MARXISTI IMMAGINARI? (Seconda Parte)

Ho dedicato la Prima Parte dell’articolo a descrivere i rapporti fra Marxismo e Sessantotto, evidenziando alcuni elementi di sovrapposizione e i ben più rilevanti elementi di contraddizione, che giustificarono il furbesco e irritante (ma azzeccato) “Figlioli miei, marxisti immaginari”, di Vittoria Ronchey (Rizzoli, 1975).

Concludevo evidenziando un passaggio epocale: dalla centralità dell’Economia (Ricostruzione e Boom Economico dei “padri”) a quella dei Media, dell’Università, della Musica e della Cultura (Sessantotto e Anni Settanta).

Continuo in questa Seconda Parte la riflessione sulla Musica, perché in quegli anni (mi cito), “il Rock, ed in misura minore il Jazz e il Folk, pervengono a un’importanza ‘sociale’ mai precedentemente raggiunta”.

C’è di più: è proprio attraverso la Musica e l’industria discografica che possiamo rileggere con particolare aderenza e pertinenza i mutamenti di quegli anni: con i tardi Anni Sessanta, e con i Settanta, i “padri” cedono il posto ai “figli” (mentre la centralità dell’economia cede il posto alla centralità della cultura e dei media): ciò avviene, come sempre, attraverso un “parricidio”, e la Musica è stata l’arma del delitto.

 

Un po’ di mesi il mio figlio più piccolo (musicisti entrambi: io nato nel 1959, e dilettante da sempre; lui, nato nel 1998, studia attualmente al Conservatorio … abbiamo quindi quasi quarant’anni di differenza) mi raccontava di un contest di band emergenti a Bologna, e mi descriveva una grande insistenza collettiva, anche premiata dal successo, a riprendere (“cover”) gli antichi successi dei Rolling Stones, dei Led Zeppelin e dei Deep Purple.

Gli ho risposto scherzando: “Vedo che siete ben allineati alle tendenze più recenti della musica!”.

Perché gli anni Sessanta e Settanta musicali?

Era forse quella musica dotata di caratteristiche estetiche così rimarchevoli da giustificare un ascolto oramai continuativo da decenni?

 

Lo nego.

I pezzi veramente interessanti degli Stones e degli Zeppelin vengono realizzati a successo oramai pienamente raggiunto, man mano che si liberano dalla liturgia del Rock, e che, probabilmente per la “mano attenta” di produttori “smagati”, attingono progressivamente a una strumentazione più “matura”, attraverso l’uso dei fiati, delle percussioni, dell’elettronica e dei cori. Ma intanto il mito si è già creato, a dispetto delle effettive performance.

(Nelle prime registrazioni non autorizzate, piratate, carpite, i cosiddetti, “bootleg”, gli Stones sbagliavano addirittura gli accordi dei pezzi! E non stiamo parlando di strutture ed armonie complesse! .)

 Per capire le ragioni del successo, dobbiamo rivolgerci non all’estetica, ma alla mentalità dominante. Prima del Sessantotto, la pulsione dei giovani interessati alla musica, e a maggior ragione, di quelli “impegnati” socialmente, era quella di sapere, per quanto possibile, un po’ di tutto. Ciò in accordo e sostanziale continuità coi “padri”: entrambi condividevano l’idea secondo cui, se vuoi comprendere la musica, non puoi essere “un ignorante”, e devi pertanto avere una qualche competenza dispersa fre tutte le musiche: Classica, Jazz, Folk, Rock.

Mio padre amava la Classica, il Liscio e la Canzone Americana dei Sinatra e Perry Como. Io ascoltavo i Temptations e i Led Zeppelin (gli ultimi), Miles Davis e John Coltrane, ma mai mi sarei avventurato a teorizzare che la Classica non debba avere una sua rilevanza. Tuttavia, mi accorgo di essere stato fra i pochi, forse proprio perché figlio di un musicista. Di fatto, la maggioranza si accontentava di “musica generazionale”. Come a dire: “Conosci il Rock? Tutto il resto non ha importanza”. A meno che non entri nel Rock stesso, come successe per alcune correnti, per esempio di “Rock Sinfonico”, contaminate dalla Musica Classica.

Insomma, il giovane dei tardi Anni Sessanta e degli Anni Settanta voleva avere la SUA musica, per poi voltare le spalle a tutto il resto. E voleva averla, con le buone o con le cattive, gratis: “La musica si prende e non si paga”.

Sappiamo come è andata. Fu accontentato (io stesso ascoltai una quantità notevole di artisti notevoli gratis, fra cui un indimenticabile Don Cherry a Colle Oppio, Roma), e in questo modo fu “allevata” una generazione di “giovani consumatori” (all’epoca), che oggi, a 60-70 anni, paga 70 euro e più per i concerti migliori, e li paga volentieri a figli e nipoti.

 Su questo sfondone della “musica generazionale”, che ha prodotto tanta qualità scadente (e un “impegno politico” tutto da dimostrare), si sopravvive culturalmente da decenni.

