“Intevista a Giuliana Golinelli in Valentini, (trascrizione integrale) 2 parte: FASCISMO E ANTIFASCISMO VISTO CON GLI OCCHI DI UNA BAMBINA”

La zia Peppina dice:

“Qui bisogna di nuovo dividerci …”

Ma io non volevo dividermi da lei e poi non mi sembrava bello che noi andassimo al sicuro e lei invece rimanesse da sola.

Partì allora mia nonna Maria con mia cugina e io rimasi con zia,“la staffetta” … in un fabbricato adiacente alla fornace. All’epoca non lo sapevo … Vedevo un via e vai

di ragazze che andavano al bagno, tutte con quelle scarpe ortopediche.

Cioè … avevano la zeppa, e sotto la gomma della zeppa, c’era il buco dove nascondevano i messaggi.

Nel frattempo, alla fornace, il primo piano, era stato adibito ad abitazione, con due camere, mentre sotto era rimasta fornace.

Zia, un giorno mi dice che devo seguirla alla fornace, perché non potevo stare sola, del resto non mi lasciava mai sola, neanche per andare in bagno.

Così vado con lei e quando arriviamo, stavano cucendo delle fasce da attaccare al braccio, attaccavano dei laccetti; le fasce portavano la scritta CLN, Comitato Liberazione Nazionale. Poi c’erano tanti, tanti volantini …

Io da bambina ero molto gracile, tanto gracile che mi avevano fatto un bustino per tenermi su e quel giorno mia zia di disse:

”Giuliana togliti il bustino …”

Mi tolsi il bustino e mi piazzarono bene, bene, tutto il materiale, fasce e volantini, e poi mi richiusero il bustino e mi dissero dove dovevo andare.

“Non avere paura eh?!”

No no … io avevo si paura, avevo paura dei tedeschi.

Fin quando c’era stato l’austriaco, l’attendente Plum, ero tranquilla, parlavo con lui, c’era una sorta di fiducia, perché lui mi parlava sempre della figlia …

Nella notte poi erano arrivati due panzer, i carri armati tedeschi, i più grossi che c’erano, e si erano nascosti proprio sotto l’arco della fornace. Proprio lì c’era la scala che saliva nelle stanze dove si preparavano i volantini e le fasce.

Esco. Dovevo percorrere il corridoio, e proprio in quel momento iniziano i bombardamenti. Lo spostamento dell’aria mi fa cadere di sotto. Il tedesco che stava di guardia, quando vede che cado, mi prende in braccio al volo.

Io l’ho guardato, terrorizzata e ho iniziato a dimenarmi, per svincolarmi, e lui mi ha appoggiato a terra …

Ho fatto un fugone, ma un fugone …che Mennea …

Addosso ero vestita di volantini … Sono saltata in un attimo dall’altra parte.

E’ stata bella grossa la paura che ho avuto, devo dire, veramente tanta, che qualsiasi cosa poi nella vita … in confronto…

Ogni volta mi sono sempre detta “ce la devo fare”.

In merito ai fascisti …

Sempre a Lavezzola, Zia Mariuccia aveva due figli maschi e una femmina, uno era un partigiano e l’altro portava la camicia nera.

Quello, il fascista, aveva una bella moglie ma non avevano figli e allora veniva lì da nonna Gasperona e chiedeva di potermi portare a casa da loro, con la scusa che avevano una bella casa e tanto posto.

La nonna gli rispondeva che io stavo bene lì con lei e rivolgendosi a me, mi diceva:

“Vero Giuliana che stai bene qui?”

Io rispondevo subito “ Si, si, sto bene e mi diverto!”

Non ci volevo andare con loro, sapevo da che parte stavano.

Lui però insisteva e mia nonna a un certo punto dovette cedere e mi disse di andare con la promessa che era solo per una notte.

Quella sera, la moglie, mi fece vedere una valigia piena di indumenti intimi di pizzo.

“Vedi, quando sarai grande dovrai mettere questi indumenti … “

“Si, si, Ines… Ma adesso neanche si trovano queste cose.”

Mi fecero dormire sul divano, un grandissimo divano, o ero io che ero piccola …

Per coperta mi aveva dato il cappotto del marito con le targhe del fascio … Mi giravo e mi rigiravo ma mi trovavo sempre questi stemmi sulla faccia. In quella casa poi non potevo parlare, non potevo far niente, eppure lei litigava sempre perché mi voleva li, aveva tutto ma non aveva figli, mentre noi avevamo perso tutto …

(Un colpo di tosse di Giuliana) “Aspetta che prendo un bicchiere d’acqua che mi sono andati di traverso i fascisti!”

