Il teatro, metafora della vita

Marina Coli è un’artista poliedrica, multiforme, unisce il talento per la fotografia, la musica e il canto alle capacità registiche e attoriali. La incontriamo appunto presso il Teatro “Bismantova” di Castelnovo ne’ Monti (R.E.), dove da più di un decennio tiene corsi di formazione teatrale o, come lei stessa meglio li definisce, officine narrative.

I suoi numerosi spettacoli e attività sono consultabili nel dettaglio sulla pagina www.marinacoli.it

Marina, cosa vorresti far sapere di te come prima cosa a chi ancora non ti conosce?

Una particolarità sul mio nome. Credo rispecchi benissimo il mio carattere: sono il mare.

Cioè?

Mi sento acqua del mare, adattabile come l’acqua. Questa adattabilità, che si intensifica col tempo, scorre naturale, è parte essenziale del mio carattere.

Immagino che l’adattabilità calzi bene col teatro…

Sì, molto. Presupponendo che il teatro è una grande metafora della vita, assolutamente sì. L’adattabilità è opportuna e rende anche un pochino più semplici le faccende della vita. Poi, è chiaro che adattabilità non significa arrendevolezza, anzi, io sono una guerriera, quindi difficilmente mi arrendo. Cerco in questa maniera di trasformare e magari risolvere i problemi; ecco, adattabilità uguale a trasformazione, alla capacità trasformativa propria dell’acqua, altro ingrediente essenziale per l’attività teatrale, e per la vita, essendone appunto la metafora.

Quando hai iniziato a vivere la metafora del teatro?

In realtà ho iniziato tardi, ma c’è correlato un episodio dell’età giovanile che ricordo ancora con molto affetto. Avevo circa quindici anni e partecipavo alla messa in scena di una narrazione che definirei “metafisica”, che se ben ricordo si intitolava “L’essere invisibile”. Mi avevano assegnato il ruolo di protagonista, nel quale di fatto non dovevo fare nulla se non attraversare il palcoscenico e dire tre battute, però ero la chiave di lettura di tutto lo spettacolo e questo mi aveva lasciato una piacevole sensazione. Si era aperta la porta a un pensiero, allora non chiaro. Anche al canto mi ero avvicinata in quel periodo.

L’attività teatrale l’ho iniziata in età matura, “nel mezzo del cammin di nostra vita”, si potrebbe dire. Quello che comunque mi ha sempre interessato, e che ho sempre cercato nella mia vita, anche con grande fatica in certi momenti, è stato poter esprimere la creatività.

E la creatività ha poi preso il sopravvento su tutto il resto…

Le ho lasciato spazio. Sono cresciuta in una famiglia legata ai modelli lavorativi tradizionali. In qualche modo cercavo di adeguarmi a questo, vista la mia adattabilità, però provavo sempre una grande inquietudine dentro, e una grande insoddisfazione. Sentivo sempre che c’era questa piccola Marina, questo piccolo mare di creatività che pulsava dentro di me; sono stati anni piuttosto bui devo dire, fino a quando mi sono dedicata di punto in bianco alla fotografia. Le mie esperienze lavorative sono state tante e tali da diventare le mie principali maestre di vita e anche di teatro. Poter applicare la creatività a un mestiere è stato decisivo per me.

Non è stato facile fare in modo che il piccolo mare potesse allagarmi completamente, perché ero circondata da una mentalità piuttosto rigida. Prima ho cercato di obbedire, poi ho iniziato a disubbidire.

Spudoratamente…

Spudoratamente!

Come Un’anarchica?

Sì esatto, un’anarchica. Disobbedendo, ho allagato me stessa con quel piccolo mare che poi è diventato e continua a essere un oceano. Pian piano mi sono sempre più avvicinata, per una serie di coincidenze, o apparenti coincidenze, a poter fare della creatività non solo il mio lavoro, ma la mia realizzazione. Per quel che riguarda i mestieri creativi, ho iniziato facendo la cantastorie, avendo alla base appositi percorsi di studio pedagogici, tenendo letture e piccoli spettacoli di narrazione nelle biblioteche. Ho cominciato con la formazione attoriale attorno ai 35 anni, seguendo corsi tenuti da registi anche noti a Reggio Emilia, dove ho vissuto per circa otto anni, Bologna e Milano.

Più avanti ho deciso di compiere il passo successivo, la formazione registica.

Così, ora vivo di questo mestiere, la teatrante. Pratico formazione teatrale in diversi contesti e luoghi, trovando che questo percorso in fondo sia sempre stato illuminato da un senso di responsabilità educativa, o ri-educativa: difficilmente io faccio teatro solo per far quattro risate, si può anche ridere sicuramente se l’intento è ironico, ma la spinta narrativa parte dal profondo, dalla profondità di questo ormai vasto oceano interiore; o ridendo, o piangendo, si va in profondità.

Sento di avere un ritorno in tal senso anche da parte delle persone che praticano teatro con me, lo fanno non per passare il tempo, ma perché hanno anche voglia di conoscersi un pochino di più. Questo dà luogo a una selezione, infatti non ho gruppi numerosissimi perché non tutti sono disposti a mettersi in gioco in questi termini. Ma al di là di questo, ci si diverte pure!

Qualcosa che vorresti dire in particolare?

Vorrei solo, così, congratularmi con tutte le persone che, con coraggio, decidono di vivere dedicandosi alla creatività. Che poi diventi anche un mestiere, è un atto di coraggio in più, è un plusvalore, perché è molto difficile. Però, siccome io credo negli atti seppur piccoli ma importanti e rivoluzionari, penso che nel mio fare, e nel fare di tante altre persone, anche sconosciutissime come può essere la sottoscritta, questo fare creativo che porta un senso di responsabilità e di amore verso l’umano, partecipi per lo meno a tentare di cambiare il paradigma di pensiero nei confronti della Vita per come ce la vogliono far credere.

 

 

Ivana Cavalletti

 

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