PREGI E LIMITI DELLA “PASSIONE POLITICA”

La Politica vive di una “promessa” largamente condivisa nei vari partiti e schieramenti: quella di creare maggior benessere per tutti. Varia la “strategia”: riformistica, nelle sue varie accezioni (liberale, conservatrice, socialdemocratica, ecc.), o rivoluzionaria.

In tutti i casi, si tratta di dare obiettivi all’azione politica, risolvere problemi, scandire nel tempo le soluzioni idonee (attraverso “piani” e “programmi”) … tutte cose che accomunano la Direzione Politica alla Direzione Aziendale, e che pur essendo fondamentali per la Comunità, sono nello stesso tempo (ammettiamolo) di una noia mortale.

I politici di prima fila possono compensare la noiiosità di buona parte delle loro occupazioni con il conseguuimento di privilegi e con la soddisfazione del narcisismo personale.

Ma tutti gli altri? Gli elettori? I “militanti”?

Gli elettori sono effettivamente la parte debole del meccanismo: contano niente (quello che gli viene promesso, e che votano, può essere largamente disatteso, come è successo, per esempio, con i referendum sull’acqua pubblica e sul finanziamento ai partiti), non ottengono privilegi personali, e vivono la loro partecipazione senza quell’ “investimento simbolico” che è invece tipico dei “militanti”. E non a caso, esaurendosi la retorica del voto (“è un dovere”, “è un diritto che ci siamo conquistati”, “le donne hanno cominciato a votare solo 70 anni fa”, “se non voti fai decidere gli altri”, “chi non vota si limita a protestare, ma non ha nulla da proporre”), gli elettori si avviano a decrescere malinconicamente.

I “militanti”, invece, resistono, perché si nutrono non della parte razionale della politica (“obiettivi”, “problemi”, “piani e programmi”), a proposito della quale sono spesso grossolanamente disinformati, ma di quella “a-razionale”: PERSONE (I NOSTRI!) e PASSIONE. (“A-razionale” non significa “irrazionale” … vuol dire che la razionalità, ma anche l’irrazionalità, non sono pertinenti; insomma, “non c’entrano”. Del resto, cosa dovrebbe esserci di “razionale” nel sostenere un candidato visto solamente in televisione, e che magari “colpisce” solo per l’atteggiamento grossolanamente autoritario verso il mondo, “piacione” verso i giornalisti e maleducato verso gli avversari?)

Cosa c’è di razionale nel “sostenere un’idea” “con passione”, se stride con le caratteristiche attuali di chi la sostiene? Quando un borghese difende (“con passione”), la causa di gruppi sociali che non ha mai frequentato (sottoproletari, immigrati, rom), e ritiene che attraverso questo genere di sostegno si possa accedere a riforme importanti, o addirittura alla rivoluzione, sta esibendosi nel più classico degli esercizi narcisistici: l’omaggio a se stesso e alla propria gioventù. Essendo stato “rivoluzionario” negli anni ’60 o ’70, ha bisogno di dire a se stesso che è rimasto “coerente”, che non è cambiato, a dispetto della vita che ha condotto e che conduce. (Probabilmente, “rivoluzionario” non lo era neanche all’epoca, ma ha conformisticamente seguito la corrente più impetuosa, che, in quanto tale, si imponeva all’attenzione dei più.)

 

 

La “coerenza”, in Politica, si basa su due aspetti contrastanti: è la gloria dei pochi, che pagano tributi anche molto alti alla realizzazione, o alla mancata realizzazione, dell’ “idea”; ed è la mediocrità dei molti, che realizzano attraverso di essa i propri scopi narcisistici, largamenti inconsci, e in quanto tali “ideologici” (inconsapevolmente falsi, per dirla “alla Marx”): diffondono insomma acriticamente false credenze.

La “coerenza” non riguarda il normale elettore, che, valutando razionalmente l’operato del Governo in carica, potrà rinnovare la fiducia, o voltargli le spalle, senza per questo doversi sentire “incoerente”. Sarà semmai tacciabile di incoerenza il Governo (o l’Opposizione), nel cambiare linea immotivatamente, o anche (nota bene) nel mantenerla, essendo però cambiate le condizioni generali del Paese.