Uno di quelli, fascista, tutte le volte che passavo mi diceva:

“Ah romanina … va a mori ammazzata …”

Mi diceva sempre delle parolacce.

A mio zio lo raccontavo: ” Quello lì è proprio un maleducato, mi dice sempre le parolacce!”

“ E tu che gli rispondi?”

“Niente…” dicevo io.

“Non rispondergli mai. Guarda, se vuoi mettere in imbarazzo una persona, non rispondergli. Lo annulli.”

Però io ce l’avevo in mente. Eccome.

Quando è finito tutto, un giorno sul tram, il 12 non te lo vedo in faccia?! Tiro mio padre per la giacca.

“Papà, lo vedi quel signore là?”

Era il momento per rispondere. Ma mio padre non fece in tempo ad alzare la testa, che era già sceso di corsa.

Tornando indietro coi ricordi, in quella casa dove abitavamo, in Campotto, località detta i due ponti, e dove i tedeschi avevano stabilito il loro comando, ricordo che un giorno, dovevo andare a prendere qualcosa; entro e chiedo il permesso per prendere appunto una cosa.

Nel mentre vedo che l’attaccapanni si era sganciato, proprio dove mio zio aveva nascosto delle carte, una sera, senza accorgersi che l’avevo visto. La punta di quei fogli spuntava e così ho preso subito una giacca che era lì appesa, velocemente ho sfilato  e preso la busta che spuntava e l’ho nascosta dentro alla giacca. Mi sono rigirata velocemente ringraziando e me ne sono andata di corsa.

Quei fogli erano tutta la planimetria di tutti i rifugi dove stavano i partigiani!

Io non sapevo niente, però avevo avuto un’immediata percezione, forse la scuola di mio zio. Eh già, io mi buttavo nelle situazioni.

Mio zio mi aveva insegnato. Vivere con loro era un insegnamento.

In quella casa, ad Argenta, venivano i partigiani, lì portavano la stampa, la suddividevano, e ricordo che mia nonna Gagiona si arrabbiava tanto … Come si arrabbiava anche con la nuora, “Guarda quel cretino lì…” Diceva. C’era uno che si faceva il pacchetto e se lo metteva nel portapacchi, dietro alla bicicletta.

Io stavo in mezzo al fuoco, fra mia zia e nonna. Era tremendo, c’era molta tensione perché eravamo continuamente a rischio.

E sempre di più.

Tornando alla casa in Campotto. La situazione stava peggiorando e mia zia un giorno mi disse che non potevamo più dormire li, dormivamo nella

cantina della casa. I tedeschi si appoggiavano alla finestra per caricare il fucile …

E allora siamo andati a dormire in un porcile, dividendolo e pulendone una metà. Lì ci abbiamo fatto qualche notte e ricordo che non c’era tempo di far nulla. Neanche di mangiare.

I ragazzi partigiani venivano di sfuggita, passavano un minuto e poi scappavano. Mi avevano insegnato a fare per loro la crema, però non c’era il latte e non c’erano neanche le uova. Si usava il barattolo di latte condensato, era una barattolo rosso che ricordo ancora, e le bustine di ovolina; io aggiungevo l’acqua e tenevo questa crema pronta per loro. La mangiavano e poi se la squagliavano.

Poi sono iniziati i rastrellamenti, nella zona, buttavano i bengala e poi rastrellavano. Correvamo tutti come matti, ma io avevo le gambe piccole e allora mi prendevano e mi lanciavano da uno all’altro. Ero ventitre chili.

Rastrellavano perché stavano preparando la ritirata. Nelle famiglie erano rimaste in casa praticamente solo le donne e i bambini. Ricordo che i tedeschi ci fecero andare tutti sotto la scala della casa della fornace. E poi minarono tutto il camino, la ciminiera, altissima.

Dissero che avevano messo tante mine per ammazzarci tutti. La verità …

Non so ma la loro missione fallì.

Non so cosa successe, i tedeschi erano in ritirata, l’esplosione non ci fu, e noi dal di dentro buttammo giù la porta.

Sono stati momenti terribili … Quando ci ripenso mi dico… Ma ce l’ho fatta io? Davvero?

Nell’insieme poi di tutte le mie vicende su in Romagna, io vivevo anche con il desiderio fisso e grande di tornare a casa, a Roma, di vedere e abbracciare mia mamma e mio papà.

E ne combinavo tante per tentare di tornare a casa, e anche per sapere come stavano.

Loro erano riusciti a mandare un telegramma con scritto:

“Senza casa ma salvi.”

Era tutto quello che sapevo.

