Il rinforzo.

Il rinforzo e l’antagonista sono gli strumenti psico-educativi più semplici e più utilizzati non solo nelle discipline psicologiche, ma anche in tutte le famiglie.

Il rinforzo, meglio conosciuto come “Rinforzo positivo“, è rappresentato da un premio o da una gratificazione elargita da un genitore o da un educatore al fine di incentivare in un determinato soggetto o gruppo, la ripetizione e/o l’intensificazione di uno specifico comportamento. «Se a tavola non fai i capricci, ti compro un buon gelato» è un esempio di una delle forme più comuni di rinforzo positivo che un genitore esercita sul proprio bambino. Le gratificazioni, naturalmente, non sono solo materiali ma anche, anzi soprattutto, psicologiche. «Sei stato proprio bravo a finire tutti i compiti da solo» è un esempio di rinforzo positivo di tipo verbale. L’antagonista, invece, meglio conosciuto come: “Rinforzo negativo”, è la sottrazione forzata di un elemento gradevole, ed è volta ad inibire in un soggetto o in un gruppo, una determinata azione, pensiero o sentimento. «Se non migliori la tua condotta scolastica, ti requisisco il motorino» è un valido esempio di “Rinforzo negativo”. «Nulla di nuovo» potrebbe affermare un genitore nel leggere questo articolo; se non fosse che, recenti ed approfonditi studi avessero portato alla luce il fatto che, un maggior impiego del rinforzo positivo a discapito di quello negativo, porterebbe a risultati notevolmente superiori rispetto ad un uso equiparato e sistematico dei due strumenti psico-educativi. Ma non solo! Un utilizzo eccessivo del rinforzo negativo a discapito di quello positivo, stando sempre agli orientamenti delle più note scuole di psicologia, produrrebbe, addirittura una condizione educativa estremamente labile e caotica.

In altri termini, questi studi inviterebbero tutti i genitori ed educatori a valorizzare il più possibile gli atteggiamenti adeguati dei loro figli (rinforzo positivo) e al tempo stesso consiglierebbero di utilizzare le punizioni (rinforzo negativo), solo ed unicamente a fronte di un comportamento oggettivamente grave.

L’etimologia della parola: “educare”, infatti, non a caso, significa portare fuori il meglio di se stessi; ciò significa che il meglio è già insito negli esseri umani sin dalla loro nascita, il dovere degli adulti dovrebbe essere “semplicemente” quello di “tirarlo fuori”; un compito arduo, ma che potrebbe essere facilitato dall’uso gratificazioni. A tale proposito, nel 2006, nel mio saggio “Infanzia e famiglia” scrissi: –Se mettiamo gli altri in condizioni di non esprimersi, questi saranno sempre ridimensionati, se invece diamo loro la possibilità di essere se stessi, lo saranno sempre e in ogni circostanza, mentre ancora se forniamo loro le condizioni congeniali per dare il meglio, allora ci sbalordiranno perché supereranno se stessi-. Pertanto, in conclusione possiamo asserire che, qualora genitori, educatori e insegnanti desiderassero profondamente che i propri ragazzi superassero loro stessi, allora farebbero bene ad essere generosi con le gratificazioni e parsimoniosi con punizioni e rinforzi negativi.

 

 

Antimo Pappadia

 

 

 

 

 

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