Sentire l’altro dentro

Empatia significa sentire dentro. La parola è stata coniata da Robert Vischer alla fine dell’ottocento. Il termine, inizialmente legato ad una concezione estetica, fu adottato dal filosofo tedesco Lipps che gli attribuì un significato filosofico. Da allora, special modo verso la fine dello scorso secolo, psicologi di fama internazionale come Howar Gardner e Gabriel Goleman, ma anche italiani – si ricordi Federico Fortuna e Paolo Albiero – hanno dato un apporto importante allo studio di una virtù umana che, di fatto, è considerata una delle colonne portanti su cui poggia non solo la psicologia moderna, ma anche tutte le altre scienze umane. Una assenza totale di empatia porta all’alessitimia, termine derivato dal greco per indicare una “mancanza di parole per esprimere emozioni”, ovvero un deficit della consapevolezza emotiva. ll nome venne divulgato per la prima volta nel 1976 alla XI Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche.

L’empatia, cioè la capacità di comprendere le emozioni,   è una dote imprescindibile non solo per psicologi, sociologi, educatori e insegnanti, ma per qualsiasi persona desideri avere rapporti interpersonali profondi e non solo. Una scarsa capacità empatica, anche se non raggiunge una forma di alessitimia conclamata, può avviare un individuo verso un isolamento emozionale. Chi ha, infatti, una scarsa capacità empatica, non solo trova difficoltà a capire ciò che provano gli altri, ma fa anche molta fatica a comprendere le proprie sensazioni. Un esempio di questa tipologia di persone ci viene fornito dai gruppi di auto-aiuto vicini agli alcolisti o tossicodipendenti che alla domanda «perché lo fai?» spesso non sanno attribuire alcuna risposta. Anche quei ragazzini che buttano le pietre dai cavalcavia, spesso appartengono a questa categoria. Essi, non riconoscendo l’aggressività che hanno accumulato nel loro animo e confondendola con la noia, la estrinsecano nei peggiori dei modi.

In merito all’empatia si è parlato tanto ed è sufficiente digitare tale parola su qualunque motore di ricerca, per essere travolti dalle informazioni, pertanto credo sia opportuno aggiungere solo una breve riflessione nella speranza di fare ulteriore chiarezza in merito ad un concetto che resta meno semplice di quanto possa sembrare in apparenza. Spesso sento “esperti” parlare dell’equilibrio che ci deve essere tra empatia e distanza professionale. Addirittura nei corsi di aggiornamento molti docenti, sempre “informatissimi” sulle ultime sperimentazioni, sottolineano che per salvaguardare la serenità dell’operatore sociale è necessario “non essere troppo empatici” ed esortano a cercare la cosiddetta “ giusta distanza professionale” tra sé stesso e l’altro. Chi come me è della “vecchia scuola” e ha una formazione fondata più sulla relazione piuttosto che sulla tecnica non crede che sia così. Chi pensa che un eccesso di empatia porti a fondersi con le problematicità degli altri, confonde l’empatia con l’identificazione. Sono due concetti diametralmente opposti. Sì proprio così: diametralmente opposti. L’empatia, infatti, rappresenta proprio lo strumento fondamentale per distinguere l’identificazione del proprio sé con quello dell’altro e ci aiuta a proteggere il nostro Io da qualsiasi contagio emozionale. Una cosa è comprendere quali emozioni sta esperendo, un alunno, una persona bisognosa o un cliente, un’altra è lasciarsi contagiare da quelle sensazioni e reagire come se quella stessa cosa stesse succedendo a noi o ai nostri cari.

 

Antimo Pappadia

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