E, come dicevo, si è prodotta un’ “egemonia” (mi perdoni Gramsci) così persistente, che i “vecchi” continuano imperterriti a diffondere l’idea secondo cui la LORO musica sia quella VERA, e i “giovani” abboccano a quest’inganno (e a questa induzione a ripercorrere la “via dei padri”), ignari del fatto che, superati i “pacchianissimi” Anni Ottanta, sono in realtà oramai 30 anni che si produce ottima musica, sebbene rintanata nell’ambito delle Radio specialistiche e “di nicchia”.

 Una rappresentazione assai diversa della Musica Rock e Pop è stata data dal marxista “eretico”, ed in quanto tale “solitario”, Theodor Adorno, evidenziandone l’inganno fondamentale:

https://prismi.wordpress.com/2009/10/01/adorno-la-musica-come-merce/ .

Ma sta di fatto che la “musica generazionale”, ovvero quella dei giovani dei tardi Anni Sessanta e degli Anni Settanta, è diventata ed è rimasta la musica per antonomasia. E ciò produce distorsioni nei rapporti con la generazione precedente (quella che ascoltava Sinatra ed Elvis Presley), ma anche con le generazioni successive (quelle che dovrebbe ascoltare le musiche degli ultimi 30 anni, invece di “rimasticare” nelle “cover” Deep Purple, Led Zeppelin e Stones).

I “padri” sono stati “uccisi” culturalmente, eliminando quella pulsione generalista a conoscere un po’ di tutto; ai “figli” è stato però imposto di rinunciare “a uccidere i padri”, rinnegando la musica dei loro anni, e sposando quella dei “giovani invecchiati” degli Anni Sessanta e Settanta.

(Sottolineo di passaggio che la “pulsione generalista” dovrebbe essere invece tuttora importante, qualora si provenga famigliarmente dalle classi subalterne: se si rinuncia a conoscere un po’ di tutto, si lasciano “ai borghesi” Bach, Mozart e Beethoven, con tutto quello che possono ancora “dirci”, Ciaicovskij e Stravinskij, Debussy e Ravel, Gershwin, Louis Armstrong, Charlie Parker, Miles Davis e John Coltrane, eccetera. .)

 Mi sembra di avere illustrato a sufficienza per quale motivo, entro un articolo sul Marxismo e sul Sessantotto, si debba parlare a lungo di Musica: l’ingombrantissima “centralità” dei “giovani invecchiati” tracima in realtà da quest’ultima alla Cultura e ai Media, passando per le Università, e dilagando infine in tutta la Società.

 Negli Anni Sessanta e Settanta, una generazione di giovani che “studiava” disse ai “padri” (che in molti casi avevano studiato poco) di farsi da parte.

Ma quei “padri” erano stati protagonisti del fascismo e dell’antifascismo, della guerra e della resistenza, della scelta repubblicana del 1946, della ricostruzione e del boom economico, dei fatti d’Ungheria, del Governo Tambroni, del centro-sinistra … e scusate se è poco.

Con il mito del Sessantotto, una generazione “ingombrantissima” ha disvelato clamorosamente l’ingratitudine verso i “padri”, e, d’altra parte, ha posto le basi per una futura invadenza estrema nei confronti dell’autonomia culturale dei figli.

(Se oggi gli si dà dei “bamboccioni”, non è solamente perché non trovano lavoro e restano a casa, ma perché i genitori stessi li hanno educati alla subalternità culturale nei confronti di un “passato” forse non così glorioso, e comunque ovviamente “irripetibile”.)

 L’ossessione verso la musica degli Anni Sessanta e Settanta si basa su un’ “egemonia” ingenua e ridicola, ma anche, contemporaneamente, dolosa e pericolosa, da parte di una generazione che oggi possiede il monopolio del “sapere famigliare”, del “benessere sociale” (è una generazione “ricca”), della soverchianza demografica (è una generazione numericamente consistentissima) … e che, in aggiunta a questa chiassosa “ingombranza”, si autopercepisce come socialmente “benefattrice” (Sinistra, Marxismo, Femminismo, liberazione sessuale, battaglie civili, a cominciare dal Divorzio e dall’Aborto, fino a quelle contemporanee).

Il Sessantotto ha prodotto la più ingrata, privilegiata e “regressiva” fra le generazioni di cui abbia memoria: una generazione che non ha visto, né partecipato, né “sofferto” gli eventi fondamentali di questo Paese, e che tuttavia ha fondato la propria “egemonia” proprio su questa mancanza di compartecipazione, affettività ed empatia.

 Io la chiamo: LA GENERAZIONE ORRIBILE, e sarà il tema del prossimo articolo.

(Nella foto, il Festival Rock di Villa Pamphili, a Roma, nel 1972: “io c’ero!”, in tutta la risibile “fretta ad esserci” dei miei tredici anni.)

 

 

Gianfranco Domizi

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