La fata del larice

C’era una volta… Così inizia qualsiasi fiaba che si rispetti e chiunque si metta in ascolto, prima ancora di sentire il racconto, sa che un castello, dalle alte mura di pietra, quasi sempre gli aprirà le sue porte, per poi richiuderle pesantemente alle sue spalle, o che un bosco con le sue lunghe ombre lo attende e che l’intrico dei suoi rami lo imprigionerà. Le atmosfere fiabesche sono a volte davvero inquietanti.

Anche nei miti dell’antica Grecia l’elemento naturale spesso sovrastava quello umano e trionfava nella sua forma ancestrale.

A tal proposito ricordiamo il mito di Artemide, dea selvatica e terribile che rinnega il genere umano in favore dell’amore per le belve feroci e per le ninfe leggiadre. Protettrice del bosco, diventa la custode di un luogo arcaico che in molti miti come in molte fiabe diventa scenario di abbandoni, ricerche, metamorfosi, omicidi, amori, incontri.

Tornando a tempi più recenti, quando si parla di fiabe, uno dei primi nomi che viene alla mente è quello dei fratelli Grimm, ma la versione originale di personaggi immortali come Biancaneve, Cenerentola, Hansel e Gretel, Raperonzolo o Cappuccetto Rosso, era diversa da quella che conosciamo, e non mancavano episodi truci. Infatti cannibalismo, violenza, maltrattamenti e negligenza conferivano alle fiabe un’atmosfera degna dei migliori film horror.

 I fratelli Grimm si difesero dalle critiche affermando che “tutto ciò che proviene dalla natura non può che essere di giovamento”, ma anche loro, alla fine, dovettero arrendersi alla censura e compiacere il pubblico puritano, riscrivendo le loro favole.

Senza voler entrare nel merito del contendere che peraltro a suo tempo era già stato, bene o male, risolto, volevo rammentare che, tornando agli scenari naturali propri di questo genere letterario tanto discusso, ma sempre caro sia ai bambini che agli adulti, fratelli Grimm, per ambientare alcune delle loro storie più famose, si sono ispirati ai castelli e alle montagne dell’Alto Adige, proprio per la loro bellezza e per l’incredibile alone di mistero che li avvolge! Infatti l’Alto Adige è una terra fatata dove incantevoli montagne sono nate da arcani incantesimi e gli Dei del cielo si specchiano nelle acque dei suoi laghi. I boschi dell’Alto Adige sono animati da creature strane e curiose come elfi, fatine, folletti, gnomi e ninfe. Alcune di queste creature sono belle buone e gentili, ma altre possono essere molto spaventose e manifestarsi nei modi davvero più assurdi!

E qui vi volevo portare, dopo tanto girovagare: a spasso sull’altopiano del Salto, tra i più grandi prati di larici d’Europa.

Seguendo il sentiero che da San Genesio, in provincia di Bolzano, conduce alla chiesa di S. Giacomo a Lavenna, dopo aver attraversato un fitto bosco, ci si trova sull’altopiano dove galoppano i cavalli avelignesi dalla chioma d’oro. Qui ci si imbatte in decine di figure inquietanti, suonatori, streghe, orchi, seduti ai tavolini oppure appesi ai rami degli alberi, larici stessi che si trasformano in fate.

Qui la leggenda prende forma sotto i nostri occhi, infatti possiamo leggere, su colonne informative, realizzate , mirabile dictu, dai 132 scolari della scuola elementare di San Genesio, 12 storie prese dalla tradizione popolare.

Si parla della strega di Avigna, dell’assedio a Castel Greifenstein, delle signorine della malga Wieser, della città affondata presso i prati di Lavenna, di fate, draghi, spiriti, mendicanti, ladri e garzoni. Storie, a volte raccapriccianti, che ancora oggi alcuni pastori nelle miti serate estive raccontano e che spesso nascono da situazioni reali come la leggenda della Città sprofondata:

Sui terreni nei dintorni di Lavenna è presente un avvallamento paludoso. Si racconta che tempo fa, in quel punto, ci fosse una città ricca e grande, abitata da contadini abbienti che conducevano una vita peccaminosa. Un giorno si aprì una grossa voragine, nella quale sprofondarono uomini e case.

Noi come sempre, come dalla notte dei tempi, ci spaventiamo, tremiamo e ridiamo allo stesso tempo e ci lasciamo sedurre da quelle figure di stracci che oscillano da un ramo di larice.

Perché, come disse il poeta più poeta di tutti, William Shakespeare, che di fate e folletti se ne intendeva: “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”                                                                                            

                                                                                                                                      

Anna Bruna Gigliotti

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