“COMPETENZE”

Nel numero del 01 Luglio ho argomentato come, aldilà della polemica politica contingente, il declino della Politica in Italia richiederebbe oramai di cominciare a “ri-costruire” energicamente, non fidandosi solamente dell’operato dei Governi, ma ri-generando una “passione critica” diffusa. Entro quest’opera di “ri-costruzione” e di “critica”, hanno un ruolo importante la “meritocrazia” (numero del 15 Luglio) e il riconoscimento delle “competenze” (numero odierno) … un ruolo così apparentemente “ovvio”, però, che parte dei ragionamenti che facciamo in proposito  risultando fallaci.

Non si possono, ad esempio, stabilire giurati e commissioni in ogni dove, al fine di stabilire equamente “chi meriti”, perché ciò partorirebbe un’immensa burocratizzazione delle attività sociali, con il rischio, inoltre, che le competenze “documentabili” come quelle teoriche (“conoscenze”) vengano sopravvalutate rispetto alle competenze tipicamente “non-documentabili come la motivazione, la resistenza, addirittura l’insistenza!

La mancata valorizzazione delle Competenze, aldilà della retorica dei “cervelli in fuga” (in una società globalizzata, è normale che si vada via dall’Italia, come è normale che l’Italia sia attrattiva per altri), rappresenta un’occasione malamente sprecata, per ignoranza, inconsapevolezza o dolo. E’ per tale motivo che si è scelto di illustrare l’articolo con un’immagine volutamente (e scherzosamente) sopra le righe:

https://it.wikipedia.org/wiki/La_morte_di_Marat .

 

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Se accettiamo la tripartizione delle competenze in “teoriche” (sapere), “pratiche” (saper fare), “sociali” (saper comportarsi in società), possiamo ben immaginare che il profilo di un dirigente, di un politico, di un artista, ma anche di un “normale” lavoratore, richiedano una presenza equilibrata di tutti i fattori suddetti. Si deve andare pertanto ben oltre il “titolo di studio”, anche perché, entro certi limiti “sapere”, “saper fare” e. soprattutto, “saper comportarsi”, possono essere potenziati nel tempo, attraverso la formazione al lavoro e attraverso l’evoluzione del carattere. Ciò evidenzia la possibile e augurabile integrazione fra Scuola (compresa l’Università), per il “sapere”, e Lavoro, per il “saper fare”, mentre per quanto riguarda il “saper comportarsi” incide un po’ tutto, dalla famiglia alla scuola, dal lavoro ai buoni corsi frequentati anche a proprie spese.

Fondamentale è però l’integrazione delle Competenze (mi cito: “una presenza equilibrata di tutti i fattori suddetti”), che, per quanto mi consta, vive anche e soprattutto di un’eventualità “fortunata”: incontrare, nel proprio percorso, dei buoni Maestri.

Purtroppo, questa eventualità rischia di diventare non solo “fortunata”, ma anche “improbabile”. Come si sa, in molti mestieri si è persa la funzione e l’importanza della “bottega”, e ciò che viene chiamato “apprendistato” si presenta oramai come un’opportunità per ragazzi “resistenti alla Scuola”. Ma è nella formazione delle classi dirigenziali, in azienda e in politica, che maggiormente si sente la mancanza di “buoni Maestri” … giacché in azienda le carriere sono diventate particolarmente “capricciose”, ed i manager “scappano” da un progetto all’altro, all’inseguimento del soldo, o di imprevedibili “grane”, non avendo il tempo materiale per lasciare una traccia (e quindi: per passare da “manager” a “leader”), mentre in politica ci si circonda non di nuove leve (che potrebbero rubarti il posto!), ma di servitori zelanti, che vengono cooptati entro cordate pluriennali, che una volta si chiamavano “correnti”, ed infine premiati in base a un principio pressoché esclusivo di canina fedeltà.

E’ abbastanza ovvio, a questo punto, che il “servo di partito”, diventato “qualcuno” non per meriti, ma per servizi resi, potrà mantenersi nella sua posizione replicando il modello, ovvero contornandosi di follower compiacenti, ma soprattutto dispensando “piccoli favori” alla Società civile.

