“MERITOCRAZIA”

Nel numero del 01 Luglio ho argomentato come, aldilà della polemica politica contingente, il declino della Politica in Italia richiederebbe oramai di cominciare a “ri-costruire” energicamente, non fidandosi però solamente dell’operato dei Governi, ma ri-generando una “passione critica” diffusa.

“Passione critica” è almeno parzialmente un ossimoro, in quanto descrive, contemporaneamente, la passione necessaria per aderire a un progetto e sostenerlo, e la capacità di accompagnarlo con la “critica” sistematica, ovvero con la capacità di ricredersi, quando la storia e la cronaca lo richiedano, perché il progetto, magari, si sta confutando da solo! (Insomma, meno partigianeria, e più tensione civile “diffusa”.)

Sarebbe quindi necessario un circolo virtuoso che, a partire dalla tensione civile “diffusa”, riattivi competenze e meritocrazia …

… e, reciprocamente, che dal riconoscimento delle competenze e della meritocrazia possa ri-crearsi una maggiore (e più diffusa) tensione civile.

Ri-costruire, insomma.

Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica: la “meritocrazia” (argomento di questo numero) ed il riconoscimento delle “competenze” (argomento del prossimo) devono essere essi stessi oggetto di critica …

… giacché proprio dove sembri esserci un accordo universale (chi non desidererebbe maggiore “meritocrazia”?), si annida probabilmente un concetto solo apparentemente nitido.

Affermiamo preliminarmente che nella vita, e soprattutto nelle nostre vite entro il sistema capitalistico maturo, la meritocrazia dovrebbe essere elemento fondante della mobilità sociale: insomma, “chi merita” dovrebbe salire nella scala delle ricompense onorifiche e in denaro, a danno di “chi non merita”. Tuttavia, basta parlare con qualcuno del tema, per accorgersi di una circostanza sconcertante: tutti sono convinti che in una società “meritocratica” sarebbero maggiormente ricompensati!

Ma a danno di chi (se tutti pensiamo di avvantaggiarcene)? Gli “immeritevoli”, in buona compagnia, del resto, con gli stupidi, i volgari, i disonesti, ecc., ecc., sono sempre gli altri!

Ma la vita, lo sappiamo, non funziona così.

Sterminato l’elenco degli “immeritevoli” assurti a posizioni di prestigio e di responsabilità per caso, raccomandazione, o servitù di Partito. Discendendo la scala degli onori, anche le occupazioni banali  vengono assegnate “secondo le amicizie”, e non secondo quei principi di dedizione, efficacia ed efficienza che creano nel tempo il benessere delle Comunità. Dovunque non ci sia né una selezione del Personale, né un concorso, è facilissimo “imbucare” qualcuno, o farsi “imbucare”.

Tuttavia, è ben noto che anche le selezioni del Personale aziendale (in un contesto, cioè, in cui la meritocrazia sembrerebbe fondamentale, affinché l’organizzazione possa muoversi agevolmente alla ricerca del profitto) ed anche i concorsi possano essere “contaminati” o “truccati”; analogamente per gli incarichi universitari, entro cui ci aspetteremmo veramente delle “eccellenze”, che formino a loro volta ulteriori “eccellenze”.

Ma facciamo l’avvocato del diavolo.

“Farsi raccomandare” non è, per certi versi, un “merito”? Chi è “arrivato” non ha forse dimostrato di “saper chiedere” (senza inutile orgoglio), di saper sgomitare, di saper attivare intrepide risorse motivazionali per “auto-promuoversi”?

Sembra un ragionamento capzioso?, ma lo è solo in parte.

Io stesso negli anni Ottanta ho fatto parte di una prestigiosa Scuola di Cinema privata, dalla quale sono emersi alcuni registi tuttora attivi.

Non so se i ricordi che ho dell’epoca siano completamente veritieri, ma ho comunque la nitida impressione che circa metà degli “arrivati” fossero effettivamente più brillanti di altri, ma l’altra metà avevano un “dono”: quello di recarsi ogni mattina negli Studios per offrire caffé e cappuccini, chiedendo di cominciare la professione con un piccolo ruolo organizzativo.

