotele a Platone: “Tutto ciò che dice Platone è falso

Platone a Aristotele: “Aristotele ha appena detto la verità

Antimo Pappadia

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