La politica dell’arte

L’artista, di per sè, per la poesia che lo accompagna nel suo lavoro/passione, non dovrebbe occuparsi di politica ed invece, proprio per la sensibilità che lo caratterizza, spesso e volentieri,   fa entrare la politica nel suo fare arte. Come denuncia, molto spesso – basta pensare al Guernica di Picasso – come specchio della società in generale – basta guardare alle avanguardie.

Tutto questo per dire che in un momento storico tanto peculiare, come artista e come cittadina, anche io avverto la forte esigenza di scrivere la mia opinione sulla spinta emozionale della visione di più trasmissioni televisive in cui si raccontano la nostra storia, le nostre tradizioni, il nostro territorio così ricco di bellezze naturali, storiche, di artigianato di ogni tipo, senza dimenticare l’enogastronomia vanto del nostro Paese, una Italia che cresce dunque, con persone che hanno fatto della competenza una dottrina per fare sempre meglio e mentre il contadino è diventato agricoltore continuando a studiare, conseguendo una o più lauree con l’aggiunta di qualche master, evolvendosi quindi, per migliorare le condizioni della società e della natura stessa da cui si ricava sostentamento, c’è una parte di società che invece di evolversi involve, mortificando lo studio, vuoi dei classici, della musica, dell’arte, della storia, della geografia, e quant’altro, come non più necessari dopo Internet.

Ed allora assistiamo a trasmissioni in cui opinionisti presunti dotti, o peggio, disquisiscono dei più vari argomenti urlandosi spesso addosso e coprendosi a vicenda credendosi possessori della verità. La competenza come valore desueto e arcaico, quindi inutile.

Inevitabilmente questo pensiero mi porta ad un paragone con la società di ieri, mi riporta alla memoria i nostri vecchi, in cui era predominante l’analfabetismo e l’ignoranza,  eppure permeata da tanta saggezza e buon senso, forse, perchè c’era tanta umiltà? I vecchi lasciavano eredità di esempio, come dice il poeta, trasmettendo il rispetto per la terra e per il mare, insegnavano valori fondamentali come l’amore per la famiglia – il rispetto per i genitori, per le persone anziane che diventavano patrimonio di ogni casa in cui convivevano, insegnando ai giovani, proteggendoli, sorvegliandoli amorevolmente.

Non voglio fare il panegirico dei tempi andati. Certamente non erano rose e fiori, vita sacrificata e schiene spesso piegate dal duro lavoro, ma forse, vita più pulita, così come erano più puliti la terra, il mare, l’anima degli uomini.

Ed invece, con le debite e naturali eccezioni rivolgo il mio pensiero al tempo andato, quando la cultura era un bene primario. Perchè rispettare la natura è fare cultura, incoraggiare il lavoro delle mani degli artigiani che obbediscono al talento, creare una scuola in cui gli insegnanti vivono la loro missione con iniziative felici e non portare avanti soltanto un mestiere, è fare cutura, insegnare il rispetto e l’amore per una terra che abbiamo avuto in prestito, è fare cultura, aprire biblioteche invece che sale slot, è fare cultura.. e i nostri vecchi facevano cultura imparando dalla vita. Coltivavano la conoscenza delle cose, che non nasceva sui libri, ma vivendo una vita di grandi sacrifici facendo tesoro dell’esperienza, che unita alla umiltà “so di non sapere” diventava vera cultura da cui originano saggezza e buonsenso.

Mentre la sicurezza, la protervia, l’arroganza, frutto dell’ ignoranza unita alla totale mancanza di umiltà, di una non cultura, quella priva di esperienza, ci fanno assistere a spettacoli di superficialità, di insensatezza.

Ma se viviamo il  progresso e il relativo vuoto culturale, senza l’umiltà necessaria a crearsi dei dubbi per  porsi dinnanzi alle  circostanze della vita, soffocando saggezza e buon senso che ci hanno tramandato i nostri nonni,  allora significa che ci troviamo di fronte alla cultura della non cultura, cioè un inganno ideologico che in futuro  potrebbe arrecarci scenari terrificanti.

 

Nadia Farina

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