Insomma, carriere “servili” e “favori” a pioggia alla Società civile convergono finalmente in un unico obiettivo finale, in parte consapevole ed in parte inconsapevole agli stessi attori sociali (quando “tutti fanno così”, quel che si fa diventa “normale”): mortificare e negare ogni forma di Competenza.

Io stesso, come autore di testi e musiche per il teatro sociale e d’avanguardia, ho avuto modo di constatare come, semi-sparita la figura dell’Impresario (che era magari uno “sfruttatore”, ma era comunque un intenditore e ci metteva del suo: tempo, denaro e anche passione), essendo l’arte ampiamente dipendente dagli assessori alla cultura e dai loro “operatori culturali”, ciò equivale ad andare ad esporre e trattare con persone che non hanno la minima competenza artistica … e che se sono “in buona fede”, distribuiscono soldi a pioggia per non scontentare nessuno … se sono “in malafede”, erogano agli amici, o addirittura creano bandi ed occasioni sapendo già a chi destinarli.

In tutto ciò, prevale un principio: “Tanto il pubblico non capisce niente”.

E vorrei vedere che capisca!

Dopo decenni passati ad ammannire qualsiasi cosa, purché rendesse soddisfatti il Sindaco, l’Assessore, l’Operatore culturale e l’Artista-amico, il gusto del Pubblico si è finalmente corrotto.

Anche quando si partecipa convintamente ad un evento culturale, magari tipicamente “sociale” (e quindi basato su “nobili ideali”, come, per esempio, l’accoglienza o il contrasto alla violenza di genere), quasi nessuno si chiede, aldilà degli intenti filantropici, se l’artista sia riuscito a dare dignità formale alle tematiche affrontate (il valore artistico è dato dalla forma, non dal contenuto!).

Insomma, la mortificazione pluriennale delle competenze crea, a lungo andare, la morte delle stesse. E quindi anche la rappresentazione iperbolica che ho scelto, ovvero la morte di Marat, potrebbe essere meno esagerata di quanto sembri.

* * *

Insomma, nella Politica, nell’Arte asservita alla Politica, ma, in misura minore, in ogni aspetto della vita sociale (Lavoro, Università, Magistratura), vige un principio di degrado, ma anche di aggressione violenta ai competenti (sebbene silenziosa), che venne ben descritto da Norberto Bobbio:

“In uno Stato capitalista degenerato come il nostro, il pubblico diventa privato; lo stesso stato diventa un’immensa azienda privata le cui gigantesche risorse sono utilizzate per favorire certi gruppi di potere piuttosto che altri, per ottenere attraverso la conservazione e l’aumento delle clientele, la legittimazione a governare. Chi è padrone del sottogoverno è padrone del governo: per questo mi è accaduto di dire che l’Italia non è governata, ma in realtà è sottogovernata, governata “da sotto”, da un potere sottostante, si tratta di una vera e propria sottostruttura che sorregge una sovrastuttura labile e soggetta a frequenti mutamenti. Il governo passa, il sottogoverno resta» (p. 56).

(Che si tratti di un’aggressione “violenta” ai diritti delle cittadinanza, e pertanto alla vivibilità di ognuno di noi, emerge anche dal fatto che questa notazione di Bobbio compare in un libro dedicato apparentemente ad altri temi, ovvero ad una ben conosciuta a una tragedia criminale e sociale: La strage di Piazza della Loggia (Morcelliana, Brescia 2014).

Nel mio piccolo, composi una piccola poesia in rima sull’argomento, che uscirà pubblicamente con il mio prossimo libro di poesia “sociali”: “Novanta”, ovvero 90 poesie sulla “crisi”: una “crisi” economico-sociale che ci ha impoveriti e impauriti. (E non a caso, nella tombola “commentata”, un classico del Centro-Sud, “la paura fa Novanta”! .)

 

AI SERVI DI PARTITO

Ai servi di partito dar del servo,

credetemi, fratelli, non ha prezzo,
già schiumano di rabbia in un olezzo

che rende incommestibili alle belve.

Si sono illusi che passasse indenne

l’ondata popolare di ribrezzo,
ma ormai dargli dei servi sia quel vezzo

che li accompagni sempre nell’odierno.

A volte è una goduria uscir di senno,

sapendo poi toccare qualche nervo.

In nome di me stesso e della gente,

ai servi di partito do del servo.

 

Gianfranco Domizi

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