Ad Argenta, passavano i treni dei deportati, ma noi non lo sapevamo, a noi dicevano che erano lavoratori, strillavano perché avevano fame … così, io delle volte prendevo il pane da zio e lo portavo alla stazione. Lo tiravo nei buchi.

Lo zio poi, mi disse:

“Giuliana, è bello quello che fai, ma non possiamo permettercelo, noi dobbiamo pensare a quelli che stanno in valle.”

Andavo sempre in piazza per vedere se c’era qualcosa di nuovo, e una volta mi fotografarono in bicicletta, e io chiesi subito, perché?

Mi risposero che facevano una raccolta fotografica di ragazze, ma io mica ero una ragazza …

In piazza poi iniziarono ad arrivare dei pullman da Roma e io andavo in piazza perché si fermavano.

Erano tutte le famiglie di quelli della brigate nere che venivano su, perché gli uomini erano già su e così si ricongiungevano.

“Venite da Roma … ma Roma com’è?”

Dico all’autista.

Mi si stringeva il cuore, tanto il desiderio di abbracciare i miei genitori.

“Digli di venire su no?” Mi rispose l’autista.

“Guarda ti do l’indirizzo dove devi scrivere, tu scrivi, ti do l’indirizzo io…”

Scrissi una bella lettera:

“Potete venire benissimo tranquilli, c’è il pullman che porta persino in piazza.”

Loro ricevettero la lettera, perché l’autista a Roma l’imbucò.

Io andavo sempre in piazza ad aspettare i pullman e volevo parlare con loro… sapere.

Fino ad un giorno in cui arrivò un battaglione che si stava recando alla RSI. Si misero tutti in fila, e io che stavo lì, fui presa e mi misero in mezzo.

“Tu sei la nostra mascotte!”

Sono stata lì, dovevo stare lì per forza, in mezzo, al centro. Non feci niente, ero immobilizzata.

Smisi di andare in piazza.

Papà poi, alla fine, dopo la liberazione, riuscì a venire su per portarmi a casa… Però, dopo due tre giorni di permanenza durante i quali incontrò tutti i suoi compagni, mi disse:

“… Giuliana, non ti porto a casa a Roma perché ho deciso di scendere, prendere la mamma e restiamo su, tutti insieme.”

“No. Io voglio venire con te, voglio vedere mia madre …poi se vuoi torniamo su insieme.”

Mia mamma s’imputò anche lei e lo fece tornare a prendermi.

Partimmo così per Roma. Ci sono voluti giorni per arrivare.

Da Argenta con un camioncino arrivammo a Faenza e a Faenza ci portarono in caserma per lo smistamento. Per due notti dormimmo in uno stanzone, tutti per terra. Al terzo giorno ci portarono alla stazione e ci misero sulla tradotta. Ci consegnarono una lattina di gallette e papà aveva rimediato una bottiglia d’acqua.

Per arrivare a Roma ci mettemmo tantissimo, ogni tanto il treno si fermava, scendeva gente…

Quando sono arrivata e ho visto mamma, ci siamo messi a piangere tutti e tre.

Loro, quando Roma fu bombardata nel luglio del 1943, avevano dormito sulle macerie perché arrivavano gli sciacalli e loro cercavano di recuperare qualcosa da portare in cantiere dove lavorava papà e dove si erano accampati.

Lavorava ai Parioli e lì ci abitava un attore, Luigi Pavese. La moglie, gli portò una tazzina di caffè e un po’ di pane.

Poi finalmente ebbero un po’ di fortuna perché l’ingegnere del cantiere, gli offrì casa. Considerato il momento, avevano deciso di andarsene. Così, mio padre e mia madre, dalle macerie andarono a vivere nell’appartamento di servizio di questa villa a Monte Sacro.

L’ingegnere inoltre gli disse che di qualsiasi cosa avesse avuto bisogno potevano rivolgersi all’amministratore oppure, scrivere direttamente a lui.

L’ingegnere prese tutta la sua famiglia e andarono al sicuro in Svizzera conoscendo mio padre come persona onesta gli lasciò la casa.

La villa era su tre piani, mamma e papà stavano nel piano sotto, e l’amministratore affittò poi il piano sopra.

C’era un giardino bellissimo. C’era la pineta e il campo da bocce.

Quando io sono arrivata, sono andata in questa villa. Sono passata anche io, da una porcilaia ad una villa.

Mamma apriva le porte per dare un po’ d’aria, e nel corridoio sopra, vede un quadro con raffigurata una brutta bambina così decide di toglierlo. Lo mette sotto un divanetto. Un giorno viene l’amministratore e dice:

“Ma signora lì c’era un quadro …”

“Chi, quella brutta bambina? Si quella brutta bambina … sta là sotto, non la potevo guardare!”