Se si accetta la dicotomia su cui si basa quest’articolo, ovvero la razionalità di “obiettivi”, “piani”, “programmi”, ecc., e, dall’altra parte, la “a-razionalità” nella scelta delle persone e nel mantenimento dell’ “idea”, ne conseguirà un concetto eterodosso, o quantomeno insolito: che le “strategie” (riformismo e rivoluzione, socialdemocrazia, comunismo, liberalismo, conservatorismo, ecc.), in quanto generino, come dicevamo, adesioni fideistiche, non derivano da un pensiero logico.

Tuttavia, su quest’ultimo tema, non possiamo limitarci a fotografare il presente, ed è necessario un veloce un excursus storico.

Quando si fronteggiavano l’Economia reale (“i campi e l’officine”, per dirla con la canzone “Contessa”, di Paolo Pietrangeli), e la Politica, quest’ultima, supponendo di possedere forze e diritti sufficienti per arginare le distorsioni economiche (“politica economica”), ambiva a cambiare il destino delle persone (con strategie riformistiche o rivoluzionarie, socialdemocratiche o democratiche, ovvero “keynesiane”), ed in qualche modo poteva anche riuscirci. In fondo, anche il “clientelismo” era elemento deteriore di una “politica economica”.

Ma nel Terzo Millennio, con l’obsolescenza della fabbrica “fordista”, la finanziarizzazione, la globalizzazione, l’incombere della minaccia ecologica, sono cambiate un po’ tutte le regole, e sono state sostituite da una macro-regola generale: evitare di spaventare i mercati con cambiamenti evidenti, perché i “mercati spaventati” finiscono per generare conseguenze altamente negative sul risparmio, sulle famiglie, sull’impresa, sul lavoro …

… senza contare che lo “spavento” non si limita a condizionare il Paese “innovatore”, ma coinvolge, proprio per la globalizzazione, il Mondo, o quantomeno i paesi vicini: le difficoltà della Grecia, la Brexit, l’inedito Governo italiano potrebbero effettivamente destabilizzare l’Europa.

Questa destabilizzazione porterebbe a ulteriori miserie?, o potrebbe invece produrre uno “shock” in direzione dell’innovazione e del cambiamento? Potrebbe spostare gli equilibri politici verso riforme importanti, o verso rivoluzioni non cruente? Nessuno può saperlo, e nel dubbio si evita di cambiare e innovare. Ma essendo “socialdemocrazia”, “economia keynesiana”, “comunismo”, “liberalismo”, “conservatorismo”, forme a volte reciprocamente similari, a volte evidentemente concorrenti, di cambiamento e innovazione, la loro sopravvenuta impotenza è diventata una pietra tombale nei confronti della “strategia” e dell’ “idea” … e la difesa acritica, “militante”, nei confronti di una strategia o di un’ “idea” è diventata un esercizio ridicolo, patetico, narcisistico.

Come contrastare questo sostanziale sopraggiunto immobilismo?

L’unica vera forza è, a mio avviso. il “come se” kantiano applicato all’ “idea”: sei comunista? Vivi da comunista oggi stesso, “come se” il comunismo non fosse la conseguenza di una presa del potere, ma un evento che si rinnova quotidianamente.

Del resto, Marx stesso, nella sua opera più apparentemente semplice e divulgativa, il “Manifesto del Partito Comunista” (1848), parlava del Comunismo come “movimento reale, che abolisce lo stato presente”: non “organizzazione”, quindi, per fare una rivoluzione domani, ma rivoluzione dell’oggi e nell’oggi, dando cioè un contributo quotidiano per “abolire” ciò che è percepito come ingiusto (lo “stato presente”).

Tuttavia, oggi che son vecchio le idee mi si sono ulteriormente confuse, invece di chiarirsi. Non saprei dire dove si annidi prioritariamente l’ingiustizia, né cosa si debba fare OGGI per vivere in concreto “da comunisti”, o comunque in modo “alternativo” allo “stato presente”. Ma una cosa la so per sicuro: le chiacchiere acritiche dei “militanti”, “l’ideologia” spacciata per passione, la cecità spacciata per “coerenza”, la difesa di idee che non hanno nulla a che vedere con la propria esistenza e condizione reale, REMANO NELLA DIREZIONE CONTRARIA. La “passione” e la “coerenza”, se non nutrite d’intelligenza del mondo e della propria condizione, rappresentano più un ostacolo che una risorsa.

 

Gianfranco Domizi

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