Tiziano e la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia

Questo il titolo della mostra, stampato sulla brochure come un nastro che attraversa il bellissimo corpo del Cristo risorto di Tiziano il cui braccio sinistro si insinua, divino e umanissimo, tra la N e la O di fine parola.

Questa la promessa annunciata ad una ingenua, ma non troppo, come me, che già comunque sapeva che quel Cristo mai e poi mai l’avrebbe trovato Al Museo di Santa Giulia perché facente parte del polittico Averoldi della collegiata dei Santi Nazaro e Celso.

Ergo, per chi vuole vederlo in tutto il suo splendore, deve necessariamente recarsi in corso Giacomo Matteotti, sempre a Brescia, comunque.

Qui potrà ammirare il capolavoro di un giovane Tiziano, datato 1522, e commissionato da Altobello Averoldi, nunzio apostolico a Venezia. E’ un polittico composto da cinque tavole raffiguranti il Cristo risorto (quello della copertina della brochure, per intenderci), i Santi Nazaro e Celso, San Sebastiano con lo stesso committente Altobello Averoldi, e l’Annunciazione a Maria, divisa in due parti : l’Angelo annunciante a sinistra, e la Vergine a destra.

Bene e allora? Mi si chiederà. Dove sta la promessa mancata?

Ma nel titolo, naturalmente. Un richiamo a visitare una mostra che del Tiziano presenta solo quattro opere e, mi perdoni il magnifico pittore, non delle più belle : due ritratti, quello di Tommaso Mosti e di Gian Giacomo Bertolotti, la Madonna con bambino dell’ Accademia Carrara e la Madonna con bambino e San Rocco del Prado. Quest’ultima di certo meritava e mi ha in parte ripagato della delusione.

Certo, nel percorso museale, le opere esposte degli altri artisti che furono influenzati dal Tiziano, quali il Moretto, il Savoldo, il Romanino, mi hanno riempito comunque gli occhi di bellezza.

Avrei però voluto sentire aleggiare tra le sale lo spirito dell’artista e coglierne tutta la sue umanità, e non soltanto quell’eco suscitato dal suo genio presso i maggiori pittori bresciani del tempo.

Cogliere la pressione delle dita di quel genio bulimico e spilorcio, osannato dagli imperatori che si chinavano a raccoglierne i pennelli, mentre sfregava la materia per creare Maddalene dal fascino carnale.

Niente di tutto ciò, però ne ho ricevuto uno stimolo in più a rivedere il polittico e soprattutto quel San Sebastiano, descritto da Jacopo Tebaldi in una lettera al duca di Ferrara con queste parole:

“…Heri fui a veder la pictura di Sancto Sebastiano, che ha fatto magistro Tiziano, et vi trovai multi de questa terra, quali cum grande admiratione la vedevano, et laudavano, et epso disse a tutti noi, ch’eravamo ivi, ch’el’era la megliore pictura ch’el facesse mai”.

Da ciò ne era seguito il tentativo di circuire il Tiziano affinché cedesse l’opera al duca, tentativo però , alla fine, non riuscito. Pare addirittura che si volesse ricorrere al furto dell’opera ai danni dell’Averoldi, separandola dal polittico stesso, col rischio di una crisi diplomatica. L’avidità dell’uomo resta nel tempo inalterata.

Ma tutto è bene quel che finisce bene, per cui, se si voleva ammirare quel capolavoro, bisognava farlo in loco e in toto.

Come oggi.

Così anche io, alla fine, ho dovuto abbandonare, e non a malincuore, il bozzetto, in bianco e nero, dell’opera, esposto in Santa Giulia e correre ad ammirarne la realizzazione nella chiesa di Nazaro e Celso.

Qui, davanti alla pala d’altare, non avevo occhi che per lui, quel San Sebastiano tanto conteso e ho potuto cogliere di nuovo il gusto di Tiziano per la torsione del corpo, di derivazione michelangiolesca, che ne esalta l’eroica anatomia scultorea.

Se lo scopo della mostra era quello di creare rimandi, stimoli…echi, allora l’obiettivo, per quanto mi riguarda, è stato raggiunto. Per cui ricaccio indietro la mia delusione e mi riappacifico con i suoi curatori.

 

Annabruna Gigliotti

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