In questi casi, la raccomandazione o la servitù di Partito non c’entra: la prima metà aveva il dono delle idee (sapeva scrivere sceneggiature brillanti, e sapeva “farle vivere” ai produttori), i secondi il dono dell’insistenza, della resistenza e della persistenza.

(Per la cronaca, io non avevo nessuno dei due, o forse avevo il primo dei due, ma rifiutavo, sbagliando, di competere con gli specialisti del caffè-o-cappuccino: un atteggiamento stupidamente aristocratico che nella vita non paga mai. E quindi, terminata la Scuola di Cinema, mi dedicai giustamente ad altro.)

Ma supponiamo invece che le cose, “per spirito di giustizia” debbano andare altrimenti: come sarebbe fattualmente possibile costruire e “ri-costruire” una Società maggiormente a misura di coloro che hanno idee brillanti, anticonformiste e lungimiranti?

Sarebbe forse necessario che per ogni sceneggiatura, per ogni progetto, per ogni idea, ci fosse a disposizione una “commissione giudicatrice”, capace di distinguere i “veri talenti” (che ovviamente siamo noi!), dai meri “insistenti”, o addirittura “leccaculo”. Ma chi sceglierebbe queste commissioni giudicatrici? Quali inoppugnabili competenze sarebbero necessarie per poterne fare parte? Ed i membri non potrebbero essere essi stessi “contaminati” da pressapochismo, narcisismo, interessi personali, disonestà e servitù? E soprattutto: ci rendiamo conto di quale effetto de-motivazionale si riuscirebbe a sortire su quelli-che-sgomitano, che plausibilmente sono la maggioranza? Infine: siamo sicuri che QUESTO sarebbe un sistema finalmente “giusto”, e che l’insistenza, la resistenza e la persistenza siano pertanto “doti” che non servano alla Società?

https://www.rockol.it/testi/3006134/lucio-dalla-il-coyote .

Del resto, anche il ben noto aforisma attribuito a Oscar Wilde: “Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza”, ci fa capire benissimo che non solo gli iper-motivati (come il coyote di Dalla e Roversi), ma anche i cretini abbiano una funzione, un merito, una competenza …

… mettere alla prova le “stelle”, ovvero coloro che sono convinti, a torto o a ragione, di avere grandi idee!

Insomma, per quanto riguarda i “meriti” individuali, devono essere sopravvalutati, perché, se così fosse, gli effetti sulla Società potrebbero essere addirittura peggiorativi. E’ anche vero, però, che laddove esistano “commissioni” di varia natura, il fatto che siano il più possibile “emendate” da  pressapochismo, narcisismo, interessi personali, disonestà e servitù, sarebbe comunque di grande utilità, per non demotivare I portatori di idee (“le stelle”).

Per quanto riguarda invece i “meriti” dei gruppi sociali, il discorso sarebbe così complicato, che ve lo risparmio, e me lo risparmio: se in una Società (e/o in una Società del capitalismo maturo, come la nostra) debbano essere maggiormente incoraggiati e premiati gli imprenditori, gli operai, gli agricoltori, gli sportivi, i magistrati o gli attori, ecc., è quesito veramente improbo per un articolo, ma di massimo rilievo per quanto riguarda il mondo in cui vorremmo vivere. Una cosa però la sappiamo: che la Politica attuale e il mondo dei “media” hanno quasi completamente chiuso la porta alla validità intrinseca delle idee.

Ma è un fenomeno largamente previsto, e che in definitiva ha a che vedere con una pulsione comprensibile: quella di “volersi” e “sapersi” rispecchiare nei mediocri (politici, mediatici, televisivi), perché sono, massì, come tutti noi, più che in un’aristocrazia del pensiero troppo inevitabilmente lontana:

https://it.wikipedia.org/wiki/Fenomenologia_di_Mike_Bongiorno .

 

Gianfranco Domizi

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