“Ma signora che dice … Quello è un Picasso!”

E’ stato un bel rientro, anche se poi c’era solo un letto matrimoniale, ma mio padre mi aveva fatto una branda di tela inchiodata a un cavalletto, tanto io ero leggerina.

La sera mi mettevano in questa branda in sala da pranzo, poi alla mattina mi trasportavano in camera da letto.

Tornando al periodo ad Argenta ricordo che durante la Resistenza bisognava arrangiarsi e bisognava fare tutti qualcosa, pure io avevo paura, ma fra le barzellette che raccontavo e questo e quell’altro che combinavo, passavo per una coraggiosa, spavalda.

Zia aveva nascosto la bandiera rossa del partito, e ogni tanto, quando si trovavano e avevano nostalgia, la tiravano fuori, si mettevano lì e l’aprivano tutti insieme …

Rende l’idea di quanto non si potesse vivere la propria libertà!

La bandiera l’hanno tenuta fino all’ultimo, poi con il comando dentro casa l’hanno dovuta distruggere all’ultimo minuto.

Una bella adolescenza… Dopo quegli anni, qualsiasi cosa mi dava fastidio. Mi c’è voluto tempo per rientrare nella normalità.

Quando sono nati i figli, due, c’erano i lego, per fare le costruzioni, le casette … Stefano faceva le casette poi facevano la guerra, lui era contro i tedeschi …

“Mo t’amazzo…”

Quando arrivava il più piccolo, Luca, che gli distruggeva tutto, si arrabbiava.

Ho sempre avuto paura di avergli instillato. lasciato qualcosa di brutto. Perché non ne parlavo, non ne ero capace e allora mi chiedevo come faceva questo figlio a prendersela coi tedeschi, da piccolo …

Mi sono un po’ calmata con i tedeschi quando in campeggio a Bolsena mi sono trovata di fianco, in tenda, un tedesco. Era un aviatore, durante la

guerra era stato abbattuto e salvato da una famiglia, custodito, e lui era riconoscente a questa famiglia.

Lui mi disse che  non aveva mai bombardato le case … ma poi che mi poteva dire? Che aveva bombardato le case e le persone?

Su Pippo … arriva Pippo …

“Non sono né inglese né americano sono Pippo l’italiano.”

Dalla villa poi a un certo punto dovevamo andarcene perché, finita la guerra, tornata la pace, l’ingegnere tornava a Roma. Papà aveva fatto domande per una casa, da per tutto, ma a noi non la davano perché la davano alle famiglie numerose.

Allora in sezione del PCI, si mettono d’accordo per andare ad occupare casa.

Via Valchisone n. 8.

I palazzi erano grandi ma non ancora finiti, c’erano le fognature ma senza i servizi, solo il tubo di scarico. Non c’era l’acqua e non c’era la luce. Però bisognava occupare casa e bisognava farlo di sera perché di giorno c’era la polizia.

La scala era ancora in cantiere, perché era previsto l’ascensore, c’erano i telai per le porte  ma non l’ascensore, cioè c’era il buco, con un bastone di traverso sulla rampa.

Non ti dico cosa è stato, incominciammo ad andare su, tutta questa marea di gente, e io lì in mezzo con il mio pacchetto.

Arriviamo al primo piano … “Qui tutto occupato!”

Andiamo su, andiamo su, insomma per fartela corta, arriviamo al 7° piano.

Un tipo ci dice di nuovo “Qui tutto occupato!”

Allora mio padre gli dice:

“Adesso mi fai vedere perché è tutto occupato.”

“Ma veramente ci sono io con la mia famiglia … “ Risponde il tizio.

“Embè? Tu ti puoi permettere tutto un appartamento, non vedi in quanti siamo?”

Così, entriamo pure noi in questo appartamento bellissimo:

mancavano i pavimenti, il bagno, niente elementi, però c’erano quattro camere due bagni, uno stanzino e la cucina. Cioè i muri.

Nel frattempo mio papà e l’altro si mettono d’accordo e si dividono l’appartamento.

L’altro che era entrato prima si scelse la parte con le porte, la cucina, mentre a noi toccò quella con lo stanzino.

C’era un gran balcone lungo l’appartamento. Ma nel bagno non c’era proprio niente niente.

Cominciammo a convivere con questa famiglia … ci siamo stati per un po’.

Tra l’altro a papà avevano proposto di costruire una casetta, lì in cantiere: “Se ci compriamo i mattoni, il materiale che ci serve …”

Alcuni lo fecero e con questi mattoni si costruirono una stanza, ma poi, non avendo i permessi gliele buttarono giù. Papà per fortuna non aveva accettato.

Dopo un po’ comunque, iniziarono a dire che ci avrebbero mandato via da questo palazzo, perché dovevano finirlo e gli appartamenti non erano abitabili, ed era vero …

Pensa solo all’acqua … Ci portavamo su i bidoni dell’acqua fino al settimo piano! Avevamo rimediato dei bidoni col coperchio che potevano portare una decina di litri, i bidoni grossi li portava papà.

Alla mattina si cominciava e io mi facevo due viaggi con i secchi più piccoli.

Con l’acqua con cui ci lavavamo la mettevamo in un mastello più grande vicino al bagno e quando si andava in bagno si buttava l’acqua direttamente nel tubo… C’era un tubo e basta.

Quando mio papà iniziò a lavorare alla Garbatella, di fronte ai palazzoni, quelli di fronte alla ex fiera, gli dissero che lì avrebbero dato casa a tutti quelli che avevano occupato.

Però papà non ci credeva.

Allora andò a parlare con il padrone dell’impresa, e gli disse:

“Guardi, io mi trovo in queste condizioni, ho occupato casa, ci mandano via …  Qui a Ignazio Persico alla Garbatella, c’è quel cantiere, se permette chiudo un pezzetto e ci vengo con la mia famiglia.”

“Va bene, va bene tanto noi non abbiamo ancora i soldi per finire il cantiere.”

E infatti papà, a spese sue si fa l’appartamentino, bagno cucina e due camere e andiamo ad abitare lì e papà continuò a lavorare al cantiere in via Cristoforo Colombo.

A un certo punto però il cantiere si fermò perché mancavano autorizzazioni, non ricordo bene ma è una storia che sta tutta sui giornali che ho ancora …

Fanno allora una commissione interna occupando il cantiere e quello che si può si porta, facendo una raccolta di soldi fra tutti per fare la spesa, si comprava la pasta, il pane, da mangiare, tranne le sigarette.

A un certo punto arriva la celere che vuole sgomberare il cantiere.

La prima volta trova la resistenza degli operai e se ne vanno. Cominciano anche comportamenti disfattisti tra gli operai stessi:

“Sai che c’è? … Allora ci mettiamo a rompere tutto!”

Allora mio padre rispondeva:

“Il primo che s’azzarda a rompere una mattonella se ne va fuori, noi non siamo venuti a sfasciare, siamo venuti a costruire e ci devono dare quello che ci spetta.”

Vengono messi i bastoni alle serrande perché non venisse toccato nulla e i poliziotti pensano che i lavoratori si siano armati; una sera, alle quattro del mattino, venendo a casa per riposarsi e cambiarsi, arrivò la polizia e l’arrestarono.

“Lei è responsabile!”

Prendono lui e quelli della commissione interna e li arrestano.

Cera bisogno dell’avvocato, e noi donne ci dovevamo mobilitare.

Papà si è fatto un mese, ha portato tutti i registri con i conti, tutto regolarmente segnato. Avevano fatto un cottimo collettivo.

Trenta giorni di carcere … Ci volevano dopo la Resistenza!
Erano gli anni “50

Io gli dicevo:

“Papà non ti avvilire… Lo dicono tutti che a Regina Coeli, c’è uno scalino che se non lo sali non sei romano!”

“Ma io non sono romano!”

“Ma neppure io, però siamo a Roma, diciamo che siamo romani!”

Tornando a Lavezzola nel periodo della guerra, durante l’inverno, allora, veniva la neve, adesso no … A me avevano rimediato un paio di zoccoli con i chiodi sotto.

Per vestirci, mia zia, di un vestito ne faceva due: in casa eravamo in due bambine e io ero la più lunga, così a me toccavano sempre vestiti di due colori.
Durante la guerra finirono anche i vestiti … un giorno mi presentò dei pantaloncini di mio cugino… allora … dissi
”Ma zia, se proprio li devo portare… “

Era un completino che a lui non andava più bene… Ma per una bambina, uscire in paese in braghette, ci voleva del coraggio!

La prima volta è stata dura, ma poi sono salita in bicicletta e me ne sono dimenticata.

D’estate con le pannocchie di granoturco, con le foglie preparavamo delle trecce e ci facevamo i sandali.

 

Dopo la guerra, ero ammutolita, mi sono iniziata a svegliare con i figli. Tante cose per tanto tempo, mi sono rimaste dentro senza riuscire a parlarne.

 

A cura di Marzia Schenetti

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